POLITICA

BONHOEFFER E SOPHIE SCHOLL “LEGGERE È LIBERTÀ” LOTTA E RESISTENZA TEDESCA PER UCCIDERE HITLER

By 23/04/2024Aprile 30th, 2024No Comments

Nella Festa della Liberazione  si rende omaggio al libro dei sacrifici del più importante teologo tedesco del XX secolo – Anima da Pastore, uomo dei servizi segreti e spia, fiero avversario dello sterminatore degli ebrei – “In questa posizione non facile, devo pensare a Dio, alla carità”
Lei, la figura più famosa della scrittrice-oppositrice del partito nazionalsocialista,  terrorizzata dagli orrori del  Führer – Il profondo legame col fratello Hans – Le lettere al dittatore: “Ridia la libertà ai tedeschi”

Dopo Hans Scholl, spirito forte e cuore tenero, Beppe Grande ha tradotto e pubblicato, in un unico volume, dal titolo Dietrich Bonhoeffer Sophie Scholl Leggere è libertà, due testi sempre curati dalla storica tedesca Barbara Fischer Ellermaier: Viva la libertà di Bonhoeffer e Leggere è libertà di Sophie Scholl.
Un libro che comprende lettere, voci di diario, appunti di conversazione, poesie di questi due martiri della storia moderna, che ebbero la forza e il coraggio di opporsi al nazismo e seppero far sentire la loro voce e il loro anelito di libertà in un momento in cui dominava, apparentemente indiscusso, il male assoluto.
Dalle lettere e dalle note di Bonhoffer emerge, in modo limpido, il percorso seguito dal teologo tedesco dalla salita al potere dei nazionalsocialisti fino alla sua esecuzione, per ordine diretto di Hitler, il 9 aprile 1945.
Un cammino non solo morale ma anche e soprattutto spirituale – molto ben descritto dal libro della Fischer, in cui giorno dopo giorno, come si evince dai suoi scritti, si sostanzia la consapevolezza e la necessità di doversi sacrificare contro la follia nazista e per la rinascita, la resurrezione, del popolo tedesco.
Una salita al Calvario che dagli Stati Uniti, dove era stato invitato anche per evitare di subire la repressione nazista (che aveva fondato anche una sua propria chiesa, la chiesa del Reich) lo riporta Berlino, dove, il 5 aprile 1943, verrà arrestato per non vedere più la libertà.
Bonhoffer sceglie di prendere e portare la sua croce, consapevole che alla fine della salita ci potrebbe essere la morte, conscio, dell’ineluttabilità della scelta.
Il paradigma del cammino cui facevo riferimento poc’anzi è ben sintetizzato, nel libro della Fischer, dalla corrispondenza dagli States, nell’estate del 1939. Prima ancora dello scoppio della guerra.
Il 7 giugno il giovane pastore parte per gli Stati Uniti, “invitato” dai pastori di oltreocenano per portarlo lontano dalle possibili rappresaglie del regime.
Nella prima nota del diario si legge “non capisco perché sono qui, se è sensato, se vale la pena per questo risultato. Ormai sono quasi due settimane senza sapere cosa succede dall’altra parte del mondo”.
Il 16 giugno Bonhoffer annota “preoccupanti notizie politiche dal Giappone. Se ora la situazione si complica andrò sicuramente in Germania. Non posso stare fuori da solo. Questo mi è del tutto chiaro”.
Il 22 “essere qui durante una catastrofe, è inconcepibile, se non è per sottomettersi a un ordine. Ma essere sé stessi colpevoli di ciò, dover rimproverare sé stessi di essere andato via senza necessità, è certamente distruttivo. Non ci possiamo separare dal nostro destino”.
Il 28 “non posso pensare che sia la volontà di Dio, che io debba rimanere qui in caso di guerra senza particolare compito, devo partire alla prima data possibile”.
L’8 luglio si imbarca per tornare in Germania, ormai sull’orlo della guerra. “Devo attraversare con i cristiani tedeschi questa epoca difficile della nostra storia nazionale”: era inconcepibile fuggire dai suoi amici e dal suo compito solo per salvarsi la vita, e lo scrive chiaramente.
Appena arrivato in patria inizia la rappresaglia della Gestapo: tra la primavera e l’autunno del 1940 vengono, prima, chiusi i locali dove tiene i corsi di teologia, poi, gli viene impedito di tenere conferenze e predicare in tutto l’impero germanico.
“Ogni apparizione è da impedire” hanno ordinato i funzionari della polizia segreta di Stato.
Gli viene imposto l’obbligo di firma, cosa che gli impedisce di viaggiare, viene costantemente minacciato di essere chiamato a fare il soldato e partire per il fronte.
Solo una misteriosa rete di amicizie berlinesi influenti riesce a proteggerlo. Con un vero colpo di scena, come si scopre dal libro della Fischer.
È un predicatore che non può predicare, uno scrittore che non può pubblicare, un docente che non può insegnare, ma inizia a lavorare per l’Ufficio estero del Servizio Segreto di difesa militare tedesco alle dirette dipendenze del comandante in capo dell’esercito tedesco con passaporto diplomatico.
Un mistero, in quel frangente, per molti che si chiedono se sia una mossa per sottarsi alla minaccia delle autorità o un segno di un cambiamento di posizione.
Il fatto è che grazie a questo incarico riesce ad evitare la visita di leva e, momentaneamente, a sfuggire alla morsa della Gestapo.
Grazie al passaporto diplomatico si reca tre volte in Svizzera, in Norvegia, in Svezia, In Italia, in Vaticano, per presentare il piano di rovesciamento di Hitler e capire quale sarebbero stati il supporto e la reazione degli alleati in tale scenario.
La libertà è il motore e il fulcro della vita di Bonhoffer. Nel settembre del 1941 annota “la libertà non è primariamente un diritto individuale, ma una responsabilità, la libertà non è in primo luogo orientata all’individuo ma al prossimo”. Ed è per questo che lavora per i Servizi Segreti
Andando a scavare, nei meandri della Storia, si scopre che è proprio all’interno di questo apparato dei servizi segreti, comandato dall’ ammiraglio Wlhelm Canaris, che si muove la resistenza militare contro Hitler e il suo regime e si sta pianificando il colpo di stato per eliminare Hitler stesso.
Vale la pena ricordare, a tal proposito, la vicenda dell’operazione Mincemeat – narrata dal libro di uno dei protagonisti, l’ammiraglio Ewan Montegu (che varrebbe la pena veder ripubblicato N.d.r.) e raccontata da un bellissimo film con Colin Flirth – operazione di depistaggio per ingannare i nazisti sul piano di sbarco degli alleati in Sicilia, nell’estate del 1943.
Molto probabilmente il servizio segreto tedesco, comandato da Canaris, era venuto a conoscenza, grazie alla rete di spie presenti anche a Londra, del piano di disinformazione inglese ma non fece nulla per svelarlo con il fine ultimo di costruire le condizioni per rendere possibile il colpo di stato.
Viaggi ufficiali per il Servizio Difesa, incontri segreti frenetici piani si alternano alla scrittura di uno dei pilastri della sua produzione letteraria e spirituale, L’etica.
Con la maschera del pastore inoffensivo riesce a portare avanti il ruolo di agente e spia. “E in questa non facile posizione – annota – devo continuamente pensare a Dio, a Cristo, all’autenticità, alla vita: alla libertà e alla carità ci tengo moltissimo”.
Il 5 aprile viene arrestato dalla Gestapo davanti alla casa dei genitori a Berlino e per due anni e 4 giorni sarà detenuto in diverse prigioni. Nell’autunno del 1944 potrebbe fuggire con l’aiuto di una guardia del carcere di Berlino Tegel: il piano, però, salta per l’arresto del fratello Klaus.
Nonostante tutto, non si è pentito di essere ritornato dagli USA, dalla sicura libertà, nella dittatura nazionalsocialista.
Nel dicembre 1943 scrive ai genitori “non ho bisogno di dirvi quanto sia grande il desiderio di libertà e di voi tutti” e all’amico Eberhard Berthge “si deve essere chiari su ciò che si vuole, ci si deve chiedere se si può rispondere e poi si deve fare con una irresistibile fiducia. Dopo e solo dopo si possono sopportare le conseguenze. Devi sapere del resto che non mi sono ancora pentito neanche un momento del mio ritorno nel 1939. Penso al passato senza alcun rimprovero e senza rimprovero accetto il presente”
Il fallimento dell’attentato a Hitler del 20 luglio del 1944 fa cadere le teste di chi lo aveva protetto fino a quel momento.
“Dio possa e voglia far nascere il bene da tutto anche da quello che è più malvagio”, scrive ancora.
C’è un percorso parallelo che unisce Hitler e Bohnoffer. Il teologo viene ucciso il 9 aprile. Il fuhrer si ucciderà 21 giorni dopo.
Con una fondamentale e infinita differenza: dalla morte del pastore luterano si aprirà un infinito di luce, di libertà. Una vera resurrezione del popolo tedesco, della Germania che saprà ricostruirsi e ricostituirsi, passo dopo passo dopo la follia e il male assoluto del nazismo.
Il testo di Sophie Scholl ci riporta al percorso, ben più breve rispetto a quello di Bohnoffer, della studentessa di Monaco, di suo fratello Hans e di quanti seppero e vollero riunirsi attorno al movimento di resistenza La rosa bianca.
Un cammino caratterizzato da molte, importanti, letture, in primis Sant’Agostino, ma anche da una mole importante di scritti (annotazioni sul diario personale e lettere scritte, in primis, all’amica Lisa, al fratello Hans, alla sorella Inge e al fidanzato Fritz).
E da questi scritti, come per Bohnoffer, si coglie tutta la forza e l’intensità di quel cammino di crescita che porterà lei e lo sparuto numero di studenti universitari che attorno a lei si coagulerà a diventare quei giganti della libertà che conosciamo.
Sant’Agostino, Thomas Mann (privato della cittadinanza tedesca nel 1936) con la Montagna incantata, George Bernanos con Diario di un curato di campagna sono alcune delle letture che accompagnano il servizio obbligatorio per il lavoro giovanile di Stato, servizio che se nell’immediato impedisce a Sophie di iniziare gli studi universitari in dimensione più complessa le preclude qualunque altra libertà.
In primis proprio quella di leggere. Nel campo vige il divieto di leggere e questo preoccupa la cerchia degli affetti di Sophie. La sorella Inge le manda dei libri, il fidanzato Fritz Hartnagel le scrive: “che tipo di guida deve essere quella che vieta perfino la lettura. Questo mi è incomprensibile. O si vuole allevare la collettività così, vietando tutto ciò che è privato?”
E ancora: “Il tuo metodo che mi hai scritto in una lettera che ho ricevuto proprio oggi è sicuramente il migliore. Prefiggersi con ostinazione e coerenza, di leggere ogni giorno un paio di pagine. Forse si aprirebbero dei punti di vista completamente nuovi, e si arriverebbe alla meta in un modo completamente diverso da come ci si aspettava”.
“Leggere è libertà” scrive Sophie in una nazione in cui si bruciano in piazza i libri.
Ed è proprio riprendendo in mano Sant’Agostino nel luglio del 1942 annota “quest’anno verrà presa una decisione” (solo nel 1944 la sorella Inge troverà il cartoncino con questa frase).
Le letture, le riflessioni, le cronache di guerra che attraverso il fratello Hans e il fidanzato Fritz arrivano dal fronte russo, la consapevolezza che tutti gli ebrei nei territori occupati devono essere sistematicamente eliminati (un compagno di Hans racconta che in Lettonia per 14 giorni consecutivi hanno assassinato uomini, donne e bambini ebrei, Fritz, da Stalingrado, le ha scritto che devono eliminare tutti gli ebrei presenti nelle regioni orientali), la condanna del padre a 4 mesi di reclusione per aver manifestato il pensiero sull’ineluttabilità della sconfitta tedesca, fanno prendere a Sophie la decisione.
In tempi non sospetti, nell’estate del 1941 aveva, scritto “io credo che adesso la guerra cominci a ripercuotersi enormemente in ogni relazione. Talvolta, specie ultimamente, ho sentito come un’amara ingiustizia dover vivere in un tale tempo così pieno di avvenimenti mondiali. Ma questo naturalmente è insensato e forse oggi ci sono posti veramente dei compiti da svolgere fuori e con l’azione”.
Dal luglio 1942 Sophie studia, legge, discute, collabora con la rivista Windlicht diretta dal fidanzato di Inge (che verrà chiusa dalla Gestapo), si incontra con gli amici di Hans, Alexander Schmorell, Christoph Probst, Willi Graf e con intellettuali, danneggiati dal nazionalsocialismo, autori che non possono più pubblicare, editori le cui case editrici sono state chiuse, giornalisti i cui giornali sono stati proibiti, redattori che scrivono solo più in segreto, pittrici che non possono più esporre.
Tutti desiderano la libertà. È tempo di letture, ma anche di scrittura. Comincia la produzione frenetica di un volantino contro i nazisti e contro Hitler: dal novembre 1942 al febbraio 1943 ne vengono prodotti e distribuiti, a Monaco, Stoccarda e a Ulma, migliaia. Un lavoro non facile e soprattutto rischioso.
Il 7 novembre 1942 scrive al fidanzato Fritz: “l’insicurezza nella quale viviamo oggi continuamente, che ci vieta allegri progetti per l’indomani e getta la sua ombra su tutti i prossimi giorni a venire, mi opprime giorno e notte e non mi lascia di fatto un minuto”.
Sophie organizza, pianifica, scrive, cerca uomini e donne che possano distribuire i volantini.
In quello del 18 febbraio 1943, stampato in 1800 copie, in cui invocano la resa dei conti con il partito nazionalsocialista c’è scritto “in nome di tutta la gioventù tedesca chiediamo indietro allo stato di Adolf Hitler la libertà personale, il bene più prezioso dei tedeschi”.
Quando tutti gli studenti sono a lezione i fratelli Sophie e Hans distribuiscono l’appello nei corridoi. Sophie mette i fogli rimasti sul davanzale del loggiato e baldanzosa dà un colpo al mucchio. Scendono come un soffio i volantini giù nel piano terreno e in quel momento n sorvegliante li scopre entrambi.
Sono subito arrestati. Poco dopo cadranno nelle mani della Gestapo anche Alexander Schmorell, Christoph Probst, Willi Graf e sua sorella Anneliese. Qualcuno da una sigaretta a Sophie. Lei la invia a Willi. Ma prima ci scrive sopra la parola libertà. Il 22 febbraio, alle ore 17 dopo un processo farsa Sophie, Hans e Christoph sono condannati a morte e decapitati.
La magistratura nazionalsocialista arresterà, interrogherà, getterà in prigione o giustizierà più di 60 persone perché erano a conoscenza o avevano distribuito i volantini. Non ci sarà la rivolta degli studenti universitari, come avevano sperato, non ci sarà il sollevamento popolare come avevano sognato.
Ma le parole di libertà dei volantini si diffonderanno. Thomas Mann, attraverso la BBC, loderà il coraggio degli studenti di Monaco, areoplani britannici, nel luglio 1943, getteranno sulla Germania centinaia di migliaia di copie l’ultimo volantino, quello del 18 febbraio.
Solo nell’estate del 1992 la sorella maggiore di Sophie Inge riuscirà, finalmente, a leggere i protocolli di interrogatorio: nell’ultima pagina dell’atto di accusa vedrà le ultime due parole che Sophie ha annotato a grandi lettere intrecciate: libertà, libertà.
Quello stesso desiderio di libertà che spinse i coniugi Otto ed Elise Hampel, tra il 1940 e il 1942, a scrivere centinaia di cartoline in cui invitavano la gente a rifiutarsi di cooperare con i nazisti, ad astenersi dal donare loro denaro, a rifiutarsi di prestare il servizio militare e a rovesciare Hitler (raccontata nel libro di Hans Fallada Ognuno muore solo, libro che primo Levi definì il più importante libro scritto sulla resistenza al nazismo), quella stessa libertà che animò centinaia di migliaia di europei, spesso non in grado né di leggere o di scrivere, a combattere contro la dittatura nazista e fascista.
Quello che emerge da tutte queste vicende è la paura che Hitler e i nazisti avevano di questi sparuti, piccoli resistenti. Il fatto stesso di ghigliottinarli dà il senso del delirio di distruzione delle loro idee, prima ancora che delle loro esistenze. Come ben ha delineato il professore Colombo della cattolica di Milano in un bellissimo podcast sulla insurrezione del ghetto di Varsavia il desiderio di annientare cela una immensa paura: quella che le idee diverse dal pensiero unico potessero in qualche modo risorgere. Vincere. Come, effettivamente, è stato. Libertà, libertà: quella di cui noi, oggi, troppo spesso dimentichiamo l’importanza e il valore.
Alessandro Battaglino