ORIENTE
OCCIDENTE
E IL MAR
ROSSO
FUOCO

La pesante situazione in Medio Oriente, le minacce di bloccare definitivamente il flusso economico nel Golfo di Aden avranno conseguenze serie sull’emisfero occidentale e sull’Europa – Criminale impedire la navigazione nel Canale di Suez – Costretti a circumnavigare l’Africa: un passaggio a “Nord Ovest” che va contro la storia – Netanyahu si condanna da solo e calpesta la memoria -Israele e l’amicizia degli Stati Uniti

di Armando Caruso

Disinnescare il cortocircuito in cui si sono infilate le “grandi menti della politica mondiale”, oggi appare quasi impossibile, troppo tardi. Anziché mantenere le distanze tra Oriente e Occidente, rendere possibile ogni dialogo, si è preferito ridisegnare i canali del globo terraqueo, minarli, renderli incandescenti, non più navigabili, se non a proprio rischio e pericolo, nonostante l’intervento della Marina Militare Nato. La convivenza pacifica nella quale per ottanta anni è vissuta la nostra vecchia Europa corre seriamente il rischio di infrangersi contro le insormontabili barriere che Oriente e Occidente pongono, e che potrebbero coinvolgere anche l’Africa. L’Africa, alla quale bisognerebbe prestare un’illuminata attenzione, perché molti Stati di questo immenso continente non sono più disponibili a farsi sfruttare dalle potenze occidentali e orientali, ed ora pongono condizioni ben precise per giungere a rapporti economici in cui siano trattati da pari a pari e non da popoli sottoposti a continuo sfruttamento.

Leggi l’articolo completo

ITALIA, UNIONE EUROPEA E AFRICA INSIEME
“TRIUNVIRATO” DI SICUREZZA E BENESSERE

Il presidente di IREN, Luca Dal Fabbro, scruta le onde del Mediterraneo, nuovo ponte tra i continenti – In Africa si giocano tre partite geopolitiche: l’energetica e dei metalli preziosi, la demografica e, appunto, la sicurezza reciproca – Il sud del pianeta e l’approccio credibile di Enrico Mattei – “Condividere non depredare” l’idea del governo italiano – “Siamo impegnati a che i costi di luce, gas, riscaldamento rimangano stabili”

di Gianni Maria Stornello

Presidente Dal Fabbro, ci permetta un’immagine dolorosamente simbolica. Il Mediterraneo, oggi ancora cimitero a cielo aperto, potrà essere trasformato in un luminoso ponte tra l’Europa, l’Italia e l’Africa? La Premier Giorgia Meloni si batte per questo.
Assolutamente sì. Il Mediterraneo è da sempre l’infrastruttura che unisce Europa, Africa e Medio Oriente e può diventare un ponte di connessione e prosperità tra continenti. La visione del Governo è ambiziosa ma deriva da una necessità concreta, riflette la volontà di creare un’opportunità di sviluppo e cooperazione. Anche solo dal punto di vista energetico, il Mediterraneo gioca un ruolo fondamentale: la sponda Europea e quella orientale del Mediterraneo dipendono da quella meridionale rispettivamente per il 18% e il 27% delle loro importazioni complessive di petrolio greggio e gas. Attraverso politiche energetiche e strategie diplomatiche mirate, possiamo costruire un futuro luminoso per tutte le nazioni coinvolte.
Il Piano Mattei è un mantra della strategia energetica internazionale della Premier Giorgia Meloni. Presidenza del G7 e summit romano sono stati una occasione diplomatica di grande valore presentata ai Capi di Stato e di governo africani. “Un piano di medio e lungo periodo significativo – ha detto la presidente del Consiglio — di quanto il destino di Europa e Africa, sia interconnesso. Noi possiamo crescere insieme”. Meloni è dunque sempre più proiettata in una prospettiva europea?
Guardare al futuro con una prospettiva europea è una conseguenza naturale di questa visione. Non dimentichiamoci che l’Africa è essenziale per la nostra sicurezza e benessere. Infatti in Africa si giocano almeno tre grandi partite geopolitiche nelle quali l’Italia e l’Europa non possono rimanere spettatori: quella energetica e dei metalli rari, quella demografica e quella della sicurezza, tutte connesse tra loro. In questo scenario l’Italia deve fare da apripista di un’iniziativa europea verso il Mediterraneo del sud.

Leggi l’articolo completo

editoriale
23/02/2024

PARTENARIATO PUBBLICO-PRIVATO (PPP) LABIRINTO GIURIDICO: DI CHE SI TRATTA?

Un’espressione che domina i rapporti di collaborazione tra aziende e istituzioni e che possiede in sé tre significati diversi: “strumento di buon governo” (OCSE), “occasione di crescita” UE, “opportunità per gli enti locali” secondo ABI – In cosa si discosta dalla partnerschip - I delicati equilibri finanziari e progettuali degli accordi – I casi specifici del Terzo Settore – Il…

COLLABORARE, DIALOGARE, NEGOZIARE, VALORI GIURIDICI
PER SUPERARE LA CRISI D’IMPRESA NELLA SOCIETA’ MODERNA

I conflitti giudiziari sempre più prolungati e controversi (soprattutto nel nostro Paese), rendono inadeguate norme e regole del diritto processuale – Drammatico il rapporto della Banca Mondiale, secondo la quale l’Italia, in tema di investimenti e per ciò che concerne l’efficienza giudiziaria, è al 100° posto – Eccessive nel nostro Paese le spese processuali - Il legislatore europeo e nazionale pone massima attenzione agli strumenti alternativi assai più efficaci per la soluzione dei problemi amministrativi

di Alessandro Baudino e Roberto Frascinelli

Gli spaventosi scenari di devastazione e morte che i media ci mostrano ogni giorno, così vicino ai nostri confini, rendono drammaticamente attuali, oltreché ancora più importanti e urgenti, i temi della solidarietà e della collaborazione, che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2005 (con la Ris. 60/209) ha individuato tra i primi valori fondamentali e universali che dovrebbero essere alla base delle relazioni tra i popoli.
Da un punto di vista politico, balza agli occhi la totale incapacità di chi ci rappresenta (a tutti i livelli, nazionali, comunitari, internazionali) nel gestire i conflitti con modalità che superino la tradizionale logica avversariale, fondata sulla minaccia e sulla ritorsione, che ben sappiamo avere l’effetto di innescare il noto fenomeno dell’escalation, generando una spirale che rischia di diventare irreversibile.
A questa incapacità si ricollegano sia l’immane catastrofe umanitaria causata dai conflitti in atto, sia le rilevantissime ricadute economiche che hanno colpito popolazioni ed imprese già stremate dalla prolungata crisi causata dalla pandemia di COVID 19.
Da una prospettiva di analisi economica del diritto, le nuove ricadute di questi conflitti rendono vieppiù evidenti l’inadeguatezza e l’inefficienza di norme e regole del diritto positivo, che non sono in grado di rincorrere una realtà in continuo mutamento, soggetta a sempre più gravi ed imprevedibili perturbazioni.

Leggi l’articolo completo

I TRATTORI NON SI FERMANO A SANREMO
UN BOOMERANG PER L’AGRICOLTURA EUROPEA

Costi di produzione sempre più esosi e guadagni limitati - Le piccole e medie aziende a rischio, contro la grande produzione internazionale che condanna i contadini a posizioni di retroguardia -"La rivolta dei contadini" - Il Green Deal degli ultimi anni condannerebbe la classe politica dell'UE.

di Ciro Santoriello

La protesta degli agricoltori cresciuta giorno dopo giorno e, con l’appoggio di gran parte dell’opinione pubblica, è arrivata anche al Festival di Sanremo, palcoscenico di tutti gli umori italiani. Era ineluttabile che ciò avvenisse, l’Italia l’abbiamo fatta così e così ce la meritiamo.
Per certi aspetti, la vicinanza di gran parte della popolazione alle richieste degli agricoltori – e la mancata reazione agli ostacoli che gli stessi stanno arrecando alla vita quotidiana degli automobilisti e non solo – non sorprende. Secondo molti, alla base delle proteste degli agricoltori stanno legittime preoccupazioni di migliaia di lavoratori in difficoltà, con migliaia di piccoli produttori costretti ad arrendersi ed a chiudere le loro aziende.
In questo senso i movimenti dei giorni scorsi dimostrerebbero che il cd. green deal potrebbe essere stato il più grande boomerang politico degli ultimi anni per la classe politica europea.
Secondo molti, infatti, la difficoltà in cui versa il settore agricolo sono dovute a scelte e rigidità manifestate dall’Unione europea nello sforzo di porre un argine al fenomeno del cambiamento climatico, senza considerare che le cause di tale dramma sono da ricercarsi su scala planetaria. Di conseguenza, imporre regole, divieti e restrizioni solo ai contadini europei da un lato apporta scarsi benefici agli obiettivi della politica verde e dall’altro finisce per penalizzare le imprese locali nella competizione con gli agricoltori di altre nazioni che possono invece operare in assoluta assenza di vincoli.

Leggi l’articolo completo

PARTENARIATO PUBBLICO-PRIVATO (PPP)
LABIRINTO GIURIDICO: DI CHE SI TRATTA?

Un’espressione che domina i rapporti di collaborazione tra aziende e istituzioni e che possiede in sé tre significati diversi: “strumento di buon governo” (OCSE), “occasione di crescita” UE, “opportunità per gli enti locali” secondo ABI – In cosa si discosta dalla partnerschip - I delicati equilibri finanziari e progettuali degli accordi – I casi specifici del Terzo Settore – Il PPP istituzionalizzato, sinonimo di società mista

di Luca Geninatti Satè

L’espressione “partenariato pubblico-privato” (o “PPP”) sta conoscendo molta fortuna: in sedi istituzionali, in ambiti politici e anche in contesti finanziari esso è presentato come “strumento di buon governo” (come sostiene l’OCSE), “occasione per la crescita” (secondo alcune risoluzioni del Parlamento Europeo) e “opportunità per gli enti locali” (come ha dichiarato l’ABI).
Ma di che cosa si tratta? Esistono almeno tre diversi significati in cui questa espressione viene usata: uno molto ampio e generico (e perciò assai poco denotativo), uno più circoscritto e dettagliato e poi vi è la definizione normativa contenuta, oggi, nel codice dei contratti pubblici. Distinguere fra questi utilizzi del termine è importante non solo per ragioni di chiarezza lessicale, ma anche per comprendere cosa il PPP è (e cosa non è) e che cosa implica utilizzarlo.
In un primo significato, PPP viene usato per indicare qualunque caso in cui un ente pubblico collabora con un soggetto privato per realizzare un’opera, o gestire un servizio, d’interesse pubblico. Questa nozione di “partenariato” è però troppo ampia, perché include anche ipotesi che tecnicamente partenariati non sono.

Leggi l’articolo completo

MILIARDI IN “PERDITA DI CIBO” E “SPRECO DI CIBO”
NEL MONDO MILIONI DI BIMBI MUOIONO DI FAME

Nelle famiglie la maggiore mancanza di senso economico – L’imperativo “acquista e getta” - Nel 2021 negli Stati Uniti, oltre il 44% di prodotti alimentari è finito nelle discariche – FAO E UNEP al lavoro per cercare nuovi equilibri - Questa assurda dispersione di generi commestibili incide sull’economia agricola dell’Unione Europea -L’Italia al 7° posto in questa disumana classifica

di Antonella Formisano

Lo spreco alimentare è un problema che coinvolge tutti noi consumatori e a cui dobbiamo porre attenzione. A partire dal 2011 tale problematica venne affrontata in modo serio e fu resa oggetto di un accurato studio da parte della FAO (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura). Dal rapporto prodotto dalla FAO si accertò che già in quell’anno un terzo del cibo mondiale veniva sprecato ogni anno per un totale di 1,3 miliardi di tonnellate e per un valore economico di circa mille miliardi di dollari.
Proprio per affrontare e risolvere tale problematica, dopo questa indagine, le Nazioni Unite decisero di fissare un obiettivo di riduzione delle perdite e degli sprechi alimentari, noto come Obiettivo 12.3, entro il 2030 attraverso il coinvolgimento di tutti gli Stati. Da quel primo rapporto FAO del 2011 quanti progressi si sono fatti in merito? Secondo l’ultima valutazione del 2023, purtroppo a livello mondiale siamo ancora molto lontani dai traguardi fissati. Una prima difficoltà è data dal calcolare e tracciare in maniera univoca le perdite e gli sprechi alimentari pro capite per Paese. Ed è proprio per sopperire a tale problema che la FAO e l’UNEP (il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) stanno collaborando per poter far chiarezza e avere dati più certi su tale sperpero.
Leggi l’articolo completo

ILARIA SALIS IN CEPPI NELL’EUROPA UNITA
IN ITALIA I DETENUTI TENTANO IL SUICIDIO

Il caso ungherese ha sollevato le contraddizioni giudiziarie e giuridiche nelle due nazioni che fanno parte dell’UE. Alla politica si chiede di restare fuori dalla giustizia e al tempo stesso ci si rivolge al governo italiano per fare pressione sulla politica ungherese affinché si faccia sentire dalla magistratura – E che siano le forze politiche a farlo, è quanto meno incomprensibile. – Non si dimentichi mai l’umiliazione imposta a Enzo Tortora

di Giuseppe Formichella

Il caso di Ilaria Salis sta mettendo a dura prova l’idea di un’Europa democratica ed equa nella tutela dei diritti inalienabili della persona. Le immagini crude e forti della donna in catene, legata mani e piedi e condotta al guinzaglio, irrompono improvvisamente in televisione e sui giornali, costringendo ognuno di noi ad assistere ad una evidente prevaricazione della tutela individuale – ed elementare – dei diritti della persona. Non è difficile schierarsi contro questi metodi, non solo contro l’esibizione degli stessi, ma soprattutto contro il fatto che vengano utilizzati.
Ma ancora una volta un fatto in sé evidente e drammaticamente visibile è stato trasformato, nel circo mediatico, in motivo di scontro politico e ideologico.
La mobilitazione dei media è stata tempestiva, la rappresentazione è dettagliata, a volte spietata, ricca di particolari e di dettagli. Insomma, nulla è nascosto o dissimulato: c’è una nazione, un governo, un ordinamento giuridico, una magistratura, uno Stato – in una parola – che conduce al guinzaglio e in catene le persone sottoposte a custodia cautelare e processo, e lo fa con la disinvoltura di chi non teme di nascondere il proprio comportamento. Peccato che questo stato sia europeo e nell’Europa unita, sia riconosciuto come partner di una alleanza continentale che afferma e tutela ben altri principi e valori.
Ed ecco, allora, nascere la vera contraddizione: metodi fascisti in stato democratico, o, se si preferisce, violazione dei diritti umani da parte di uno stato che si riconosce in un consesso di stati che li afferma e li tutela a pieno titolo.

Leggi l’articolo completo

NAVALNY, ULTIMO OPPOSITORE DI PUTIN
AVVELENATO IN UN “GULAG DI GHIACCIO”

La lunga lista di crimini feroci con cui si eliminano coloro che amano la libertà, e detestano l’oppressione di un leader imperialista e dittatore – La moglie Julija Borisovna Naval'naja: “ Continuerò la lotta per la libertà in Russia” – La toccante lettera d’amore prima del suo viaggio verso la morte

Red. TNW

Anche Navalny è morto. Avvelenato in una prigione-gulag, una morsa di ghiaccio oltre il Polo Polare artico, a 30-40- gradi sotto zero, la colonia penale numero 3 di Kharp, in Siberia. Così Putin uccide gli uomini-simbolo di libertà che si oppongono alla sua dittatura. Così Putin condanna sé stesso al cospetto del mondo, così condanna il Popolo di una grande nazione, vanto di una immensa cultura, di cui è volgarmente il leader.
In sintesi, la forza e la fragilità di un despota che non concede niente alla sua gente, che sottomette la religione ortodossa che pure gli è amica, assetato di potere e di sangue. E’ l’espressione di un “colletto bianco” d’eccellenza che schiaccia con scarpe di alta manifattura (al posto di durissimi stivali), la testa della sua Russia, con la stessa sicurezza con cui schiaccerebbe la testa di un serpente velenoso.
La cronaca di questa avvilente contrapposizione, tra un dittatore e un uomo, Navalny, rientrato volontariamente in Russa, consapevole di immolarsi condanna apertamente i crimini di un imperialista venuto dal passato, che accatasta bugie su bugie con una sbalorditiva franchezza.

La storia delle morti e delle sparizioni degli oppositori di Putin è lunga e crudelmente monotona: coloro che si oppongono al suo volere vengono avvelenati, e poi fatti sparire. Prima di Aleksej Navalny era stato il turno di Evgheny Prigozhin, fedelissimo dello “Zar” e poi tra i suoi più convinti oppositori, tanto da muovere i suoi mercenari del Gruppo Wagner verso Mosca. Misteriosa la scomparsa di questo “comandante”; misterioso il suo comportamento con la famosa marcia su Mosca. Sicura la sua morte nell’incidente aereo dell’agosto scorso.

Leggi l’articolo completo

LATITANTI DI MASSIMA PERICOLOSITA’
E’ ORA DI DIRE ADDIO ALLA “LIBERTA’”

L’incessante opera investigativa del G.I.I.R.L. l’organismo integrato delle diverse Forze di Polizia, che ha il compito di smantellare i gruppi criminali liberi – Sessantacinque ancora uccel di bosco - Dal gennaio 2019 al 31 dicembre 2023, ne sono stati arrestati 55 - La cooperazione internazionale – Il ruolo delle donne nel fosco mondo della delinquenza organizzata

di Stefano Delfini

Nell’anno appena trascorso sono stati realizzati, grazie alla sinergica cooperazione delle Forze di polizia e della D.I.A., gli arresti dei latitanti di “massima pericolosità”: Matteo Messina DENARO, latitante di elevatissimo spessore criminale, appartenente a cosa nostra e Pasquale BONAVOTA, esponente di spicco della ‘ndrangheta.
Con l’obiettivo di potenziare l’attività di ricerca dei latitanti e gli strumenti a disposizione delle Forze di polizia e della D.I.A. è stato istituito il Gruppo Integrato Interforze per la Ricerca dei latitanti più pericolosi (G.I.I.R.L.). L’organismo, presieduto dal Vice Direttore Generale della Pubblica Sicurezza – Direttore Centrale della Polizia Criminale, è composto dai rappresentanti della Direzione Centrale della Polizia Criminale, dei Comandi Generali dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, della Polizia Penitenziaria, della Direzione Investigativa Antimafia, della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga e della Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato, nonché dell’A.I.S.I. e dell’A.I.S.E.
Al Servizio Analisi Criminale, struttura interforze della Direzione Centrale della Polizia Criminale, sono attribuite le funzioni di impulso e supporto delle attività.
La composizione del Gruppo, di recente, è stata integrata da un rappresentante del Corpo della Polizia Penitenziaria per arricchire di ulteriori informazioni il quadro investigativo, soprattutto per i soggetti che siano stati già detenuti.

Leggi l’articolo completo

BASTA CON IL MARTIRIO DI VITE UMANE
I GIOVANI: “NETANYAHU DE ANDARSENE”

Sondaggio tra gli studenti universitari di Torino – L’Opinione Pubblica è spaccata - I giovani a favore dei palestinesi, non di Hamas, condannano la disastrosa riposta del governo israeliano all’attacco terroristico del 7 ottobre scorso – Le proteste sotto la sede Rai

di Giulio Borghi

Dopo l’attacco del 7 ottobre scorso l’opinione pubblica italiana si è spaccata tra chi sostiene la legittimità della difesa dello Stato israeliano e chi, invece, ritiene che Israele abbia avuto una reazione difensiva esagerata in proporzione agli attacchi subiti. Per questo motivo abbiamo voluto chiedere il parere ad alcuni studenti universitari torinesi su un conflitto che va avanti ormai da molti decenni.
La scorsa settimana alcuni vostri colleghi sono stati presi a manganellate davanti alla sede Rai di via Verdi a Torino, come ci si sente a non poter esprimere il proprio dissenso contro quella che da molti è ritenuta una censura immotivata?
“Quello che è accaduto la scorsa settimana è stato un vero e proprio episodio di censura contro il dissenso, situazione che sta molto a cuore a questo Governo di destra. È da ormai un anno e mezzo che la repressione delle proteste è diventata all’ordine del giorno, la cosa preoccupante è che questo la normalizza, quando invece dovrebbe creare scalpore e scandalo una situazione del genere”.
Nello specifico gli studenti si chiedono. È possibile che un ente pubblico come la Rai, TV di Stato, permettesse agli artisti e agli ospiti sulle sue reti di esprimersi liberamente contro la risposta inconsulta, che molti considerano “il genocidio del popolo palestinese”, attuato dalla politica di Benjamin Netanyahu e non li censurasse con un comunicato RAI letto in diretta dai suoi dipendenti?
Anche su questo terribile termine c’è stata una spaccatura. E’ davvero un genocidio quello che sta avvenendo nella Striscia di Gaza e in Palestina?

Leggi l’articolo completo