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ILARIA SALIS IN CEPPI NELL’EUROPA UNITA IN ITALIA I DETENUTI TENTANO IL SUICIDIO

By 23/02/2024Marzo 20th, 2024No Comments

Il caso ungherese ha sollevato le contraddizioni giudiziarie e giuridiche nelle due nazioni che fanno parte dell’UE. Alla politica si chiede di restare fuori dalla giustizia e al tempo stesso ci si rivolge al governo italiano per fare pressione sulla politica ungherese affinché si faccia sentire dalla magistratura – E che siano le forze politiche a farlo, è quanto meno incomprensibile. – Non si dimentichi mai l’umiliazione imposta a Enzo Tortora

Il caso di Ilaria Salis sta mettendo a dura prova l’idea di un’Europa democratica ed equa nella tutela dei diritti inalienabili della persona. Le immagini crude e forti della donna in catene, legata mani e piedi e condotta al guinzaglio, irrompono improvvisamente in televisione e sui giornali, costringendo ognuno di noi ad assistere ad una evidente prevaricazione della tutela individuale – ed elementare – dei diritti della persona. Non è difficile schierarsi contro questi metodi, non solo contro l’esibizione degli stessi, ma soprattutto contro il fatto che vengano utilizzati.
Ma ancora una volta un fatto in sé evidente e drammaticamente visibile è stato trasformato, nel circo mediatico, in motivo di scontro politico e ideologico.
La mobilitazione dei media è stata tempestiva, la rappresentazione è dettagliata, a volte spietata, ricca di particolari e di dettagli. Insomma, nulla è nascosto o dissimulato: c’è una nazione, un governo, un ordinamento giuridico, una magistratura, uno Stato – in una parola – che conduce al guinzaglio e in catene le persone sottoposte a custodia cautelare e processo, e lo fa con la disinvoltura di chi non teme di nascondere il proprio comportamento. Peccato che questo stato sia europeo e nell’Europa unita, sia riconosciuto come partner di una alleanza continentale che afferma e tutela ben altri principi e valori.
Ed ecco, allora, nascere la vera contraddizione: metodi fascisti in stato democratico, o, se si preferisce, violazione dei diritti umani da parte di uno stato che si riconosce in un consesso di stati che li afferma e li tutela a pieno titolo.
A questo punto ci sono due strade da percorrere: la prima, immediata e diretta, è quella dell’immedesimazione, del riconoscersi cioè nel dramma che Ilaria sta vivendo (al di là di colpe presunte o effettive) come persona e come essere umano; la seconda, più irta e tortuosa, è comprendere il vero senso della situazione (distogliendo per un attimo lo sguardo dal dramma personale) e ricavare una oggettiva valutazione dei fatti che osserviamo.
E qui, ovviamente, ognuno recita a soggetto: è sufficiente scorrere le cronache dei giornali, leggere gli interventi più o meno articolati degli opinionisti, per comprendere subito come la divergenza delle opinioni sia di palmare evidenza.
La famiglia di Ilaria – il papà in particolare – si è mossa subito per ottenere che venga trasferita in Italia e possa eventualmente scontare i domiciliari nel proprio Paese.
Appelli alla premier Meloni, ai ministri Tajani e Nordio, alla diplomazia, allo stesso governo Orban, affinché si ponga fine a questa situazione.
E’ curioso come si chieda alla politica di restare fuori dalla giustizia (il dogma della indipendenza della magistratura è fuori discussione) ma nello stesso tempo si chieda alla politica italiana di esercitare pressione sulla politica ungherese affinché la stessa, a sua volta, eserciti pressioni sulla magistratura.
Ovviamente se questo è fatto dal papà della vittima e dalla famiglia è ampiamente comprensibile; ma che siano le stesse forze politiche in campo a mobilitarsi in tal senso un po’ sorprende.
Sorprende, anche, come a volte la politica dia risposte che disorientano: dopo aver tentato con tutte le cariche dello stato italiano direttamente coinvolte (presidenza del consiglio, ministero degli esteri, ministero della giustizia) di ottenere aiuto, finalmente la famiglia approda dal presidente del Senato, in cerca di sostegno e di quell’intervento risolutore che ponga fine alla gogna di Ilaria.
Bisogna chiedersi, innanzitutto, se tutto il clamore sollevato sul caso stia realmente aiutando la Salis: l’opinione pubblica ungherese non conosceva i fatti e la vicenda in generale ma ha scoperto, all’improvviso, l’aspetto violento dell’azione cui la Salis ha partecipato, l’aggressione ai danni di tre persone di cui una almeno capitata per caso nel pestaggio. Anche la “premeditazione” dell’aggressione gioca purtroppo a sfavore e i media ungheresi stanno sottolineando in maniera enfatica la presenza di un bigliettino, nelle tasche dei partecipanti all’aggressione, con il nome di un legale cui rivolgersi in caso di fermo o arresto.
L’emergere dell’aspetto violento dell’azione della Salis ha posto in secondo piano, nell’opinione pubblica ungherese, le modalità di detenzione e di condotta al processo degli imputati, creando un atteggiamento non proprio favorevole verso la stessa.
Del resto, anche l’Italia, in tempi non lontani, ha esibito sistemi cautelari non proprio lusinghieri: si pensi alle manette esposte in pubblico durante tangentopoli, o alla dolorosa vicenda di Enzo Tortora, esibito ai ceppi quasi come un trofeo. In Italia oggi non si vedono detenuti con le catene ai piedi mentre fino al 1992 era una scena usuale quella di reclusi che venivano accompagnati dal carcere alle aule di tribunale in fila e legati a una catena. Lo ha spiegato all’AGI Francesco Maisto, garante dei detenuti del Comune di Milano ed ex presidente del Tribunale di Bologna. “Il cambiamento arriva durante tangentopoli, quando suscitarono un grande clamore le immagini del politico e giornalista Ezio Carra, trascinato per il Palazzo di Giustizia di Milano con gli schiavettoni. Dieci anni prima in molti si indignarono per l’immagine di Ezio Tortora mostrato in manette dopo l’arresto. Decisiva fu la legge 492 del 1992 arrivata nel momento in cui cambiò il regolamento e il compito di accompagnare i detenuti passò dai carabinieri agli agenti della polizia penitenziaria”.
Ma oggi? Siamo sicuri che le condizioni di detenzione in Italia siano così rispettose dei diritti individuali? Come non ricordare il caso di Santa Maria Capua Vetere, deve 150 agenti sono imputati per le violenze nel carcere nell’aprile del 2020, o le vicende di Torino dove trattamenti degradanti verso i detenuti, tra il 2017 e il 2019, hanno portato a 21 indagati? E ancora Ivrea, con altre due inchieste su maltrattamenti ai detenuti, Biella, con 23 agenti indagati, e così via. In tutti questi casi il denominatore comune sono i maltrattamenti ai detenuti, e quindi la violazione dei loro diritti di individui e di persone; come maltrattamento, in senso ampio, è il sovraffollamento delle carceri (circa 9 mila detenuti in più rispetto alla capienza): lo stesso Presidente Mattarella, recentemente, ha espresso forte preoccupazione per le violenze e i suicidi, sempre più numerosi, che si sono verificati nelle nostre carceri, preoccupazione condivisa anche dal mondo degli psicologi che registrano un’assoluta fragilità del sistema carcerario, tale da indurre sempre più detenuti a tentare il suicidio. In questo contesto poco edificante appare perciò riduttivo occuparsi solo di quello che fanno (male) gli altri paesi, senza aver affrontato adeguatamente la propria incapacità di gestire al meglio situazioni analoghe. Lo stesso La Russa, prima di incontrare il papà della Salis, ha dichiarato “Ho visto un sistema non molto dissimile, almeno per gli uomini, cioè di guinzaglio e di manette, ma non ai piedi. Credo che il problema ce lo dobbiamo porre anche in Italia”. L’incontro successivo non pare abbia prodotto valore aggiunto; anche qui è comprensibile l’atteggiamento di un familiare che le prova tutte pur di riportare a casa la propria figlia, mentre meno comprensibile appare la partecipazione “politica” di diversi esponenti ad un dibattito che rischia solo di creare ulteriore clamore e danneggiare la possibilità di una soluzione positiva.
La dichiarazione del Presidente del Senato è iconica: “Ilaria militante antifascista? Non c’entra il merito della vicenda”. Al di là del giudizio che ognuno può dare sulle sue idee e del modo in cui le traduce e se il fatto è vero o no, cioè che lei partecipava a quella spedizione, è comunque una cittadina italiana per la quale è giusto che siano tutelati i diritti della persona. Circa la possibilità di concedere gli arresti domiciliari all’attivista, La Russa ha azzardato la possibilità che, se dovessero essere concessi, la donna potrebbe trascorrerli nell’ambasciata italiana: “In linea teorica non sono contrario, anzi, sono estremamente favorevole, poi, però decide liberamente la magistratura ungherese”. Ecco, in quest’ultima espressione può essere sintetizzata l’intera vicenda: la decisione della magistratura ungherese deve essere libera, indipendente dalla politica e non condizionata dall’opinione pubblica. Del resto se il magistrato deve essere soggetto solo alla legge e deve applicare la stessa nel modo più equo ed imparziale possibile, è sul fronte del legislatore che occorre intervenire.
La singolarità e la particolarità del fatto in sé reca una contraddizione su cui occorre riflettere: tutta la mobilitazione (utile o meno) a favore della nostra connazionale sembrerebbe imporre un tentativo di “prevaricazione” dell’esecutivo ungherese sulla magistratura di quello stato; se così fosse e avvenisse avremmo, come italiani, risolto il problema di una nostra connazionale, ma continueremmo a convivere in un’Europa che non rispetta i diritti dei detenuti, in Ungheria come in Italia.
Forse è su questo che dovremmo attentamente riflettere, insieme alle istituzioni coinvolte, affinché tutti i casi “Salis” silenti e non visibili, che spesso finiscono nella tragedia del suicidio in carcere, possano finalmente avere la giusta attenzione e considerazione, senza la spinta emotiva del “caso” che fa audience e attira la curiosità morbosa del cittadino/spettatore.

Giuseppe Formichella