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E’ UN IMPERATIVO: AIUTIAMO I GIOVANI A COMPRENDERE IL DOLOROSO PASSATO

By 20/03/2024No Comments

Che ne sanno “i ragazzi del 2000” che sfidano, a volte giustamente, le istituzioni, della violenza delle Br, degli “Anni di Piombo”, delle stragi? – Stiano attenti i cattivi maestri a inculcare in loro le assurdità dei crimini, dei martiri in nome di nobili ideali

Che ne sanno i 2000. E’ il titolo di una famosa canzone di Gabry Ponte riferita ai ragazzi nati negli anni 2000, incapaci di comprendere la cultura musicale, televisiva, tecnologica dei decenni precedenti.
Gli stessi ragazzi che oggi manifestano e protestano per rivendicare i diritti e le proprie libertà, salvo trovarsi in alcuni casi, poi, presi a manganellate dalle forze dell’ordine.
Senza entrare nel merito di accuse e difese sui fatti (cruenti e terribili) di Pisa e Firenze, forse occorrerebbe meglio riflettere su come le nuove generazioni stanno creando e sviluppando la propria coscienza sociale e civile, su come immaginano di occupare il loro “tempo” e impegnarsi per costruirne uno (si spera) migliore.
Ma soprattutto occorre riflettere sul fatto che la violenza, ovunque si generi e comunque si manifesti, finisce con il creare nuova e peggiore violenza.
I ragazzi in piazza hanno manifestato, recitando slogan e “sfidando” le istituzioni, consapevoli che solo un atto clamoroso, di rottura rispetto alla normalità, può attirare attenzione su un valore, un’ideale che si vuole difendere o affermare.
La reazione violenta – giustificata o meno – ha creato una cesura profonda, ha scavato un solco doloroso tra l’immagine positiva del valore delle idee e la brutalità della forza fisica.
Alcune situazioni sono inevitabili e la tensione che si genera nelle piazze, in occasione di manifestazioni, spesso può sfuggire al controllo razionale e indurre a reazioni spropositate: quel che resta, però, è l’immagine di uno scontro, di una lotta, di un contrasto, come se a idee si contrappongano altre idee, a valori, valori diversi.
Abbiamo letto che mezzo secolo dopo gli eventi che portarono alla morte dell’appuntato dei carabinieri Angelo D’Alfonso – ucciso dalle Brigate Rosse il 5 giugno del 1975, in provincia di Alessandria, davanti ad una cascina dov’era tenuto prigioniero il re dello spumante Vittorio Vallarino Gancia – si sono concluse le indagini che hanno portato ad identificare 4 terroristi delle Brigate Rosse, che avrebbero avuto parte attiva nel sequestro.
Ma anche un’altra notizia ha attirato l’attenzione: la morte, in questi giorni, di Barbara Balzerani, figura storica e militante delle BR, cui è seguito un messaggio di cordoglio di Donatella Di Cesare, professoressa di Filosofia teoretica dell’Università La Sapienza di Roma, la quale ha postato sulla piazza virtuale dei social un messaggio dai toni molto chiari: “La tua rivoluzione è stata anche la mia. Le vie diverse non cancellano le idee. Con malinconia un addio alla compagna Luna”.
A questo punto la domanda: cosa ne sanno i 2000? Quanto i ragazzi di oggi conoscono gli eventi di un tempo, le vicende di giovani che come loro lottavano per l’affermazione dei propri ideali, anche se nella forma deteriore della violenza e della sopraffazione? Quanto sono consapevoli della possibilità che una forma pacifica di protesta possa diventare fonte di rischio e di preoccupazione?
Come ha ricostruito Sergio Zavoli ne “La notte della Repubblica”, dal 1974 al 1988 le Brigate Rosse hanno rivendicato 86 omicidi, con vittime principalmente tra agenti di polizia e carabinieri, uomini politici, magistrati. Ma anche sequestri di persona, agguati e ferimenti, le rapine compiute per recuperare finanziamenti per l’organizzazione.
Quasi mille persone sono finite sotto processo per aver fatto parte dell’organizzazione criminale delle Brigate Rosse, oltre altre centinaia che facevano parte di gruppi armati analoghi (Partito Comunista Combattente, Unità Comuniste Combattenti, Partito Guerriglia, Colonna Walter Alasia…).
Ancora in un comunicato emesso nel 2003 dalla Procura della Repubblica di Bologna l’organizzazione veniva considerata attiva con nuovi componenti, a dimostrazione di un focolaio mai completamente spento.
A questi eventi si guarda oggi con un sereno distacco, quasi come se fossero ormai consegnati ai libri di storia, a volte anche con aspetti nostalgici dei tempi passati, che inevitabilmente sfumano la parte più cruenta dei ricordi.
Del resto il post della professoressa Di Cesare è la chiara dimostrazione di una “vicinanza” alla figura della Balzerani, la compagna Luna – come si faceva chiamare – che prese parte a numerosi omicidi, compreso quello di Girolamo Minervini e all’agguato di via Fani, dove furono trucidati gli agenti della scorta di Aldo Moro, nella primavera del 1978. E le polemiche che si sono scatenate successivamente – tali da indurre la Di Cesare a rimuovere il post incriminato – hanno chiaramente dimostrato come alcune inquietudini del nostro tempo siano solo sopite, ma mai completamente estinte. Alla base delle Brigate Rosse c’era l’dea di propagandare e sviluppare una rivoluzione per il comunismo, attraverso però la lotta armata. E questo implicava attentati, sequestri, rapine, omicidi, stragi, insomma tutto quanto potesse indurre terrore, scuotere le coscienze e affermare una nuova società, costruita appunto sugli ideali comunisti.
Il cosiddetto terrorismo tenne in ostaggio il nostro Paese per oltre un decennio, costellando le cronache – e la vita quotidiana degli italiani – di azioni violente e crimini efferati.
Sicuramente una pagina di storia oscura, buia, dolorosa e violenta, segnata dalla morte di tante persone innocenti e capace, per lunghi anni, di terrorizzare la vita di un’intera nazione. Ora accostare le proteste (pacifiche) dei ragazzi di Pisa e Firenze al fenomeno feroce delle Brigate Rosse è sicuramente azzardato e sbagliato: attenzione, però, alle parole della premier Meloni che, in un recente incontro a Palazzo Chigi con i sindacati delle forze dell’ordine – Polizia, Guardia di Finanza e Carabinieri – inizialmente fissato in agenda per discutere dei rinnovi contrattuali, ha chiaramente espresso preoccupazioni per gli scontri con gli studenti di Firenze e di Pisa e le polemiche con il Quirinale.
“C’è un clima che non mi piace e mi preoccupa” – ha riferito la premier – mi preoccupa un anno particolare in cui abbiamo la presidenza del G7, un anno molto impegnativo, che investe la nostra credibilità sul piano internazionale e vedo toni che mi ricordano anni molto difficili per la nostra nazione”.
Il riferimento ai cosiddetti “anni di piombo” – come il decennio del terrorismo fu anche definito – è chiaro: l’idea che la violenza generi altra violenza, che lo scontro si radicalizzi in modo da creare contrapposizioni sempre più nette e definite, fino a creare vere e proprie strategie della tensione o, peggio, tentativi di destabilizzazione, inevitabilmente traspare dalle parole della Meloni.
E allora occorre tenere sempre alta l’attenzione nel dibattito pubblico, evitare facili indulgenze o romantiche compassioni: la frase della Di Cesare è non solo inopportuna, ma anche pericolosa. Quella frase condivide le idee, condivide la rivoluzione, richiama con nostalgia quella “lotta” che era si affermazione di ideali, ma anche violenza, sopraffazione, morte.
In un recente intervento Giancarlo Caselli ha parlato della subalternità come un importante elemento strutturale del DNA delle Brigate Rosse.
“Subalternità – dice Caselli – significa che le Br – a dispetto di tutti i proclami – sono a rimorchio dei percorsi di cambiamento che il Paese autonomamente sta cercando. Che vuol dire essere parassiti, stabilendosi all’interno o alla superficie del corpo di altri. Ne consegue – per le Br – la necessità di infilarsi là dove ci sono conflitti e si coltivano rivendicazioni a fronte dei mali sociali che più generano dibattito (movimenti, sindacati, correnti di partito….), con la speranza – spesso illusione – di riuscire a reclutare qualcuno tra i più frustati o rabbiosi”.
Ma le nostalgie rischiano di essere pericolose anche quando guardano ad altre ideologie, come avviene ai raduni neonazisti o in occasione di tutte le manifestazioni che riportano ad un passato non proprio glorioso, di poteri assoluti e regimi fondati sul potere della forza e della paura.
Allora attenzione ad essere dei cattivi maestri, soprattutto nel rievocare stagioni difficili e violente, pericolosamente riproponibili ai giorni nostri. E’ vero che un Paese ha bisogno di rimuovere in fretta il proprio passato doloroso per costruire con fiducia il proprio futuro; però la radicalizzazione delle ideologie, la contrapposizione violenta, la repressione delle idee, non accompagnate da un percorso di crescita, di condivisione, di comprensione, tutto ciò rischia solo di comprimere la violenza con altrettanta violenza, creando le condizioni per una deflagrazione improvvisa che non può che generare, inevitabilmente, ulteriore violenza.
Consideriamo perciò positiva la capacità dei giovani di indignarsi e anche di saper lottare per i propri ideali; aiutiamoli però a comprendere che il vero progresso, anche delle idee, è nel confronto, nell’ascolto, nella costruzione comune dei valori e della società, di cui tutti siamo artefici e custodi.
Giuseppe Formichella