POLITICA

CELEBRAZIONE DELLO SBARCO IN NORMANDIA 
PALLIDO RICORDO DI UN DRAMMA MONDIALE

By 25/06/2024No Comments

“Festeggiamenti e fuochi d’artificio” per la parata di Capi di Stato, una kermesse che non fa onore alla storia – L’amor di padre di Joe Biden per il figlio Hunter condannato per reati comuni – Lo stato di spossatezza dei “grandi” che alimenta l’arroganza di Putin – L’intervento contraddittorio del presidente francese Macron: “Pace con la Russia soltanto se l’Ucraina resiste”

Le celebrazioni per l’80° anno dallo sbarco in Normandia presentano un tratto che scolora fortemente verso il folklore e l’attrazione turistica: i siti e le agenzie che promuovono la ricettività del territorio propagandano programmi di “festeggiamenti” caratterizzati da “sfilate, lanci con il paracadute, rievocazioni e fuochi d’artificio”.
A questa kermesse sono soliti prendere parte anche i Capi di Stato e di Governo dei principali Paesi, come accaduto lo scorso 6 giugno, quando – tra gli altri – hanno presenziato alla commemorazione i Presidenti Macron, Mattarella, Biden e Zelensky, re Carlo III e il cancelliere tedesco Olaf Scholz.
La maggior parte dei resoconti giornalistici ha enfatizzato i richiami tra l’anniversario e l’attuale situazione bellica europea, partendo soprattutto dalle dichiarazioni del Presidente americano, lette come una rassicurazione indirizzata agli Europei preoccupati di un disimpegno statunitense: «non indietreggeremo», «non guardiamo altrove», sono state le espressioni di Biden, perché in caso contrario l’Ucraina «cadrà sotto il giogo russo e poi l’Europa tutta intera», insistendo sulla battaglia tra «libertà e tirannia» per un’Ucraina «invasa da un tiranno».
Per un emblematico (e forse per alcuni beffardo) casuale contesto di coincidenze, alcune delle parole di Biden sono apparse in una luce piuttosto pallida perché poste in connessione con le vicende familiari (ma dai possenti risvolti politici) che contemporaneamente stavano interessando il figlio Hunter, riconosciuto colpevole di reati legati all’acquisto di una pistola nel 2018: Hunter Biden avrebbe infatti mentito quando, il 12 ottobre di quell’anno, nascose all’Fbi e a un venditore di armi la sua dipendenza dagli stupefacenti, una condizione che gli avrebbe precluso l’acquisto di un revolver Colt modello Cobra.
Secondo quanto riportato dai quotidiani, il Presidente Biden non ha partecipato alle udienze del processo del figlio, ma la first lady Jill avrebbe rapidamente lasciato le celebrazioni francesi per rientrare già il successivo venerdì 7 giugno in Delaware al fine di assistere all’udienza, per poi volare di nuovo il sabato a Parigi per la visita di Stato all’Eliseo.
I sentimenti di questa famiglia hanno invaso l’arena pubblica specialmente nel momento in cui il discorso del Presidente degli Stati Uniti ha evocato la democrazia come la condizione di chi “decide che c’è qualcosa più importante di se stesso, … decide che la persona accanto a sé è qualcuno di cui prendersi cura, … decide che la missione conta più della sua vita, quando decide che il Paese conta più di se stessi”.
In un immaginabile conflitto emotivo tra la dedizione alla res publica e l’affezione filiale è stata colta una delle componenti della fragilità del Capo di Stato americano, che pochi giorni dopo il verdetto riguardante il figlio dichiarava “sono un presidente ma anche un padre, Jill ed io amiamo nostro figlio e siamo orgogliosi dell’uomo che è diventato”.
Il carattere umano delle vicende politiche e la tensione fra la predilezione per gli affetti familiari e la “ragion di Stato” sono state icasticamente rappresentante dall’immagine, ampiamente diffusa dai mezzi di comunicazione, in cui Joe Biden abbraccia Hunter tenendo gli occhi chiusi, il figlio stretto a sé.
Difficile ipotizzare se e in che termini questa raffigurazione di un Presidente fragile abbia potuto incidere sull’efficacia delle sue rassicurazioni, accentuate peraltro da analoga posizione espressa dal Presidente francese, alla vigilia di uno inaspettato scioglimento delle Camere.
Emmanuel Macron ha confermato che «siamo qui e non cederemo», evocando e riattualizzando Goya in chiave politica: quando «si insinuano anestesia e amnesia, quando le coscienze si addormentano», di fronte «al ritorno della guerra nel nostro continente, di fronte alla rimessa in causa di tutto ciò per cui loro si sono battuti, di fronte a coloro che pretendono di cambiare le frontiere con la forza o di riscrivere la storia» dobbiamo «essere degni di coloro che sono sbarcati qui».
Ma anche queste parole si sono tinte di propaganda politica in ragione dell’imminente tornata elettorale per il rinnovo del Parlamento Europeo, specialmente perché (ri)lette in connessione con le dichiarazioni rese dal Presidente francese nell’intervista televisiva rilasciata la sera stessa delle celebrazioni, nella quale Macron ha affermato che la pace ci sarà solo «se Ucraina resiste», aggiungendo che Kyiv ha chiesto la formazione dei militari sul suo territorio, confermando la decisione di permettere l’uso di armi francesi per colpire il territorio russo da dove partono gli attacchi e – soprattutto – scegliendo l’in cauda venenum: con l’estrema destra «l’Europa sarà bloccata».
Dal conflitto emotivo alla tensione politica, l’assenza della Russia è stata rimarcata dallo stesso Presidente francese ricordando (apparentemente) il ruolo assunto dall’Armata Rossa nella sconfitta del nazismo, per evidenziare (in realtà) il significato e le implicazioni geopolitiche delle celebrazioni.
La fragilità del leader americano si è dunque simmetricamente riprodotta nella debolezza politica di quello francese, apparso già nella prospettiva (materializzatasi qualche ora dopo) della sconfitta elettorale.
Molte letture di questa celebrazione hanno enfatizzato la spossatezza dei “grandi”, generando connessioni mentali (anche se non sempre logiche) con la carenza di legittimazione e di autorevolezza delle istituzioni internazionali, all’ombra della cui gracilità troverebbero spazio le ambizioni russe e cinesi di interpretare, e sfruttare a proprio vantaggio, il risentimento del sud globale.
Le rappresentazioni dell’evento hanno quindi, in certa misura, trasmesso un senso d’inquietudine, legato principalmente al discostamento tra i caratteri retorici della celebrazione e l’instabilità che faticosamente sorregge, in un equilibrio sempre più precario, i rapporti internazionali. E queste rappresentazioni sono state ampiamente alimentate dal frame nel quale le celebrazioni stesse sono state (e sono annualmente) collocate: quello della “celebrazione”, del “festeggiamento”, della “rievocazione” di un evento felice.
Sono state le parole di Papa Francesco a compiere un tentativo di realismo e di razionalizzazione di questa lettura, ricordando che “Lo sbarco evoca, più in generale, il disastro rappresentato da questo terribile conflitto globale dove tanti uomini, donne e bambini hanno sofferto, tante famiglie sono state dilaniate, tanta rovina è stata provocata. Sarebbe inutile e ipocrita ricordarlo senza condannarlo e rigettarlo definitivamente; senza ripetere il grido di San Paolo VI dal podio dell’Onu, il 4 ottobre 1965: Mai più la guerra!“.
Mentre, quindi, il clima generale (e culturale) delle celebrazioni è facilmente avvicinabile alla Realpolitik bismarckiana, in cui sono gli interessi dei singoli Paesi (e non i sentimenti, le ideologie o i principi) a fondare l’azione pubblica, il richiamo del Pontefice ha l’effetto “realistico” à la Alf Ross, nel senso di rimarcare che le affermazioni della politica, come le proposizioni normative che ne sono figlie, assumono valore solo se accettate dalla coscienza collettiva.
Se non si accetta, rendendola componente vitale del sostrato culturale delle celebrazioni, che “lo sbarco evoca, più in generale, il disastro rappresentato da questo terribile conflitto”, non si potrà evitare che gli eventi e le ricorrenze, a non volerle limitare ad attrazioni turistiche, continuino a esprimere un senso di disagio, di tensione e di inquietudine.
E sembra continuare ad avverarsi la profezia, al tempo svalutata, contenuta nelle parole con cui Churchill, pochi giorni prima dello sbarco, aveva avvertito Roosevelt (che non diede peso alla cosa):  temo l’effetto negativo che potrebbe avere il bombardamento che si svolgerà nelle prime fasi dello sbarco… La mia paura è che i liberatori alleati possano lasciarsi alle spalle un senso di repulsione e una lunga scia di odio”.

Luca Geninatti Satè