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GIORGIO GABER AVEVA CAPITO “L’ITALIA DI IERI, DI OGGI E FORSE DI DOMANI”

By 23/01/2024No Comments

A distanza di più di 20 anni dalla sua morte, ci domandiamo cosa rimanga dell’eredità morale di uno dei più grandi cantautori della storia italiana del secondo dopoguerra, molto impegnato politicamente con la sua musica? “Io non mi sento italiano” cantava nel suo ultimo album, uscito postumo, il compianto Giorgio Gaber. “Ma per fortuna o purtroppo lo sono” si domandava.

Eccola, sempre attuale, la domanda che ciclicamente attanaglia gli italiani. Ma è davvero una fortuna esser nati e vivere nello Stivale? Il dubbio di Gaber è ancora molto attuale, almeno politicamente parlando. In quanti si dicono orgogliosi di essere italiani? Gaber, che non sentiva “alcuna appartenenza. Non vedo alcun motivo per essere orgogliosi”, pare avesse le idee chiare a riguardo, almeno analizzando il testo della sua canzone. A partire dalla nostra classe politica, che si è dimostrata interessata solo alle campagne elettorali, per non perdere le poltrone, ma che poi alla fine non ha portato a nessun passo avanti. Persino in parlamento c’è aria incandescente. “Si scannano su tutto e poi non cambia niente”.
In effetti, tra scandali, corruzione, lentezza burocratica, processi, stragi, politicanti veri o aspiranti tali, governi che non trovano soluzioni ai problemi del Paese reale, l’Italia spesso si autodefinisce Povera Italia, altro che Bel Paese, come la descrivevano Dante e Petrarca. E qui l’aggettivo povera non sta a significare povera solo in senso economico, ma anche povera culturalmente, moralmente e senza ideali. Gaber se la prende direttamente con gli italiani, rei di essere di tante parole e pochi fatti, proprio come la loro classe politica: “Sarà che gli italiani.
Per lunga tradizione son troppo appassionati di ogni discussione…
Rispetto agli stranieri, noi ci crediamo meno,, ma forse abbiam capito che il mondo è un teatrino…” E poi, se la prende con la troppa burocrazia che ha rallentato lo sviluppo industriale e tecnologico, rendendo arretrato lo Stato e facendoci perdere quella posizione privilegiata che occupavamo un tempo, a discapito di molti dei nostri partner europei che invece hanno colto al balzo l’occasione di svecchiarsi, relegandoci a periferia dell’Occidente. “Questo bel Paese…ha tante pretese…ma nel nostro mondo occidentale…è la periferia”.
È evidente l’opposizione tra l’orgoglio per il passato (“Abbiam fatto l’Europa”) e la recente perdita di fiducia nella Patria …Se il grido Italia, Italia, è solo alle partite”. L’unica motivazione per cui si vanta è il passato…Noi siamo quel che siamo, e abbiamo anche un passato..che non dimentichiamo… son fiero e me ne vanto…gli sbatto sulla faccia…cos’è il Rinascimento…”
Solamente alla fine Gaber si lascia andare al vero senso della canzone, l’amore per l’Italia, la sua adorata Patria, alla quale nonostante tutto non può rinunciare; “ma se fossi nato in altri luoghi…poteva andarmi peggio… per fortuna o purtroppo…per fortuna…per fortuna lo sono…”
D’altronde, come risuona anche in un’altra celebre canzone dell’istrionico cantautore, l’italiano medio del XX secolo era un “conformista”: capace di trasformarsi politicamente per adattarsi e aggiornarsi alle sopraggiunte mode politiche attraverso i decenni e, quindi, capace di evolvere il suo pensiero e mutare i suoi ideali al volere del momento. Qui Gaber ci sembra proprio, da buon italiano, quel camaleontico “uomo nuovo”: muta, durante l’arco della canzone, la sua opinione sull’Italia. All’inizio è aspramente critico e vede i soli lati negativi dell’essere italiano, mentre a piccoli passi si avvia verso l’unica conclusione possibile, quella in cui si dichiara fortunato di essere italiano. Un vero Conformista.
Quel Gaber, che 20 anni fa scriveva Io non mi sento italiano, forse si augurava di lasciarsi alle spalle un secolo buio per il nostro Paese, con un vero testo d’amore per il suo Paese in cui alla fine passava sopra tutti i suoi difetti. Innumerevoli verità si trovano ancora attuali nei testi dell’indimenticato artista milanese, che probabilmente aveva descritto ante litteram il nuovo secolo italiano. Chissà cosa penserebbe oggi quel Gaber dell’Italia attuale, ancora bella ma con gli stessi difetti di 20, 40, 60 anni fa. Non permettiamo che, senza Gaber, scompaiano con lui anche le speranze in un futuro migliore per il nostro Bel Paese.

Giulio Borghi