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“BATTAGLIE AEREE” TRA ISRAELE E IRAN REAZIONI-COMPROMESSO CON GLI USA?

By 23/04/2024No Comments

L’improvviso attacco all’ambasciata iraniana del 1° aprile a Damasco e la reazione iraniana: paura in tutto il mondo – Le iniziali notizie contraddittorie – Fuoco sui “droni lenti” nello spazio tra i due Stati hanno consentito a Stati Uniti, Tel Aviv, Inghilterra e Francia di neutralizzare gli ordigni – Teheran: “Per noi la partita è chiusa”, ma il debole contrattacco è arrivato lo stesso – Biden, tra fermezza e diplomazia, ma intanto la Camera di Washington ha stanziato 61 miliardi a sostengo dell’azione difensiva di Zelensky – Il G7 e la tempestiva convocazione di Giorgia Meloni – Elly Schlein pronta a collaborare con la Premier per la Pace – Il ritorno in campo di Mario Draghi – Spira forte il vento delle elezioni europee

La politica mondiale nella notte tra il 13 e 14 aprile ha vissuto ore di sgomento, di assoluta incertezza, di paura: lo spazio aereo tra la Repubblica Islamica dell’Iran e Israele, è stato solcato da più di 300 droni e sei missili balistici, lanciati non soltanto dall’Iran, ma anche da Siria, Iraq e Yemen. Un lancio gigantesco di droni dal nome evocativo: “Gaza”, molto più grandi dei soliti, di larghezza alare di oltre 2 metri e mezzo, capaci di sganciare 13 bombe, ma non molto veloci (“è un dato importante”), bloccato per il 90 per cento dalla controffensiva israeliana sostenuta dalle Air Force Usa e britannica e francese, dalla ammiraglia americana “Dwight D. Eisenhower” e dalla “Uss Bataan Gerald Ford”. Un ombrello protettivo, predisposto con la regia degli Stati Uniti, che in Medio Oriente, da anni, posseggono basi militari.
E’ la prima volta che l’Iran attacca Israele, Stato con il quale i rapporti sono stati sempre roventi e l’odio espresso senza mezzi termini. E’ stata, si è detto, la risposta inequivocabile al raid missilistico israeliano sull’Ambasciata iraniana di Damasco del 1° aprile che provocò 16 vittime, tra le quali il generale Mohamed Reza Zahedi, comandante delle Guardie rivoluzionarie iraniane, uomo-chiave dell’influenza in Medio Oriente.
L’attacco a una sede diplomatica viola i principi internazionali, questo è notorio a tutto il mondo politico, anche se lo stesso segretario generale dell’Onu Antonio Guterres è stato costretto a riaffermare che “il principio dell’inviolabilità delle sedi e del personale diplomatico e consolare deve essere rispettato in ogni caso in conformità con il diritto internazionale”. Ineccepibile. E’ sempre stato così, ma l’ambasciata è stata comunque colpita con i morti di cui si è scritto.
La Guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei aveva promesso: “Il malevolo regime di Israele sarà punito per mano dei nostri coraggiosi uomini”.  In questo lasso di tempo tra l’attacco all’ambasciata iraniana a Damasco e il bombardamento, il mondo politico ha cercato vie d’uscita alla doppia aggressione con febbrili dialoghi e coinvolgimenti. Sembra che l’Iran si sia anche consultata con la Cina nell’intento di “non provocare un’escalation del conflitto con Tel Aviv” e perfino Putin – si sarebbe detto contrario ad una escalation. Si, Putin, proprio lui.
In questo attacco, dunque, c’è stata veramente la volontà di Teheran di colpire Israele? È difficile dirlo e non tutti i protagonisti del dramma che il Medio Oriente sta vivendo, ne sono convinti. Gli osservatori più attenti, gli stessi Consigli di Sicurezza degli Stati Uniti e la parte più moderata del Governo Netanyahu, hanno fatto sommessamente osservare che se Teheran avesse voluto colpire in modo pesante Tel Aviv, avrebbe bombardato con missili ultrasonici nello spazio di pochi minuti, anziché con droni per otto, nove ore programmate per dar tempo a Stati Uniti/Israele/Inghilterra e Francia di intervenire per sventare l’aggressione definitiva. Tant’è che sul territorio israeliano non c’è stata alcuna strage, ma “soltanto una grande paura”.
L’Iran, l’antica nobile Persia, “non è più lo Stato di una volta”, ché ricordiamolo, fornisce armi tecnologicamente avanzate alla Russia e cerca nel contempo di mantenere il controllo nei vicini Stati islamici. E tuttavia, non disdegna di lanciare avvertimenti come quello che ha scosso il mondo e nel ribadire al premier Netanyhau “Per noi la partita è chiusa”, dichiarazione indirizzata, sia pur indirettamente agli Stati Uniti, ma con una differenza sostanziale dovuta ad una politica multipolare, tendente a non sconvolgere le sorti del Medio Oriente, spazio pieno di contraddizioni, di religioni e culture diverse, tra Oriente e Occidente. Spazio a cui guardare con estrema attenzione per evitare ulteriori guai.
E tuttavia, che la partita fosse chiusa, nei giorni immediatamente successivi al 13 aprile, non era assolutamente certo. Tanto è vero che tra il Presidente Joe Biden, Israele, Iran, Giordania, sembrava si fosse stabilito un patto di “temporanea non belligeranza” onde evitare che la famosa escalation (vocabolo ormai entrato nel lessico televisivo italiano), non provocasse altri danni.
Biden sembrava essersi tranquillizzato, ma – ed è questa un’altra questione oscura – Israele ha lanciato droni a pochi chilometri da Teheran, ha colpito la base militare di Isfahan, ma il governo di Teheran ha ribadito che non ci sarà una ritorsione immediata. Ciò non vuol dire che la partita per la seconda volta sia chiusa. Netanyhau, nonostante i consigli della Casa Bianca, continua a sostenere che prima o poi scatenerà il finimondo e l’ayatollah Khamenei che ha compiuto 85 anni e 35 di “regno” continua a predicare che l’odio per Israele non si è placato.
Il dialogo tra Biden e il premier israeliano è freddo: il presidente Usa spera che Netanyhau” si comporti come capo di un governo democratico, non condividendo nel modo più assoluto le sue aggressioni a Gaza, la politica di destra e le continue minacce all’Iran: “Il sostegno a Israele, da sempre protetto dagli Stati Uniti, non cesserà, ma non è più accettabile questo comportamento, né, tanto meno, la tendenza a dialogare con la Russia”. Biden guarda lontano, ai rapporti con la Cina, che non interviene nei rapporti tra Stati Uniti e Israele ed è equidistante dai rapporti con la Russia, ma è pur vero, che nel prossimo futuro il panorama politico mondiale potrebbe cambiare e quindi il confronto si potrebbe ridurre ai due Stati più potenti.
Biden, che pur tra acciacchi e problemi interni legati alla presenza incombente di Trump (15 aprile scorso il suo primo processo penale a New York), in questo drammatico periodo di lotte mediorientali, ha fatto prevalere le sue capacità diplomatiche. Il suo dialogo, mai confermato ufficialmente dalla Casa Bianca, con il capo Supremo dell’Iran, Ali Khamenei, sembra essere avvenuto in un clima di cautela assoluta e terminato, con il perentorio suggerimento: “Non attaccare Israele”.
Ecco perché nessuno può dire con certezza come stanno le cose. I Consigli di sicurezza più attivi, che oggi danno maggior affidamento, sono quelli di Stati Uniti e Cina. Finora ci si basa su parametri interpretativi dovuti ai risultati che, in questo caso, sono stati meno drammatici del previsto. Risultati che hanno comunque scosso non soltanto il Medio Oriente, ma anche l’Europa e persino l’Ucraina, perché ogni aggressione distrae governanti e opinione pubblica mondiale.
E il versante italiano? E’ stato sfiorato da questa paventata nuova tragedia, forse anche per le notizie televisive in gran parte contraddittorie: Rai3 del 14 aprile scorso, “In mezz’ora”, affermava che Israele era stata bombardata da Droni e messili lanciati dall’Iran, ma le immagini segnalavano soltanto vampate di fuoco nel cielo israeliani, che si riferirebbero a Tg di edizioni precedenti. La Rai, in affanno, sembrava essere certa che il bombardamento fosse andato a segno. Tutto questo intorno più o meno alle 16. Notizie più reali, precisate da La7, ormai antagonista Rai,  annunciavano chiaramente che l’attacco aereo era stato sventato dalle forze statunitensi, britanniche, francesi e israeliane e che erano state colpite alcune zone lontane da Gerusalemme, senza che fortunatamente, ci fossero vittime. Notizie commentate da autorevoli politologi internazionali, i quali hanno chiarito comunque la gravità della situazione mediorientale e la possibilità che simili atti si dovessero ripetere, nel caso in cui Netanyhau avesse intenzione di ripetere sconsiderati attacchi.
Lo sgomento iniziale si è avvertito ovviamente anche in Italia, in Francia e in Inghilterra. La premier Giorgia Meloni, presidente di turno del G7, ha convocato, tempestivamente, la riunione con i Capi di Stato, ha condannato l’attacco aereo dell’Iran ed esortato tutti ad una maggiore “azione di pace”, sia in Medio Oriente che in Ucraina, “per porre fine alla crisi a Gaza attraverso la cessazione delle ostilità e il rilascio degli ostaggi da parte di Hamas”. Richiesta sacrosanta, ma ormai logora. L’intervento è stato accolto anche dalla segretaria del Pd, Schlein, che si è detta “pronta a collaborare con la Premier per il bene dell’Italia”.
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani intervenuto al G7 di Capri, ha rassicurato che il Contingente italiano Nato, circa un migliaio di militari, è al sicuro, e che tutti stanno bene. Giorgia Meloni ha il merito di aver riunito il consesso internazionale. Si tratta, è vero, di un atto dovuto, ma anche di un “intervento politico” nell’imminenza delle elezioni europee e della scelta dei candidati italiani. La premier, che nell’Unione Europea gode di prestigio, deve ora fare delle scelte precise, anche in considerazione del “ritorno in campo” di Mario Draghi, il quale ha già annunciato che “l’Europa ha bisogno di nuove prospettive sulle dinamiche politiche, militari ed economiche internazionali”.
Mario Draghi ex presidente della BCE ed ex presidente del Consiglio, in Europa sarebbe accolto con grande favore da tutti, ma non prima delle elezioni. E alle elezioni, cui guarda Giorgia Meloni, guarda anche lui, l’uomo più autorevole, atlantista per eccellenza, sicuramente il più esperto di problemi economici internazionali. Non a caso è entrato in scena anche l’ex primo Ministro, Enrico Letta.
Il vento delle elezioni europee spira sempre più forte e su più fronti, soprattutto per il futuro dell’Unione Europea, su cui gravano i sacrifici dell’Ucraina e il proseguire della guerra, ora che Biden è riuscito a convincere la Camera di Washington a stanziare ben 61 miliardi a favore dell’”azione difensiva” di Zelensky.

Gianni Maria Stornello