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I TRATTORI NON SI FERMANO A SANREMO UN BOOMERANG PER L’AGRICOLTURA EUROPEA

By 22/02/2024Febbraio 23rd, 2024No Comments

Costi di produzione sempre più esosi e guadagni limitati – Le piccole e medie aziende a rischio, contro la grande produzione internazionale che condanna i contadini a posizioni di retroguardia -“La rivolta dei contadini” – Il Green Deal degli ultimi anni condannerebbe la classe politica dell’UE.

La protesta degli agricoltori cresciuta giorno dopo giorno e, con l’appoggio di gran parte dell’opinione pubblica, è arrivata anche al Festival di Sanremo, palcoscenico di tutti gli umori italiani. Era ineluttabile che ciò avvenisse, l’Italia l’abbiamo fatta così e così ce la meritiamo.
Per certi aspetti, la vicinanza di gran parte della popolazione alle richieste degli agricoltori – e la mancata reazione agli ostacoli che gli stessi stanno arrecando alla vita quotidiana degli automobilisti e non solo – non sorprende. Secondo molti, alla base delle proteste degli agricoltori stanno legittime preoccupazioni di migliaia di lavoratori in difficoltà, con migliaia di piccoli produttori costretti ad arrendersi ed a chiudere le loro aziende.
In questo senso i movimenti dei giorni scorsi dimostrerebbero che il cd. green deal potrebbe essere stato il più grande boomerang politico degli ultimi anni per la classe politica europea.
Secondo molti, infatti, la difficoltà in cui versa il settore agricolo sono dovute a scelte e rigidità manifestate dall’Unione europea nello sforzo di porre un argine al fenomeno del cambiamento climatico, senza considerare che le cause di tale dramma sono da ricercarsi su scala planetaria. Di conseguenza, imporre regole, divieti e restrizioni solo ai contadini europei da un lato apporta scarsi benefici agli obiettivi della politica verde e dall’altro finisce per penalizzare le imprese locali nella competizione con gli agricoltori di altre nazioni che possono invece operare in assoluta assenza di vincoli.
In realtà, tanto l’una – la colpa delle difficoltà in cui versa l’agricoltura italiana è riconducibile al green deal europeo – che l’altra – i contadini italiani sono stati abbandonati alla loro sorte nella competizione globale – considerazione sono tutt’altro che pacifiche. Vediamo perché, cominciando dalla prima ovvero quella secondo cui l’appartenenza dell’Italia all’Unione europea ha fatto sì che i nostri agricoltori siano stati penalizzati dalle regole dell’UE senza ottenere alcun beneficio.
In realtà, a meno di non voler negare l’ovvio, occorre ammettere che da decenni la politica agricola europea, insieme agli Stati nazionali, sussidia in maniera significativa le aziende agricole ed anzi molte di tali imprese, soprattutto quelle più piccole, sono dipendenti dagli aiuti pubblici e senza dovrebbero cessare la loro attività per insostenibilità economica.
Il vero problema è che tali aiuti – peraltro, spesso concessi in modo improprio, a seguito di condotte illecite di truffa e malversazione ai danni dell’Unione Europea, anche da parte delle associazioni criminali che operano nel nostro Paese – hanno contribuito a creare un settore produttivo sussidio-dipendente senza riuscire nemmeno a raggiungere l’autosufficienza agricola per il continente; accade così che allorquando, in nome dell’ambientalismo, sono introdotte nuove regole e obblighi per le aziende agricole, che riducono la produttività dei terreni in nome della tutela ambientale, e la crisi economica impone di rinunciare al riconoscimento di certi benefici – di cui, si ripete, in modo non infrequente si è fatto un uso improprio – si scatenano inevitabili le violente proteste di questi giorni ed acquista legittimità la seconda delle considerazioni sopra indicate ovvero la politica green è la responsabile della crisi economica della nostra agricoltura.
Si iniziano così a screditare le misure ecologiche in agricoltura, attribuire alla sostenibilità tutte le responsabilità dell’aumento dei costi, così da creare le condizioni – e il consenso – per fermare definitivamente ogni velleità green. Questo messaggio, in realtà, pare essere sostenuto e veicolato in particolare da una ben precisa parte politica piuttosto che dalle comunità di agricoltori ma l’esito è comunque il medesimo ovvero creare una dicotomia tra ambiente e agricoltura tale che il rispetto del primo impone e necessita un sacrificio economico a chi, invece, della tutela dell’ambiente è il principale protagonista.
In realtà, per evidenziare l’insostenibilità di entrambe le tesi che abbiamo indicato e che tanto ascolto hanno in questi giorni presso l’opinione pubblica basterebbe formulare alcune osservazioni.
In primo luogo, non è da oggi che l’agricoltura è in crisi e soprattutto la crisi non è colpa del green deal. L’agricoltura vive da troppo tempo una fase drammatica, fatta di costi alti e salari bassi, conseguenza della circostanza che il mercato dei prodotti agricoli vede i coltivatori percepire compensi irrisori rispetto al prezzo che il bene ha sul mercato finale: in relazione a questa circostanza, che in buona sostanza dipende dalla presenza di un significativo monopolio commerciale in capo ad alcune multinazionali, le politiche ambientale c’entrano, per rimanere in tema, “come i cavoli a merenda”.
A conferma di ciò, ed è la seconda considerazione che dimostra come il pensiero unico “è tutta colpa dell’Europa” sia tutt’altro che corretto, basta evidenziare come sia tutt’altro che chiaro quali siano i severi vincoli ambientali posti dell’UE ai nostri contadini.
Si dice: assurdo impedire agli agricoltori di coltivare tutta la terra nella loro disponibilità. Peccato che su pressione della Copa-Cogeca, la più grande organizzazione agricola che tiene insieme diverse sigle europee, in questi ultimi anni la Commissione Europea ha approvato una serie di interventi «eccezionali e temporanei» che permetteranno di coltivare quei terreni che solitamente vengono lasciati a riposo.
Si afferma: i vincoli ambientali dell’Unione europea e tutto quell’insieme di strategie del
Green Deal (la Farm to fork, la strategia sulla biodiversità e il regolamento sui pesticidi) minano la competitività delle nostre aziende agricole. Sarà. Certo è che proprio su pressione delle lobby agricole nella direttiva sulle emissioni industriali non sono prese in considerazione per regolamentarle le (enormi) emissioni degli allevamenti bovini, così come l’Europarlamento si è opposto al taglio del 50 per cento dei pesticidi previsto dalla strategia Farm to fork o è finita nel nulla la proposta di legge quadro dei sistemi alimentari sostenibili o la Nature Restoration Law ha sostanzialmente azzerato le modifiche previste per l’agricoltura o la direttiva Ue sugli imballaggi ha salvato le insalate in busta che pure tanto ecologiche non sono. Pensare, dunque, da un lato che la transizione ecologica sia la causa della crisi dell’agricoltura e dall’altro che nessun aiuto il settore ha ricevuto per avviarsi (con molta lentezza, come si è visto) su questa strada è tutt’altro che corretto.
In realtà, le pretese degli agricoltori sono le pretese che hanno tutto gli agenti economici che esercitano un’attività imprenditoriale “antica” in un modo che cambia. Il contadino è, comprensibilmente, spaventato dalla concorrenza estera, dai prezzi imposti dalla grande distribuzione e dai disincentivi imposti alle attività che producono emissioni. Come detto, si tratta di esigenze che hanno una loro legittimità però occorre anche ricordare che il contadino è un imprenditore e che per scelta ha deciso di investire il proprio futuro in questa attività e da questa attività trarrà profitto ma deve anche gestirne i rischi.
Che l’agricoltura sia un settore in crisi non è una novità. Chi sceglie ancora di fare l’agricoltore dovrebbe avere chiaro a che cosa va incontro. Salvare l’attività imprenditoriale tout court, senza porre alcuna regola, senza porre limitazioni, è una priorità sociale? E se sì lo è un’esigenza più pressante di salvare i lavoratori sfruttati proprio nell’agricoltura, le vittime presenti e future del dissesto idro-geologico, i consumatori più indigenti che traggono benefici dalla guerra dei prezzi? Interessarsi delle sorti della maggioranza dei cittadini, presenti e futuri invece che privilegiare una minoranza agguerrita è ambientalismo ideologico?
In quanto gruppo sociale gli agricoltori hanno responsabilità storiche, come altri settori dell’industria, e dovrebbero farsene carico: dov’è scritto che le loro emissioni siano più perdonabili di quelle dell’industria automobilistica? Perché gli agricoltori non dovrebbero pagare una parte dei costi della transizione ecologica, che interessa ogni settore della collettività e che non a caso ciascuno di noi è tenuto a sostenere?
Quanto poi alla richiesta di (ulteriori sussidi), si può riconoscere la necessità di agevolare gli agricoltori in questa fase di transizione. Non è il caso di essere ciechi di fronte alle difficoltà economiche che il settore attraversa né di farsi accecare dall’ideologia liberista che vede negli aiuti di Stato un male in sé contrapposto alla panacea del libero mercato.
Il punto è che tali forme di agevolazione non vanno certo concesse a chi pretende di continuare a contribuire a danni ambientali che soffriremo tutti, nel presente e nel futuro ma solo a quanti si adoperano per una agricoltura più sostenibile e innovativa. Per il riconoscimento di un sussidio richiede la sussistenza di valide ragioni e quelle attualmente esposte dagli agricoltori (sia italiani che europei) tali non ci paiono: sono solo intimidazioni e lamentele di una lobby, neanche troppo rappresentativa.
Ciro Santoriello