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“ECCOMI”. E’ NATALE, LA FOLLIA DELL’ AMORE”

By 20/12/2023Gennaio 8th, 2024No Comments

La Natività, celebra il profondo senso spirituale della povertà, della comprensione, dell’”esperienza corporea” – Donarci agli altri quando qualcuno bussa alla nostra porta – Papa Francesco ci ha ricordato, dal vangelo di Marco, le parole che ci accomunano: “Siamo sulla stessa barca, remiamo tutti insieme” – Padre Porro: “Chi sono? Sono le persone che ho incontrato nel mio cammino”

“Siamo esseri spirituali che stanno facendo un’esperienza corporea”. Questa frase di Don Sergio Messina, sentita durante la presentazione del Bilancio Sociale di Madian Orizzonti, la onlus dei religiosi camilliani di Torino, frase che riprende un pensiero del filosofo gesuita Teilhard de Chardin, è il regalo più bello che ho ricevuto per questo Natale. Per la consapevolezza che ne deriva, per il cambiamento di prospettiva che genera.
E questa esperienza corporea ha davvero un senso se la si vive donandoci agli altri, dicendo all’altro “eccomi” quando si presenta e bussa alla porta della nostra vita. Dire eccomi, come ricorda Don Dario Berruto, sacerdote della Consolata di Torino, è il senso del Natale, di questo rito che sembra ripetersi sempre uguale a sé stesso ma che uguale a sé stesso non è.
Papa Francesco, in piena pandemia (era il 23 marzo del 2020) prendendo spunto dal Vangelo di Marco, 4, 35-41, il brano dove Gesù chiede ai suoi discepoli terrorizzati dal vento e dalle onde del lago di Tiberiade “perché siete così paurosi? Non avete ancora fede? Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili, disorientati ma allo stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare assieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda, come quei discepoli che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono, siamo perduti. Così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme”.
Sono passati più di tre anni dal discorso del Papa e vien da chiedersi se ci sentiamo ancora sulla stessa barca o se abbiamo ripreso a remare da soli.
Non ho risposta – se non semplicistica – a questa domanda.
Cercando, però, una risposta mi sono imbattuto nel testo di padre Adolfo Porro, camilliano, fondatore negli Anni Ottanta di Madian, una comunità e una casa che ha saputo rispondere in oltre 40 anni a tante emergenze della nostra città.
Un secondo regalo di questo Natale che non voglio tenere solo per me e che voglio condividere con chi ha avuto la pazienza di leggere le mie povere parole. Con l’augurio a ciascuno di noi di continuare a porci domande e di cercare le risposte nelle scelte di ogni giorno.
“Non so perché ci incontriamo nella vita, ma quando mi chiedo chi sono, sento che sono le persone che ho incontrato. E ho incontrato davvero nella mia vita tante persone che hanno fatto di me quello che sono. Quello che affermo viene da una profonda sofferenza umana, viene da una sofferenza che lacera, da tante lacerazioni umane che ho sperimentato e toccato sulla mia pelle in questi anni. E’ li, dove la gente soffre, che è importante essere, è importante vivere”.
E’ nell’incontro con il sofferente, il povero che si svela il volto i Dio.
“Se non mi ami tu e non stai con me, chi altri lo farà?”. Con queste semplici e disarmanti parole uno dei primi ospiti ci ingaggiò in un’avventura che dura tutt’oggi.
“Amare”, “stare con”, le semplici e impegnative parole cha hanno dato senso in questi anni alla nostra esperienza di condivisione nel cammino con i poveri, barboni, immigrati, minori, categorie che ci sembrano riassumere le caratteristiche del povero più povero nel contesto sociale italiano oggi.
L’avventura è stata ed è faticosa, esaltante nello stesso tempo. Nonostante errori e fatiche ci troviamo a condividere la quotidianità con persone ospiti nella Comunità Madian a Torino.
Le loro storie sono di sofferenza. La domanda che sorge spontanea è “che cosa posso fare per te?”.
Una domanda semplice, ma che è già una fuga dal fare, come tentazione al “non essere lì”.
E’ l’essere lì l’inizio dell’amore, come sorgente inesauribile della fantasia delle risposte. So che devo lasciare aperta la ferita di questa domanda: l’amore nasce solo nella povertà. La sola solidarietà è condividere il silenzio a questa domanda. Il Dio della Bibbia è povero perché non risponde mai ai nostri angoscianti perché. L’unica risposta che ci giunge è “Io sono con te”.
E’ nel condividere la vita con persone in difficoltà, che a poco a poco si accoglie dentro se stessi una nuova visione del mondo. Grazie a questa gente incominciamo a capire veramente che la società moderna soffoca in fretta le potenzialità di compassione e di comunione presenti in ognuno di noi, per lasciare sviluppare quelle di aggressività, di competizione, di ambizione e stimolare il nostro desiderio di denaro, di potenza, di dominio e di comodità.
Il vangelo ci rivela la vicinanza tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, tra Dio e il povero. Più uno è povero più sembra abitato e circondato dalla presenza di Dio.
Gesù ci rivela che la persona messa in disparte ha un’importanza capitale per Lui. San Paolo ripete con forza “Dio ha scelto ciò che è più folle nel mondo per confondere i saggi; ciò che c’è di più debole per confondere i forti, ciò che c’è di più disprezzato e di più basso per confonderei potenti” (1Cor 1, 27).
Ma Gesù va ancora più lontano. Afferma di essere lui stesso il povero, il malato, l’immigrato, il pazzo. La nostra fede è fondata sulla certezza che sono i poveri ad avere un posto privilegiato nel Regno, e che noi siamo chiamati a camminare con loro.
Tale cammino è davvero un percorso verso la riconciliazione, la comunione, la pace, il perdono, ma passa attraverso la scoperta e l’accettazione della nostra intima povertà, della nostra intima ferita, della nostra intima debolezza, mascherate da tutte le capacità che abbiamo di agire, dalle nostre ricchezze, dalle nostre competenze, dalle nostre generosità stesse.
Il Vangelo è un paradosso. Ci fa scoprire qualcosa di insolito e di scioccante colui che la società vede come un fallito, un peso, un problema, un disturbo, ma che, alla luce del Vangelo, è da accogliere nella gratuità come un dono, una sorgente di vita e di luce, che ci conduce verso l’essenziale, verso la verità assoluta, verso il Vangelo, verso Gesù. Perché il valore di ogni essere umano non dipende da un calcolo economico di costo e rendimento: ognuno è capace di felicità, purché si metta in un ambiente favorevole.
Seguire Gesù è raggiungerlo là dove si trova, cercarlo e accoglierlo nel debole e nel povero, vita condivisa giorno per giorno; vita accanto a vita, povertà accanto a povertà, salute e malattia, entusiasmo, depressione svelano il volto di Cristo crocifisso.
Vorrei concludere con questa elegia, con le parole di S. Vincenzo de Paoli a suor Giovanna. “Giovanna, ti accorgerai ben presto che la carità è pesante da portare, più della pentola di minestra, più del paniere pieno…ma conserverai sempre la tua dolcezza il tuo sorriso. Non è tutto dare il brodo e il pane; questo anche i ricchi possono farlo. Tu devi essere la piccola serva dei poveri, la figlia della carità sempre sorridente e di buon umore. I poveri sono i tuoi padroni! dei padroni terribilmente suscettibili ed esigenti, lo vedrai! Allora più essi saranno brutti e sudici, più saranno ingiusti e rozzi, più tu dovrai amarli. Per il tuo amore soltanto i poveri ti perdoneranno per il pane che tu doni loro”.
Alessandro Battaglino