POLITICA

LA CORTE DELL’ONU E IL TRIBUNALE DELL’AJA “ARRESTI PER IL PRIMO MINISTRO NETANYAHU”

By 24/05/2024Maggio 27th, 2024No Comments

Dopo le accuse del procuratore capo del CPI, Karin Khan, la “doccia fredda” del più importante tribunale internazionale: “Si fermi subito l’offensiva a Rafah” – I giudici dell’Aja parlano di genocidio – Le differenti motivazioni del CPI, coinvolgono anche i terroristi palestinesi di Hamas – Forti contrasti tra accusatori e difensori del premier israeliano – Biden dissente: “Non si possono mettere sullo stesso piano vittime e carnefici” –  Israele ha firmato ma non aderito al trattato sui crimini di guerra – Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite: “Le decisioni vanno rispettate” – Fronte Ucraino: Jens Stoltenberg: “Sconfiggere Putin con armi americane e europee”, ma è isolato – Il tragico incidente in cui è morto il presidente dell’Iran, Ebrahim Raisi

“Israele deve fermare l’offensiva a Rafah”. La Corte Internazionale di Giustizia dell’Onu, che ha sede all’Aja, torna ad accusare Benjamin Netanyahu con maggior determinazione e fermezza: La situazione, già disastrosa, è peggiorata da quando questo tribunale ha emanato misure provvisorie il 26 gennaio e il 28 marzo scorso».
Una imposizione senza mezzi termini, che arriva dopo quella della Corte Penale Internazionale di pochi giorni fa rivolta anche ai responsabili palestinesi di Hamas e sollecitata con altrettanta veemenza, dal Sud Africa che, dopo aver intentato causa al Premier israeliano – ora chiede le misure cautelari: in una parola, gli arresti di Netanyahu e conseguentemente la fine del governo di destra israeliano.
Le motivazioni non lasciano spazio ad alcuna via d’uscita, almeno politicamente, perché parlano esplicitamente di genocidio: “in conformità alle convenzione del genocidio, Israele deve immediatamente fermare la sua offensiva militare e ogni altra azione a Rafah che potrebbe infliggere al gruppo palestinese a Gaza condizioni di vita tali da condurlo alla sua distruzione fisica, totale o parziale”, 
Appare sempre più chiaro, quindi, che la colpevole vicenda personale e politica di Netanyahu, è ormai alla fine. La “Corte dell’Aja” è il più alto tribunale e ben difficilmente l’accusato sfuggirà alla legge, soprattutto dopo le accuse alla nazione democratica del Medio Oriente sollevate dal Sud Africa che, non dimentichiamolo, è una delle nazione leader del Brics e aveva già intentato causa a Israele.
Netanyhau, ribatte “disgustato” e, con il ministro di ultradestra Itamar Ben Gvir, ha affermato “Israele tira dritto. Questa è una vergogna, una sentenza antisemita che dovrebbe avere una sola risposta, l’occupazione di Rafah“. La controaccusa, chiara e netta è venuta dal Segretario generale dell’Onu, Guterres: ”Le decisioni dell’Aja e vanno rispettate”.
Ma finora Netanyahu e il suo falco Ben Gvir non si lasciano intimidire, anzi continuano a bombardare Rafah. Il Premier, pur sapendo di sbagliare, si sente al sicuro, grazie al fatto che la stessa Israele, Russia, Stati Uniti e Sudan, hanno firmato, ma non ratificato il trattato che oggi li condanna.
Sin qui, la cronaca delle ultime ore, del tristissimo conflitto mediorientale, strettamente connesso, all’aggressione russa all’Ucraina, che ha provocato le dichiarazioni di Jens Stoltemberg: “Per fermare Putin sono necessarie altre armi americane ed europee”. Dichiarazioni, che hanno anche suscitato le reazioni del ministro degli Esteri, Tajani, di Salvini e del leader Cinque Stelle, Conte: “Non è lui che decide. Ci porta alla Terza guerra mondiale”, hanno detto all’unisono: E Salvini ha aggiunto: “Si dimetta”.
Che non sia farina del sacco Stoltenberg, appare chiarissimo. Non si sarebbe mai sognato di fare una dichiarazione del genere se non avesse ricevuto segrete disposizioni dalla Nato. Il che, se così fosse, sarebbe ancora più grave.
Una riflessione è inconfutabile: sui città delle due guerre infuriano i bombardamenti, aumentano i morti, ma finora le grandi potenze non sono riuscite ad allontanare lo spettro di una guerra globale. L’aggressione all’Ucraina da parte dell’“imperatore” Putin è passata in seconda linea, si cercano giustificazioni “politicamente corrette”, che di corretto non hanno assolutamente niente, ma che dovrebbero – il condizionale è d’obbligo – portare alla pace.
“A qual prezzo?”, si diceva un tempo, romanticamente, a quali condizioni, si dice oggi. Non si sa.
Le connessioni interplanetarie nell’era post-moderna, ormai hanno preso il sopravvento. Lo sterminio degli ebrei, Pearl Harbor, Nagasaki e Hiroshima, tragici simboli delle stragi perpetrate allora, non ci hanno insegnato nulla. Non c’è più una deprecabile guerra: ci sono le guerre, le guerriglie che durano anni, per le quali, tutte le nazioni, anche quelle chilometricamente distanti tra loro, assumono un ruolo: da comparse diventano protagoniste d’una teatralità distruttiva senza limiti né valori.
Da decine di anni ormai, le guerre espansionistiche, provocano anche la fame dei popoli. Ma espansionismo non deve essere sinonimo di guerra. I popoli non si possono affamare. Questa è un’accusa rivolta a Putin e, dalla fine dell’ottobre scorso, anche a Netanyahu. Ecco perché si insanguinano le città in Ucraina e in Medio Oriente, a Gaza, a Rafah. Le accuse, formulate dalla Corte Internazionale Penale e subito dopo dalla Corte Internazionale di Giustizia, dettano la stessa condanna Crimini di guerra contro l’umanità”.  Un’accusa – è bene precisarlo ancora una volta – non una sentenza, che ha comunque scatenato la reazione incredibile di Netanyahu e Hamas, carnefici e vittime al tempo stesso e per gli stessi reati.
Accuse documentate grazie alle riprese televisive, fotografie satellitari, racconti dal vivo di persone ferite e scampate alle aggressioni d’ambo le parti. Prove ufficiali: “Israele – si legge nei capi d’accusa – ha privato la popolazione civile nella Striscia di Gaza dei mezzi di sostentamento alla sopravvivenza umana“.
La cronaca di questi crimini è inconfutabile, così come sono inconfutabili i crimini che Putin ha commesso nel rivendicare l’Ucraina come parte storica dell’Impero russo, con una logica aberrante, anacronistica, nel totale dispregio di ogni concetto di indipendenza che dovrebbe riguardare tutte le nazioni liberamente e democraticamente elette.
Gli ebrei, tranne rare eccezioni, non vogliano sentir parlare di genocidio, perché cocente è il dolore per lo sterminio nazifascista e perché allora furono milioni gli ebrei massacrati. Ma non ci si nasconda nell’ipocrisia di facciata e allora si trovi un sinonimo che rappresenti le nuove persecuzioni in tutta la loro efferatezza, ma la nefandezza dei crimini ribadita dai magistrati delle due Corti dell’Aja, resta.
Le accuse rivolte dal procuratore della CPI, Karin Khan a Netanyahu & Co. e Hamas & Co. sono le stesse che il magistrato ha rivolto a Vladimir Putin il 17 marzo 2023 e a Maria Lvova-Belova, commissaria russa per i diritti dell’infanzia, ma in quest’ultimo caso alle “semplici accuse”, seguì un mandato di arresto per i due imputati. Ora che le accuse sono state replicate anche dall’Alta Corte dell’Aja, a carico dei vertici del governo israeliano – non di Israele ribadiamo – e di Hamas- si attende che emetta il verdetto finale. E sarà un verdetto fortemente contrastato, cui si aggiungerà la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia, a carico di Netanyahu, che già profonde divisioni ha creato fra gli stessi protagonisti della vicenda giudiziaria.
E perfino superfluo ripetere che attraversiamo (tutti) un momento problematico e terribilmente caotico perché, non ci sono dubbi, gli interessi delle singole nazioni, prevalgono nettamente sul benessere e la pacificazione a cui ci si dovrebbe ispirare.
Si pensi alle dichiarazioni dello stesso presidente degli Stati Uniti, Biden, costretto contestualmente a aiutare Israele per evidenti ragioni interne (la Comunità ebraica è la più grande degli States e governa colossali interessi economici israelo-statunitensi); a “intimare” a Netanyahu, senza successo, di bloccare ogni aggressione a Gaza e, a distanza di 48 ore, contrapporre la propria autorità a quella dei giudici della Corte dell’Aja, costretto a salvaguardare la lunga fratellanza tra Israele e Washington.
La matassa è ingarbugliata e, al momento, non si individua una personalità che possa pacificare i vertici delle nazioni in guerra sia in Medio Oriente che sul fronte sempre più incandescente Ucraina- Russia, soprattutto in queste ultime ore in cui la città di Kharkiv è stata semidistrutta dai bombardamenti ordinati da Putin.
Come se tutto ciò non bastasse, Norvegia, Spagna, Irlanda, hanno riconosciuto ufficialmente lo Stato della Palestina, mentre l’Italia a causa della presidenza del G7, ha ritenuto giusto astenersi. Il che coincide – chissà perché?! – con la volontà da sempre espressa dal presidente degli Stati Uniti che il “cessate il fuoco” debba avvenire per dare vita alla convivenza pacifica e al riconoscimento dei due Stati, quello palestinese e quello israeliano, e nella necessità di continuare il dialogo con i cosiddetti Paesi Arabi per eccellenza, (Egitto, Giordania, Arabia Saudita), cosa che apre nuove prospettive: non a caso, Egitto e Giordania dialogano con Israele, mentre l’Arabia Saudita, oltre ad essere il maggior produttore di petrolio al mondo, è la nazione che meglio esprime – almeno fino ad ora – i desideri dell’Occidente in tutti i settori del commercio, dell’industria.
Prospettive ulteriormente offuscate, dal tragico “incidente” dell’elicottero vecchio, degli Anni 60 USA, in cui, pochi giorni fa, hanno perduto la vita il presidente dell’Iran, Ebrahim Raisi e il ministro degli esteri di Teheran, Hossein Amir-Abdullah. Un incidente che ha scosso il mondo soltanto per lo spazio di una giornata, perché si è parlato soltanto dei funerali dei due politici  iraniani. Un’altra dimostrazione che ci si è abituati alle morti per violenza.
Lo scacchiere geopolitico si è notevolmente ampliato in questi ultimi anni, o meglio, si sono moltiplicate le difficoltà che agitano Russia, Cina (alle prese con la volontà di egemonizzare Taiwan, ma cauta nelle trattative anche se ha concluso un accordo di cooperazione con la Russia di Putin), Repubblica Federale Democratica Indiana, in attesa della conclusione delle elezioni politiche (1° Giugno), Africa la cui visione politica, in barba ai presidenti a vita di alcuni Stati, è notevolmente cambiata ed ora tende ad un dialogo aperto con il grande mercato delle materia prime. L’Africa nella sua complessa geopolitica, non accetta, comincia a contrattare: con la Cina e la Russia, l’India, ma prima o poi si ergerà a capofila delle proprie  rivendicazioni, che sono interessanti non soltanto dal punto di vista
economico, ma anche, del Brics, formazione antioccidentale, che entro la fine del 2024, farà risentire la sua voce, insieme con Brasile, Russia, India, Cina, e l’appoggio rilevante del Sud Africa, Etiopia e Egitto, Emirati Arabi e Iran.
Questa  visione economico-guerrafondaia non prescinde dall’influenza che le elezioni europee di giugno e quelle americane di novembre avranno sulla politica mondiale. Che ci sia Biden o Trump, la situazione per l’Europa e per il resto del mondo è, per ragioni diametralmente opposte, assai complessa. Ed è chiaro che l’Europa dovrà darsi un parlamento sovranazionale, che coordini la politica estera delle singole nazioni UE, ma anche una rappresentanza militare che, quantomeno, incuta rispetto e si faccia valere come forza unitaria, quindi con la partecipazione di tutte le nazioni, anche quelle, se mai fosse possibile, che oggi agiscono da forze separatrici dell’Unione.
E ciò a benefico degli Stati Uniti, nel caso in cui Biden o Trump si insedi alla Casa Bianca e sia di sostegno politico e militare a beneficio di coloro che sostengono che “per conquistare la pace ci si deve preparare alla guerra”.
Una visione quest’ultima, di un realismo crudele, che non ammette alternative, alla quale non aderiamo, e che non si addice a coloro i quali sostengono che la via maestra per la pacificazione si conquista con il dialogo, giorno dopo giorno. Purtroppo la storia, in questo non ci conforta ed è portatrice di sventure. Il mondo è nel caos, mentre si è alla vigilia delle elezioni Europee, che rappresentano in grande punto interrogativo. E l’Italia? Quale speranza può dare agli italiani? Poche. La nostra meravigliosa penisola ha un governo all’insegna del “decretiamo oggi per annullare domani”. In attesa che dei decreti si possa discutere anche in Parlamento.

Gianni Maria Stornello