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“DON CARLO” 7 DICEMBRE 2023 IN QUEL VECCHIO PALCO (REALE) DELLA SCALA…

By 19/12/2023Dicembre 20th, 2023No Comments

E’ stato un colpo di teatro? E perché? – Sant’Ambrogio particolare per la prima del “Don Carlo”, senza il Capo dello Stato e Giorgia Meloni, ma con Liliana Segre, Ignazio La Russa (presidente del Senato), il sindaco Sala e, un passo indietro, Salvini e Sangiuliano –

Sette dicembre 2023 alla Scala. Chi sarà mai quella mente occulta, eccelsa e spregiudicata che ha pensato: sarebbe meglio se il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, lasciasse il “Palco Reale” del salotto milanese, l’unico riconosciuto nell’universo lirico, a Ignazio La Russa, presidente del Senato e seconda carica dello Stato? Non si sa, ma la “strategia dell’intenzione” ha funzionato e così Mattarella non si è presentato nel “vecchio palco della Scala”. E non aveva accanto neppure la Premier Giorgia Meloni. Senza voler troppo indagare, forse la mente occulta si sarà nascosta tra le quinte del “Don Carlo” per aggiungere un pizzico di suspense al dramma verdiano, tratto da Schiller, a dire il vero assai poco regale, anche in quell’epoca: il 1560.
Amori, tradimenti, politica interna e internazionale, esercizio forsennato del potere, solitudine, drammatico rapporto padre e figlio, amore contrastato e impossibile, popolo oppresso. Un dramma politico e umano, che dura ormai da millenni, e alla Scala rappresentato nella versione italiana dell’opera, del 1884, che non è quella del 1867, del “Don Carlos” parigino, in cui non soltanto la Spagna, ma anche la Francia era inserita nella vicenda politica e familiare di Filippo II e di Don Carlo.
Dramma che permane, attualissimo, nei nostri giorni. Non c’è di che meravigliarsi: si sa da tempo, che i figli maschi, essendo sovente diversi dai padri, pur se dello stesso sesso, di guai ne hanno sempre combinati e ancora ne combinano.
Dal palcoscenico, al palco reale. E’ apparso alquanto strano, che Mattarella non ci fosse e neppure Giorgia Meloni (assente… giustificata?) e che ci fosse soltanto Ignazio La Russa accanto a Liliana Segre: una coppia di segno diametralmente opposto, per nulla ben assortita, ma che forse qualche significato deve pur averlo.
Il colpo di teatro, è il caso di dirlo, è proprio questo: al posto del Capo dello Stato è stata destinata, applauditissima, la senatrice a vita Liliana Segre, “vox universalis” delle nefandezze compiute dai nazisti, 93 anni splendidamente portati in giro per l’Italia, superstite dell’Olocausto e testimone attivissima della Shoah. Una antifascista per eccellenza.
Mancava, si è detto, anche la Premier Giorgia Meloni, alla cui assenza vorremmo attribuire non poche “intenzioni”, che potrebbero essere tutte legittime. Dipende dai punti di vista e da una certa cautela, che ci viene dettata dalla consapevolezza che si trovasse in una posizione delicata, stretta com’è dalla necessità di prendere le distanze da certe posizioni assai poco europeistiche di alcuni colleghi di governo (le elezioni europee sono alle porte) e di dimostrare il massimo rispetto per le istituzioni, soprattutto per quella rappresentata dal presidente Mattarella.
Quasi un segnale di fumo (di pace o di aiuto?) se si pensa che la Premier guarda lontano, scruta gli orizzonti, ora al centro destra, ora in spazi più ampi, quasi a 360 °quasi come un’aquila. Resta il fatto, interpretabile, che in mancanza delle teste coronate d’Europa, sul palco reale, oltre a Liliana Segre, Ignazio La Russa e Giuseppe Sala, sindaco di Milano, un passo indietro, quasi protocollare, ci fossero Matteo Salvini e Gennaro Sangiuliano. Che vorrà dire?! Niente e tutto. Come succede sempre nel nostro Bel Paese. Che ci sia stato un segnale di fumo controvento anche per il Matteo tuttofare? E se così fosse, se ne sarebbe accorto?
L’unica nota (in)tonata – per restare in tema politico – è stata quella di Marco Vizzardelli, giornalista in pensione, il quale dal loggione della Scala, ha gridato “Viva l’Italia antifascista”. E tutti, giornali, Tv di Stato e Tv private si sono domandati: perché l’ha fatto? Semplice. Perché era una “voce dal sen fuggita”. Il che vuol dire, ancora una speranza c’è. Il signore antifascista, è stato subito identificato dalla Questura, “per una questione di sicurezza”. “Una semplice coontatazione”, per dirla alla De Sica.
Dal “palco reale” al palcoscenico del “Don Carlo”: fatta salva la gioia di tutti per la spettacolarità dell’opera sapientemente impiantata da “G. Verdi”, la bellezza dell’aria Di Filippo II, simbolo di malinconia e dell’amore perduto “Ella giammai m’amò”; aria di Elisabetta; “Tu che le vanità”; la morte di Rodrigo, unico personaggio inventato: “ O Carlo ascolta…” ; la stupenda aria della principessa Eboli “ Oh Don fatal”, in cui si scatena il genio creativo verdiano, si avverte nel tessuto generale dell’opera lo sviluppo dell’armonia piena, che sfocia ora nel desiderio di amare di Don Carlo, ora nelle pene di amore di Filippo II, nella gelosia di Eboli e nella dolcezza di Elisabetta, nella fraterna amicizia di Rodrigo.
Ed è proprio in questi sentimenti che si annusa, si respira la grandezza dell’opera che travagliò più di ogni altra, la scrittura verdiana. E’ in questa tessitura drammatica, da cui esula, per grazia ricevuta, il belcanto riservato a Don Carlo, che si dovrebbe avvertire il “buon peso” della potenza romantica del Verdi più maturo. Ma lo spettacolo ha retto bene.
Nello stesso giorno in cui alla Scala, Filippo II lacerava le regali vesti per il tradimento del figlio Carlo, l’Unesco ha proclamato la Lirica italiana “Patrimonio immateriale dell’Umanità”. Meglio tardi che mai. Anche se si potrebbe osservare che il “patrimonio dell’umanità” ora conferito, vanta radici storiche italiane diffuse in tutto il mondo da almeno 400 anni, come ha giustamente osservato Katia Ricciarelli. Un patrimonio che oggi appare appeso al passato, fermo, in declino, a causa delle tantissime cause che determinano l’evoluzione o l’involuzione della Cultura. Come il desiderio forsennato di dar vita a nuove forme di “arte”, anche nella musica, dall’ansia del consumismo sfrenato, espressioni di un concetto culturale di basso profilo, che guarda soltanto ad un futuro assai confuso e ad un passato…tutto da buttare. Il che giustifica il ritardo ultra, ultradecennale dalla fondazione dell’Unesco (1945). E’ lo stesso concetto che si può applicare a ciò che avviene nella Scuola, in cui la moderna educazione è giunta ai minimi termini e mal si sposa con l’approfondimento d’ogni serio piano di studi. Tutti ne parlano, ma nessuno da anni si muove.
Parlando nello specifico della cultura teatrale, si auspica che il Governo Meloni se ne interessi attivamente, perché il problema pone un serio dilemma: andare avanti così, fino al degrado completo (ammesso che non sia già stato raggiunto), oppure fermarsi, riflettere, rimediare. Compito oggi assai arduo, perché alla base, manca la “Disciplina della Cultura Politica”, che anche in questo è orgogliosamente divisa. Miopia politica assoluta, a cui questo governo, da solo, ripetiamo – da solo – non è in grado di dare una soluzione, se non con l’ennesimo decreto legge.
In politica, nella Cultura che è la madre del convivere civile, bisogna lavorare insieme se si vogliono evitare errori madornali.
Cosa ha prodotto, per fare un esempio e per restare in tema, la scellerata riforma 508 /1999 dei Conservatori, che pur tesa al conseguimento diploma e laurea di 2° e 3° livello ed equiparazione all’Università, ha relegato lo studio della musica classica e del canto lirico a cenerentola delle materie artistiche e bandito l’insegnamento, la competenza specifica e le esperienze dirette degli artisti lirici? Ha generato soltanto disastri: genericità di studi, scara professionalità. Si sappia che gli studenti di canto lirico soprattutto gli stranieri più facoltosi, studiano a Vienna, Salisburgo, Berlino, Londra, Varsavia, Zurigo, Madrid, New York, San Francisco, mentre gli “altri”, i meno abbienti, e comunque più facoltosi dei ragazzi italiani, studiano a Milano, Torino, Roma, Firenze, Napoli, Bologna etc.
Questa realtà non è disgiunta dalla crisi economica, dal costo elevato della vita, dai bassi salari e stipendi, e da ciò cui si accennava. Crea difficoltà pressoché impossibili, di ritorno a studi seri, anche perché in oltre un quarto di secolo di evanescenze e approssimazioni, la passione e la voglia di studio della gioventù migliore, quella che si dedica alla musica, appunto, sono ormai logore a causa alle difficoltà per sostenere gli studi e per l’incertezza futura.
Parlare del Don Carlo scaligero non è esercizio retorico: quanti problemi si annidano “…in quel vecchio palco della Scala” e nei versi, oggi quasi profetici, di Garinei, Giovannini, Gorni Kramer, cantati dal glorioso Quartetto Cetra? Il tempo sbiadisce i ricordi, la memoria si annebbia, e se non si ridà linfa vitale (leggasi finanziamenti ben controllati), alla musica di Verdi, di Donizetti, Rossini, Bellini, Puccini, Mozart (non soltanto quello italiano di Don Giovanni, Nozze di Figaro, Così fan tutte), Leoncavallo, Mascagni, Giordano, di Ottorino Respighi, del contemporaneo Nino Rota, che resterà della nostra cultura musicale?
Al ministro per la Cultura, Gennaro Sangiuliano ex direttore del TG2, rivolgiamo una preghiera, che sicuramente recepirà:
ripensi ad una controriforma dei conservatori: si ritorni al passato in cui la musica, il canto lirico e da camera erano le materie principali con ore e ore di studio settimanale e proponga al ministro per l’Istruzione, l’istituzione di facoltà universitarie, in cui non ci siano soltanto le importantissime Storia della Musica, del Teatro, del Cinema ma anche facoltà di perfezionamento superiore degli studi strumentali e di lirica, con artisti che abbiano tutti i titoli riconosciuti dallo Stato e che abbiano messo per anni i piedi in palcoscenico. Soltanto così si potrà ridonare ai giovani la grande musica teatrale.

Destini finanziamenti per restaurare centinaia di teatri settecenteschi che nelle province italiane sono chiusi da decenni, senza che nessuno se ne occupi.
Siamo perfettamente consapevoli che queste riflessioni se messe in atto comporterebbero progetti ben ideati, costi elevatissimi, collaborazione con artisti/docenti geniali. Ma non ci sono altre vie d’accesso alla cultura. Ci vuole un grande coraggio.
Un tempo si arrivava alla Scala nel pieno della maturità e dopo
aver raccolto gloria nel mondo. I teatri lirici devono tornare a formare i giovani cantanti lirici, come avviene alla Scala, appunto, dagli anni ’90, al Carlo Felice di Genova, da pochissimi mesi; alla Fondazione Rossini di Pesaro. Soltanto così la grande scuola del canto lirica vedrà la sua rinascita.
E’vero la maturità dovrebbe avere un’età, ma è anche vero, che alla notorietà si arriva – e sono casi unici – anche a 23,24 anni, come è avvenuto per il musicalissimo Francesco Meli (Don Carlo), ma dopo che a 21 anni aveva debuttato nel ruolo a lui più congeniale, di Don Ottavio, nel mozartiano “Don Giovanni” al Teatro Carignano di Torino. E dopo due anni di studio con Franca Mattiucci all’Accademia della Voce del Piemonte. Ma, ribadiamo, sono casi rari.
La Rai, per concludere, ha acceso, come sempre del resto, i riflettori sulla prima del 7 dicembre alla Scala, con il “Don Carlo”. Ora prenda atto che la situazione dei teatri italiani è precaria, che lo studio lo è ancor di più, e inverta la rotta, si impegni a fare scelte musicalmente impegnative e consapevoli anche per ciò che riguarda la musica leggera italiana. Perché tutto ciò che propone nei tre canali Uno, Due, Tre, non è “meraviglioso”, “strepitoso”, “fantastico”, come sostengono presentatori più o meno preparati. Nella maggior parte dei casi, i ragazzi “ingaggiati” a suon di annunci pubblicitari, sono stonati, svociati, incapaci di una qualsivoglia tecnica, privi di una minima musicalità e diventano star per un pubblico diseducato alla musica.
Se l’italia di oggi si convertisse ad essere un’altra Italia, “più europea”, nel Palco reale della Scala il 7 dicembre 2024, tornerebbe Sergio Mattarella, avrebbe accanto Liliana Segre, Giorgia Meloni, avrebbe maggior correttezza istituzionale, autorevolezza in Europa, così come è avvenuto nel 1922.

Armando Caruso