POLITICA

FIANO: “PALESTINA E ISRAELE DUE STATI E DUE POPOLI ALLA RICERCA DELLA PACE”

By 24/11/2023No Comments

Le riflessioni dell’ex parlamentare del PD, architetto, urbanista e scrittore, autore di tre libri toccanti sulle vicende della sua famiglia – La mia posizione politica rispecchia la fermezza di Rabin che nel 1993 firmò con Arafat il trattato di pacificazione, perché penso che se non ci sarà uno Stato per la Palestina, Israele sarà sempre in pericolo” – Le manovre politiche di Netanyahu e l’accordo con l’estrema destra – I ricordi del Kibbutz?: “Un paradiso terrestre”

Fiano, lei è autore di tre commoventi libri,” il profumo di mio padre. L’eredità di un figlio della Shoah”, “Ebreo. Una storia personale dentro la storia senza fine” ed è appena uscito “Sempre con me. Le lezioni della Shoah”. Quali profumi e quali risentimenti accompagnano la sua vita e il suo percorso politico alla luce dei tragici eventi provocati dalle milizie di Hamas il 7 ottobre nei Kibbutz al di là della striscia di Gaza?
L’attacco del movimento terroristico Hamas il 7 ottobre alla popolazione civile del Sud d’Israele ha rappresentato un trauma spaventoso per l’intera popolazione di Israele e anche per gli ebrei del mondo. Ha ricordato la terrificante caccia all’uomo appartamento per appartamento, le urla “dagli all’ebreo dagli all’ebreo” che abbiamo ascoltato nelle centinaia di video che abbiamo visto, la ferocia ed il sadismo delle violenze sessuali contro le donne poi uccise, le mutilazioni dei corpi dei bambini e delle donne, i bambini e le loro famiglie bruciate in case chiuse a chiave, le granate lanciate dentro i rifugi dove avevano trovato soccorso i ragazzi che fuggivano dal rave party, per tutto questo il trauma è stato senza precedenti.
Io non ho risentimenti, io ho posizioni politiche, che rispecchiano quello che disse un tempo Rabin, il primo ministro socialista d’Israele che firmò con Arafat il trattato di pace del 1993: bisogna combattere per la pace con il nemico come se non ci fossero i terroristi e bisogna combattere i terroristi come se non ci fosse possibilità di pace. Io rimango fermo al principio di due Stati per due popoli, perché penso, che se non ci sarà uno stato anche per i palestinesi non ci sarà mai una soluzione al conflitto israelo-palestinese; una soluzione a due Stati che contempli la restituzione dei territori occupati perlomeno in gran parte e che garantisca allo Stato di Israele la sicurezza per i propri abitanti. Mi è difficile oggi pensare ad una cosa più lontana di questa ma la politica senza un obiettivo da raggiungere, giusto ed equo, non ha senso. In quel territorio si affrontano due diritti e non un diritto ed un torto, chiunque abbia una visione unicamente spostata su uno dei due versanti non lavora per la pace. Chiunque avalli l’uso del terrorismo come arma della politica, porterà solo morti e dolore.
Hamas in arabo vuol dire entusiasmo. Quale entusiasmo? Quello della provocazione di inaudita violenza, meditata negli anni per suscitare una reazione altrettanto violenta di Netanyahu?
Hamas nasce nel 1987 con il preciso scopo dell’annientamento dello Stato d’Israele e della ricerca di ogni ebreo nel mondo per ucciderlo come è scritto all’articolo 7 paragrafo 5 del proprio statuto, non solo, Hamas dichiara alla propria nascita di essere un anello della catena del Jihad, cioè della guerra Santa, una fattispecie della tradizione islamica, o perlomeno di una parte di essa, che nulla ha a che fare con la fondazione e l’esistenza dello Stato di Israele, tanto è vero che la stessa carta costitutiva afferma che il movimento di resistenza islamica, acronimo di Hamas, è figlio dei fratelli musulmani e cioè di un’altra realtà della storia politica islamica, nata all’inizio del ‘900, del tutto indipendente dalla nascita di Israele, che furono peraltro gli assassini del presidente egiziano Sadat reo di aver siglato la pace con Israele.
Al contrario dell’OLP fondato da Arafat, la base di Hamas e l’Islam, da cui deriva le sue idee e i suoi precetti fondamentali, nonché la visione della vita e dell’umanità. In altra parte afferma che la bandiera di Allah andrà innalzata su ogni metro quadro della terra di Palestina, proclamando l’istituzione di uno stato islamico.
Hamas ritiene che la terra di Palestina sia un sacro deposito e che non è accettabile rinunciare ad alcuna parte di essa e che nessuno Stato arabo né tutti gli Stati arabi nel loro insieme nessuna organizzazione hanno il diritto di disporre o di cedere anche un singolo pezzo di essa. Dunque solo chi non ha letto questo statuto del 1987 o anche le sue variazioni più recenti può stupirsi del comportamento di Hamas, il quale ha governato senza oppositori interni il territorio di Gaza negli ultimi 17 anni, dopo averne eliminati a centinaia, sfruttando la cooperazione internazionale e i contributi derivanti dall’estero, dal mondo occidentale e paesi arabi, per strutturare un’infrastruttura militare mescolata alle strutture civili della popolazione, preparandosi con le armi fornite dall’Iran e non solo all’assalto nei confronti di Israele.
Molti dei denari provenienti dall’estero sono stati dirottati per la realizzazione dei famosi tunnel o delle rampe di lancio per i missili puntati su Israele; sicuramente anche altri scopi politici erano nella testa dei capi di Hamas come interrompere il flusso di accordi crescente tra Israele e i Paesi del Golfo, indebolire ulteriormente la leadership dell’autorità nazionale palestinese, e prendere in mano insieme all’Iran quella parte dell’islam che come nei precedenti episodi di Isis e Al Qaeda considera eterna la lotta contro l’Occidente; infine credo anch’io che Hamas avesse calcolato la durissima reazione del governo guidato da Netanyahu sapendo che questa avrebbe provocato un rovesciamento di sentimenti nel mondo nei confronti di Israele e dei palestinesi appunto.
Qual è il suo giudizio sulla politica del premier israeliano ?
I governi di destra che si sono succeduti negli ultimi 20 anni nello stato di Israele, hanno scelto di congelare qualsiasi tentativo di dialogo di pace con l’autorità palestinese e hanno scelto attraverso la proliferazione di insediamenti nei territori di Cisgiordania di rendere l’obiettivo della restituzione dei territori e della edificazione di uno stato palestinese sempre più difficile, peraltro, in questo, anche contravvenendo a elementi della legislazione internazionale. In più anche l’assunto che la pura forza militare insieme al congelamento del dialogo poteva far dimenticare il tema della soluzione per uno stato palestinese, ha dimostrato tutto la sua tragica insufficienza nella giornata dell’8 ottobre. In questo ultimo governo, Netanyahu ha dovuto imbarcare per raggiungere la maggioranza parlamentare l’estrema destra presente in Parlamento, anche perché egli stesso sottoposto al rischio di una condanna per comportamenti finanziari illeciti, è tenuto in scacco da queste piccoli componenti di estrema destra che nulla vogliono concedere all’ipotesi di un dialogo di pace con i palestinesi, di una restituzione dei territori occupati nel 1967, e di una trattativa per l’edificazione di uno stato palestinese. In più, nei mesi scorsi, Netanyahu, come è noto, ha tentato di modificare l’ordinamento giuridico del Paese, al fine di ridurre al minimo la possibilità da sempre prevista nelle democrazie liberali di un ente superiore al Parlamento per la verifica delle leggi approvate, come la Corte Suprema, provocando la reazione di una parte grandissima dell’opinione pubblica israeliana, scesa in piazza con centinaia di migliaia di manifestanti per oltre un anno contro il rischio di un cambiamento del tessuto democratico del paese. Per questo mi auguro che Netanyahu con questa tragica guerra abbia concluso il proprio ciclo politico, ma non per questo nel comportamento dei suoi governi ci può essere nessuna traccia di giustificazione per l’orrore perpetrato da Hamas.
Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha ammonito e pregato Netanyahu, ”non fare gli stessi errori che abbiamo commesso noi”. La risposta è stata migliaia di morti innocenti, ospedali di Gaza bombardati senza pietà. E’ una sfida agli Stati Uniti? Pagherà per questi crimini?
Suggerisco una certa attenzione nell’uso delle parole, perché ognuno di noi può essere responsabile per quello che dice, l’ammonimento di Joe Biden è certamente utile perché gli Stati Uniti vengono da guerre sanguinose e anche tendenzialmente fallimentari, va però detto che l’esempio di Biden non è completamente calzante perché noi stiamo parlando di un nemico sanguinario e sadico votato al martirio con l’unico scopo di cancellare lo Stato di Israele e dei suoi abitanti ma, posto sulla porta di casa, non a migliaia e migliaia di chilometri dal Paese belligerante come nel caso degli Stati Uniti. Aggiungerei di fare attenzione alle notizie quando si parla di ospedali bombardati, perché Israele non ha bombardato gli ospedali ha bombardato le zone circostanti, ha combattuto sulla soglia degli ospedali nei quali purtroppo, come dimostrano ormai decine di prove fotografiche e video i terroristi di Hamas avevano nascosto gli ostaggi israeliani, nascosto depositi di armi, munizioni, esplosivi. Le distruzioni provocate dai bombardamenti di Israele e le migliaia di morti civili conseguenti sono sotto gli occhi di tutti e sono un’immane tragedia, ma la responsabilità per quanto accaduto non possono ricadere solo su Israele giacché la scelta di operare e di farsi scudo con i civili, con gli ospedali, con le moschee, con le scuole, e dalle abitazioni civili, è stata la scelta di Hamas, le rampe dei missili di Hamas erano dentro le moschee, dentro ai centri sociali, appoggiate ai muri delle scuole. La domanda a cui nessuno risponde è: come fa uno Stato Democratico a neutralizzare una tale formazione militare e terroristica, che usa in questo modo l’insediamento civile senza provocare migliaia di morti? E una domanda difficile ed io non conosco la risposta, ma è un tema che interroga ognuno di noi, che guardi con senso di umanità a quanto sta accadendo.
 La tragedia israelo – palestinese ha distratto l’opinione pubblica mondiale dall’aggressione russa all’Ucraina. Il Medio Oriente è in fiamme. Si tratta di una strategia a lungo termine che potrebbe coinvolgere Cina, Iran , Russia e appoggiare la resistenza islamica ?
Io non credo che queste questioni siano tutte tra di loro legate, penso piuttosto che nel mondo manca ormai da tempo una regia comune ed un luogo dove la costruzione della pace ed i diritti delle persone sono contemplati insieme dai Paesi del mondo in uno spirito unitario. Se penso che oggi il presidente della commissione per i diritti umani dell’ONU è un rappresentante del governo dell’Iran, Paese contro il quale decine di migliaia di persone in tutto il mondo hanno manifestato negli ultimi mesi al grido di “donna, vita, libertà”, contro le centinaia di esecuzioni compiute in quel Paese, da un regime dittatoriale e sanguinario, mi domando cosa ancora debba accadere per dimostrarci che una regia degna di questo nome nel mondo non esiste in questo momento. Quanto poi al coinvolgimento dell’Iran in questa guerra, esso è manifesto, al possibile interesse della Russia per sviare l’attenzione mondiale dal conflitto in Ucraina e molto probabile, sul ruolo della Cina non saprei esprimermi.
Siamo ad una svolta storica: il mondo arabo contro l’Occidente .E’ una sfida legittima e comunque sostenibile ?
Sono contrario ad una interpretazione di quello che sta accadendo come scontro di civiltà e d’altra parte il diverso atteggiamento tra di loro di alcuni paesi islamici, dimostra che è inutile e dannoso generalizzare. Non vi è dubbio invece che esista una parte dell’Islam che mantiene in sé una visione dello scontro con i valori occidentali, che si traduce anche nella nascita di movimenti terroristici, che è e continua ad essere molto pericolosa. Hamas o l’Iran ne sono la testimonianza.
Con tutti i problemi che assillano l’Italia e in assenza di una ripresa economica, il Governo Meloni avrà vita lunga?
Io personalmente penso che difficilmente il centrodestra che dopo molti anni ha avuto di nuovo una possibilità di governare abbandonerà questa partita prima del tempo, anche se i problemi economici che assillano le famiglie italiane risulteranno molto pesanti e difficili da risolvere, ma sono convinto che Giorgia Meloni difficilmente lancerà la spugna. Peraltro, questa prospettiva è in realtà una buona notizia per l’opposizione che ha tutto il tempo per strutturare le proprie forze in vista della prossima occasione elettorale.
Le città sono sempre più invase dal cemento. Da esperto urbanista quali sono le critiche  che  si sente di muovere  a questa politica distruttrice della natura ?
La critica è quella che possiamo immaginare tutti noi guardando ciò che ci circonda, in tutto il mondo stiamo facendo troppo poco e troppo lentamente per salvare il pianeta da una crisi irreversibile, il mutamento del clima, l’aumento delle condizioni di inquinamento in alcune aree urbane, lo sviluppo di alcune malattie, sono segnali che da tempo avrebbero dovuto indurci a politiche più rigorose di rispetto per l’ambiente, di riduzione del consumo di suolo, di riduzione delle emissioni dannose, di ripensamento del modello di sviluppo e di trasporto. Qualcosa si fa ma incontrando sempre molte resistenze come, per esempio, sta facendo questo governo per le direttive europee che vanno appunto nella direzione cosiddetta green.
Il Kibbutz è un simbolo della tenacia del mondo ebraico. Che cosa le manca del kibbutz in cui lei è  vissuto con sua moglie ?
Mi manca l’idealità di quel mondo vissuto da giovane socialista dove ognuno lavorava per quello che poteva e riceveva per quello di cui aveva bisogno in una società collettivistica, di aiuto reciproco e tra l’altro anche di buon vicinato con i paesi, un tipo popolazione araba limitrofa. Non ho mai smesso di credere negli stessi ideali ma certo ripensare a quella specie di paradiso terrestre di pace e serenità visto i nostri giorni fa molto effetto.

Gianni Maria Stornello