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“IL MONDO E’ BUONO” SCRISSE DEVALLE DA MAUTHAUSEN QUEL GIORNO DELLA MEMORIA SCOLPITO NEI NOSTRI CUORI

By 22/01/2024Gennaio 23rd, 2024No Comments

La violenza, le inaudite atrocità naziste subite dagli ebrei, nelle lettere scritte da due grandi uomini Arnaldo Finocchiaro e Giorgio Devalle: “due storie un solo destino” Le sofferenze, le malattie, il desiderio di aiutare gli altri – Ai lavori forzati nelle cave di granito: quella scalinata di 186 gradini per portare a mano veri macigni – Un’altra “pietra d’inciampo”

27 GENNAIO 1945. Un salto nel passato per commemorare le vittime delle deportazioni naziste, nel giorno in cui l’Armata Rossa liberò il campo di concentramento di Auschwitz sancendo la fine dell’Olocausto.  Il giorno della memoria.
“Mio caro Fernand, siamo tornati uomini liberi, gioia che nessuno meglio di te è in grado di comprendere e che tu, del resto, hai provato fortunatamente prima. Si ha l’impressione di aver ricevuto la vita una seconda volta. Le conseguenze fisiologiche, senza drammatizzare, in generale sono serie rispetto allo stato di spossatezza. Si aspetta che arrivino a breve i relativi aiuti farmaceutici e alimentari. Se tu sei in grado di farmi pervenire un pacco tipo Croce Rossa e prodotti vitaminici C e D (soprattutto limoni) ti sarò molto riconoscente. Il mondo è buono. Alberto dovrà scriverti immediatamente per sapere se tu puoi aiutarlo per un’opera di solidarietà umana. Ti abbraccio affettuosamente. Giorgio”. “Le mond est bon…” il mondo è buono si legge in questa lettera scritta dal torinese Giorgio Devalle allo zio francese Fernand Cordier, spedita dal campo di concentramento di Mauthausen il 12 maggio 1945, campo che era stato liberato, una settimana prima, dai soldati americani della 3^ Armata.
Giorgio Devalle era arrivato nel lager il 14 gennaio 1944, con il Trasporto 18 partito dalla stazione di Porta Nuova a Torino. Classe 1905, apparteneva a una delle più importanti famiglie della borghesia torinese: il padre noto importatore di seta da Lione, la madre, Adele Bona, discendente da una famiglia di industriali specializzati nella lavorazione di filati. Allievo del collegio San Giuseppe prima e dei gesuiti dell’istituto Sociale poi, laureato in Giurisprudenza, con il cugino Alberto Midana, socio dell’Accademia Filarmonica di Torino, amico e mecenate dell’architetto Carlo Mollino, con il quale aveva realizzato un innovativo progetto di ristrutturazione e arredamento di due appartamenti in Via delle Alpi, fine collezionista, assieme al padre, di opere piemontesi del cinquecento, cultore di lingue straniere, grande appassionato viaggiatore. Giorgio, fin dagli anni universitari, si distinse come fervente, e per certi versi imprudente, dissidente al fascismo e al nazismo: una prima volta venne, infatti, fermato e portato nella sede del Partito Nazionale Fascista – come ha raccontato Ferruccio Maruffi, una delle figure più emblematiche nel mantenimento della memoria della deportazione, nel libro Fermo Posta Paradiso – per aver cantato in via XX settembre a Torino “ It’s a long long way to Tipperary”, la marcetta inglese della Prima Guerra Mondiale. In un’altra occasione venne segnalato per aver imitato e schernito il furher e il duce al “Ristorante del Cambio”.
Dopo l’8 settembre 1943 l’attività antifascista di Devalle divenne ancora più manifesta: finanziò alcuni dei primi nuclei partigiani torinesi di ispirazione badogliana e utilizzò la villa della sua famiglia, sulla collina di Moncalieri, prima come rifugio per militari in fuga dai bandi di reclutamento della Repubblica di Salò e poi come ospedale da campo per partigiani feriti.Nel novembre 1943 fu tradito da chi avrebbe dovuto trasferire una somma di denaro da lui raccolto ai artigiani e richiuso alle Nuove. In rappresaglia agli attentati del 1 e del 2 gennaio1944 al Caffè Giolito e al Principe di Savoia il 13gennaio cinquanta detenuti vennero prelevati e deportati al Kinzentrationslager di Mauthausen. Tra questi anche Giorgio Devalle. Il “Traporto 18” arrivò a destinazione il 14 gennaio.Pochi giorni dopo l’immatricolazione Devalle venne ricoverato nella famigerata Revier, l’infermeria del campo, vera e propria anticamera della camera a gas. Nonostante un pestaggio selvaggio cui fu sottoposto per aver difeso un compagno di prigionia francese Devalle riuscì a uscirne vivo per essere destinato, aprile 1944, alla cava di granito. Estenuante e durissimo il lavoro alla cava “ Wiener Graben“. Sicuramente mortale per coloro che, lungo una scalinata, “la scala della morte”, 186 gradini, sconnessi ed irregolari, coperti dal gelo per lunghi mesi, dovevamo trasportare i massi di granito dalla cava al luogo di utilizzo o di raccolta.“ Che commovente descrizione: “….e c’era una scalinata con centottantasei gradini. Scavati nella pietra! Si andava su e giù per ‘sta scalinata. In fila per cinque. Si arrivava giù, si prendeva una pietra ciascuno. Si aspettava che tutti fossero in fila, poi si tornava su, tutti in fila insieme, con le pietre. Bisognava stare attenti di prendersi una pietra che non fosse troppo piccola, perché se vedevano te ne davano poi una grossa. E quella non riuscivi neanche a sollevarla! Così ci lasciavi la pelle a suon di bastonate. Su e giù da ‘sta scalinata. Quando uno cadeva non si alzava più. Quella era la cava di pietre, centottantasei gradini.” (René Mattalia – matricola 82423).
Devalle non riuscì a resistere molto e venne ricoverato per una seconda volta nel Revier. Guarito, nel novembre del 1944, venne trasferito nel sotto campo di Melk, operaio nell’industria bellica di Roggendorf, per poi tornare nell’aprile del 1945 di nuovo a Mauthausen e di nuovo al Revier. Le cure amorevoli di un medico italiano, Francesco Negri, e quelle degli altri compagni italiani (tra i quali Ferruccio Maruffi, l’avvocato Nino Bonelli, il cuneese Luigi Scala) contribuirono a salvargli la vita. Il 5 maggio 1945 il campo venne liberato. Devalle vene portato in un accampamento americano dove gli venne diagnosticata una grave infezione polmonare. Dalla sua branda riuscì a scrivere e spedire due lettere ai suoi parenti in Italia.La seconda è quella che apre questo pezzo. Del 12 maggio 1945.
Nella prima, dell’11 maggio, indirizzata al cugino Alberto Midana scriveva: “Alberto carissimo, l’aiuto di Dio, della fortuna e delle risorse spirituali tonificate dalle prove di solidarietà umana di uomini degni di questo nome ci hanno dato la gioia di uscire da questo inferno, prova seria nella quale molti sono caduti. Le conseguenze fisiche di queste varie situazioni le lascio immaginare a te sulla base della tua scienza. Ora si tratta di fare di tutto per salvare i più pericolanti compagni italiani, in condizioni gravi un centinaio. L’estrema celerità dell’invio è efficace, fai e fate tutto il possibile per far venire al Comitato Italiano Nazionale di Matausen i seguenti medicinali in ordine di emergenze e di gravità. Antidiarrea, bismuto, oppio, tannino, preparati antitifici, preparati calcio e fosforici, sulfamidici, vitamine C – D e varie. Spero che questa richiesta sia unitile ma è dettata dalla coscienza”. Come ha scritto Elisa Scantamburlo nel libro Torino –Mauthausen solo andata. Giorgio Devalle nell’inferno della deportazione sente il bisogno di scrivere a suoi cari.
Tuttavia non accenna alla sua salute: “ci sono malati gravi e non ci sono abbastanza medicine per curarli. Sembra che le sevizie cui è stato sottoposto non abbiano incrinato la sua fiducie e la sua volontà. Anche lui si trovava nell’ospedale americano eretto accanto al lager. Era malato gravemente di TBC ma la sua condizione non era importante: c’erano altri che soffrivano, e questo per lui sufficiente motivo per non preoccuparsi di sé stesso. Non riuscì, però, a vedere nulla di tutto quello che aveva sperato e chiesto. Devalle morì il 27 maggio: non solo era molto malato. Il fatto di non vedere arrivare aiuti dalla sua amata patria gli tolse quelle forze, quelle speranze che lo avevano fatto resistere per un anno e 15 mesi in un inferno in cui la vita media dei prigionieri era, al massimo, di sei mesi. Era riuscito a sopravvivere ai pestaggi, era uscito per tre volte dall’anticamera delle camere a gas, ossia il revier, l’infermeria del campo, aveva miracolosamente scampato la morte salendo e scendendo la scalinata della morte, quei 186 gradini che tutti noi, almeno una volta abbiamo visto in qualche libro di storia.Non sopravvisse al dolore di essere abbandonato”.
Come scrisse Nella Bonanno Roggero, amica dei Midana, in una lettera data 16 giugno 1945, in cui sottolineava lo stato d’animo degli internati italiani appena liberati : “molto abbattuti moralmente perché vedevano giungere da tutte le parti del mondo persone che venivano e riprendere i loro connazionali per riportarli in patria e neppure un italiano si è mosso….questo ha tolto loro tutta la forza che avevano serbato nel loro martirio. Nonostante tutto quello cha aveva sofferto e visto, nella sua ultima lettera aveva, comunque, scritto il mondo è buono.
Ma come ha scritto, sempre, la Scantamburlo “La disumanità del lager non aveva sortito alcun effetto sull’indole di Devalle: nella bestialità della situazione, alla quale era ridotta la stragrande maggioranza, quella disumanità trovava in lui un muro invalicabile, tanto forte da difendere anche un uomo di cui, probabilmente, non sapeva neanche il nome”. Il 9 gennaio scorso, a Roma, in via Lanuvio 46, quartiere tuscolano, poco distante dal parco dell’Appia Antica è stata posta una pietra d’inciampo per Arnaldo Finocchiaro.
Una notizia che ha occupato qualche riga nelle cronache dei quotidiani. Un nome, quello di Arnaldo Finocchiaro, che non dirà molto a nessuno se non agli appassionati lettori di Torino Storia, il mensile diretto da Alberto Riccadonna, che nell’aprile del 2019 raccontò la sua vicenda. Eppure Arnaldo Finocchiaro, torinese, fu la prima delle 335 vittime delle Fosse Ardeatine. Nato a Torino il 26 luglio 1921, di professione elettricista, era stato arrestato a Roma, il 18 marzo 1944 al quartiere Quarto Miglio, poco distante dall’omonima via quasi all’angolo con la Via Appia, mentre cercava di sabotare le linee telefoniche. Era stato un militare come tanti fino all’8 settembre del 1943 e la sua qualifica era quella di guastatore volontario. Dopo l’Armistizio era entrato nella resistenza, iscritto al Partito Comunista Italiano. Quel giorno in tuta di lavoro – come si evince dal verbale di arresto – stava fingendo di lavorare sulle linee telefoniche che collegavano Roma con il sud del Lazio (zona di Anzio, dove il 22 gennaio erano sbarcati gli Americani): in realtà stava cercando di tagliarle. Fu immediatamente portato al comando di polizia tedesca di via Tasso e poi a Regina Coeli, braccio tedesco, cella 248, in attesa di giudizio e a disposizione del Feldgericht (il tribunale militare tedesco) prima di essere preso e fucilato con altri 334 uomini alle Fosse Ardeatine. Il pomeriggio del 24 marzo del 1944. Quando nel luglio del 1944, a Roma liberata, iniziarono le opere di riesumazione delle vittime, l’ultima ad essere esumata (sacello numero 335) fu proprio quella di Arnaldo Finocchiaro, segno, questo, che fu il primo a essere ucciso.
Fu riconosciuto da suo padre Luigi e da suo cognato dai vestiti e in particolare da un fazzoletto a fondo azzurro con un bordo turchino più scuro senza cifre e dalla giacca marrone che portava sopra la tuta blu.
Per tanti anni la sua tomba alle fosse Ardeatine – la 335 – è rimasta in stato di abbandono. Nessun fiore, nessuna cura. Di Arnaldo e del suo ricordo, prima della posa di inciampo, c’era solo il nome posto una targa su quella che fu una sede del PCI (a poca distanza dalla sua abitazione in Via Lanuvio 48) e una voce nel sito mausoleofosseardeatine.it curato dall’archivista torinese Augusto Cherchi.
Solo le ricerche di un galantuomo romano di origine piemontese – Massimo Prasca, scomparso nel settembre del 2022 e che ha avuto ben 4 parenti trucidati alle Fosse Ardeatine – ha riportato alla luce la storia di Arnaldo Finocchiaro che oggi ha, finalmente, una pietra d’inciampo che lo ricorda. Per Giorgio Devalle, per Arnaldo Finocchiaro per gli oltre 7500 ebrei, per gli oltre 10 mila prigionieri politici e per i 50 mila internati militari che furono sterminati nei campi di concentramento o di lavoro, oggi più che mai, vale la pena ricordare le parole del medico anatomopatologo Attilio Ascarelli (compagno di scuola al Lceo Visconti di Roma di Eugenio Pacelli) che si occupò dell’esumazione e dell’identificazione dei corpi dei trucidati delle Fosse ardeatine. Da quei mucchi di cadaveri insepolti, da quei martiri non acquietati dalla morte è venuto l’incitamento a resistere a lottare a vincere. Quei mucchi di cadaveri hanno segnato il solco definitivo tra l’Italia vilipesa e martoriata, che vuole e deve risorgere.

Alessandro Battaglino