POLITICA

L’ EUROPA UNITA E FEDERALE NON DEVE ESSERE UN’UTOPIA MA CENTRO DELLE DECISIONI DI UN PARLAMENTO SOVRANO

By 24/05/2024No Comments

Rileggiamo il Manifesto di Ventotene (1941) in cui si affermava la necessità di creare una forza politica esterna ai partiti delle singole nazioni, che sostenga un blocco internazionale – Le guerre sui fronti europei e mediorientale, la situazione economica e la geopolitica impongono il superamento dell’attuale assetto – I singoli Paesi UE non sono più in grado di sostenere il confronto con le nazioni più forti – Gli obiettivi convergenti di Mario Draghi e Fabio Panetta

Le caratteristiche del secolo attuale determinano un avvenire molto incerto legato alle grandi sfide che vanno certamente oltre la capacità risolutiva dei singoli Stati che compongono l’Unione Europea.
Del resto, la Pandemia, la crisi israelo-palestinese attorno a cui ruota la profonda instabilità di tutto il Medioriente, il Rapporto con la Russia e il conseguente conflitto ucraino e infine la tensione latente nell’Oceano Pacifico che vede contrapposti Cina e Stati Uniti, presentano una forte connotazione globale che influenza ciascun membro della UE. Tuttavia, i Paesi UE presi uno ad uno non hanno le risorse economiche, strategiche, militari e – non ultimo la leadership – per fronteggiare simili sfide che mettono in discussione il benessere dei cittadini delle singole comunità nazionali.
Con la creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, precedente al Trattato di Roma e antesignana dell’attuale UE, i Paesi fondatori intendevano in primo luogo raggiungere sinergie nell’ambito della produzione e del commercio di carbone e acciaio al fine di mantenere la pace sul continente all’indomani della fine del sanguinoso conflitto mondiale.
Oggi che la pace tra i Paesi membri della UE è ampliamente raggiunto e consolidato grazie ad un percorso maturato essenzialmente con la creazione di un mercato unico e di una moneta unica, occorre rafforzare la condivisione di altre politiche necessarie a fronteggiare le sfide o, meglio, gli shock di cui abbiamo accennato in precedenza.
La geopolitica dei giganti. Come sottolineato dal Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, in una recente lectio magistralis, il 2023 si è caratterizzato per il triste primato di avere conosciuto la maggiore proliferazione di nuovi conflitti militari dopo il 1945.
Ovviamente tra questi è incluso il conflitto tra Russia e Ucraina. A tal proposito, non passa inosservata la grande pressione sugli Stati UE dello scudo Baltico, su quelli confinanti con l’Ucraina e nella parte centrale del continente.
I singoli Paesi lambiti dal conflitto non sono in grado per dimensione e capacità di difesa di offrire adeguata sicurezza ai proprio cittadini. Nonostante la maggior parte dei Paesi UE faccia parte della NATO o vi abbiano aderito frettolosamente solo di recente come Finlandia e Svezia, l’esistenza della NATO stessa con le risorse ad oggi conosciute è messa in discussione dagli Stati Uniti che al di là della visione strategica e geopolitica del prossimo inquilino della Casa Bianca, reclamano un maggior supporto economico dagli Stati Europei.
Per altro al di là dei temi di budget, non sempre le priorità europee sono coerenti con la postura americana nei confronti della vicina Russia. Basti pensare al fabbisogno energetico degli europei, coperto in buona parte negli scorsi vent’anni proprio dalla Russia: Italia e Germania per primi hanno imboccato questa strada. L’Italia dei Governi Berlusconi aveva vagheggiato la costruzione di Southstream, la Germania ha legato negli scorsi anni i propri obbiettivi di decarbonizzazione e produzione industriale proprio al ricorso al gas russo. Si considerino inoltre il volume degli scambi commerciali e degli investimenti tra la stessa Russia e gli altri Stati UE.
Tuttavia, la UE, durante il conflitto, non è riuscita a maturare una visione comune e adottare iniziative coerenti in un senso o nell’altro per determinare una visione autonoma del conflitto e riuscire a spingere Russia e Ucraina verso una soluzione anche in base ai legittimi interessi geopolitici ed economici dei cittadini europei. Gli Stati europei, infatti, si sono mossi in ordine sparso, limitandosi sostanzialmente ad appiattirsi ad un supporto alla c.d. “guerra per procura” intrapresa dagli Stati Uniti come definita a più riprese da Lucio Caracciolo.
Ovviamente non si mette nemmeno per un istante in dubbio che la vittoria ottenuta dagli europei grazie agli USA contro il nazifascismo sia un fatto essenziale e prodromico alla nascita della UE e che pertanto la stessa UE non possa prescindere da una relazione forte, proficua e costante con gli Stati Uniti d’America. Tuttavia, la mancanza di visione e strategia verso il conflitto russo non corrisponde all’Interesse delle Nazioni europee inteso nell’accezione più smithiana possibile.
A tal proposito il rapporto con la Cina riveste ancora maggiore attinenza rispetto al conflitto russo-ucraino. Infatti, in seguito alla pandemia, la UE ha preso a considerare la necessità di rivedere la produzione massiccia di beni strategici in Cina, primi tra tutti i chips che oggi sono imprescindibili per la maggior parte dei beni presenti sul mercato Europeo. Del resto, la Cina è entrata in modo surrettizio nel WTO nel dicembre 2001: l’assenza totale in quell’epoca di una visione complessiva e delle eternalità negative sul lungo periodo da parte della UE non ha consentito di comprendere che la Cina avrebbe inondato il mercato unico europeo di beni prodotti in modo incoerente con la maggior parte delle normative comunitarie soprattutto in materia di diritto del lavoro e dell’ambiente. Di fatto, l’espansione cinese sui nostri mercati è avvenuta attraverso un massiccio dumping di leggi che caratterizzano l’elevato grado di civiltà giuridica raggiunto dal nostro continente.
D’altra parte, la Cina è ormai un interlocutore imprescindibile anche per gli investimenti operati in Paesi terzi che si caratterizzano per la presenza di materie prime: da anni i cinesi investono in Africa e alimentano un sistema infrastrutturale a proprio vantaggio, in particolare negli Stati che fino agli anni ’50 erano colonie o protettorati degli Europei.
In questo senso l’attuale Governo italiano ha unilateralmente interrotto l’accordo chiamato “La nuova Via della Seta” che includeva un programma di investimenti sulle infrastrutture nazionali. È evidente che il Governo abbia agito per tutelare l’interesse nazionale per infrastrutture critiche. Tuttavia, un tema di portata simile sarebbe dovuto essere stato discusso a livello comunitario al fine di assumere un posizione della UE coerente con la Cina, o evitando che altri Paesi membri ottenessero vantaggi da tale rottura, oppure risultando più accondiscendenti, beneficiando di rapporti commerciali più intensi.
Anche le tensioni tra Israele e la Palestina interessano la UE perché ovviamente sono un elemento destabilizzante dell’aerea mediorientale foriera di riflessi sul mercato delle commodities. In questo grave conflitto la UE non ha saputo pronunciarsi in modo univoco né proporsi come uno dei possibili mediatori: probabilmente la notevole presenza di musulmani in alcuni Paesi membri ha dissuaso alcuni Paesi Membri a condividere una posizione comune.
In ultimo i fenomeni migratori. L’Italia, che è il naturale approdo dei grandi flussi vista la posizione geografica, non è in grado di gestire un tema così complesso sebbene fino ad oggi la UE ha preferito supportare il nostro Paese piuttosto che immaginare una strategia di ampio respiro tesa a destinare risorse consistenti per supportare i Paesi da cui l’immigrazione si origina e, dall’altra parte, prevedere un politiche di integrazione adeguate considerando opportunità quali l’impiego di forza lavoro qualificata e di inversione della denatalità che affligge il nostro continente.
Quali risposte a queste criticità. È evidente che le criticità brevemente riepilogate in precedenza insieme a molte altre, necessitino di una revisione della governance della UE al fine di essere più efficace nella tutela e nella salvaguardia degli interessi dei cittadini europei.
Di recente, infatti, Mario Draghi ha affermato che: “In ultima analisi, sarà necessario completare una trasformazione che attraversi tutta l’economia europea. Dobbiamo poter contare su sistemi energetici decarbonizzati e indipendenti; un sistema di difesa integrato e adeguato a livello di UE; produzione nazionale nei settori più innovativi e in più rapida espansione; e una posizione di leadership nell’innovazione deep-tech e digitale, che sia vicina alla nostra base produttiva.”
In questo pensiero di Mario Draghi si individuano gli strumenti per delineare uno scenario comunitario sostenibile a partire da settori strategici quali gli investimenti in ambito tecnologico. È evidente che la competizione globale in questo settore è altissima, nello specifico per i calcolatori alla base della IA che sarà determinante in tanti settori, per primo in quello produttivo. A tale proposito, il Governatore di Banca d’Italia Panetta ha individuato nel reshoring delle imprese produttive, uno dei driver per l’incremento del PIL del Continente che deve puntare non solo alla produzione, ma anche al consumo nei confini UE.
Analogamente anche la produzione di beni della Difesa deve aumentare nel continente (oggi i membri UE effettuano l’80% della spesa militare a vantaggio di Paesi extra UE) e pertanto occorre una politica di difesa unica, con medesimi obbiettivi e sinergie volte a maggiore efficacia e riduzioni dei costi.
Massicci investimenti in settori cardine come tecnologia, difesa e anche infrastrutturale al fine di accelerare ancora di più gli scambi di beni e persone, comportano una condivisione a livello comunitario non solo degli investimenti ma di una adeguata politica fiscale e di indebitamento che li sostenga. Per questa ragione, occorre una profonda revisione degli schemi attuali che regolano la politica economica della UE, anche al fine di rivedere la distorsione di una moneta unica e di 27 debiti nazionali (e 27 politiche economiche che non sempre agiscono in sintonia).
Integrarsi armonicamente. Gli obbiettivi ambiziosi delineati da due grandi civil cervant Italiani come Mario Draghi e Fabio Panetta possono essere perseguiti solo mediante un percorso di integrazione istituzionale europea. Per i detrattori ciò significa spogliare gli Stati di sovranità. Tuttavia, in concreto, questo passaggio è obbligato per rispondere ad istanze dei cittadini di tutto il continente che altrimenti rimarrebbero senza risposta.
Nello specifico per l’Italia, il percorso di integrazione potrebbe essere utile per potenziare quei settori in cui nessun governo della c.d. Seconda Repubblica è riuscito ad imporre riforme adeguate. Negli ultimi 20 anni il nostro Paese ha avuto notevoli difficoltà nell’individuare politiche economiche adeguate volte ad aumentare il PIL attraverso una politica industriale meditata e pianificata. Siamo rimasti indietro nella competitività, nell’adeguamento della giustizia civile per realizzare processi di ragionevole durata, nella capacità di immaginare progetti infrastrutturali strategici e realizzarli, nonostante molti possano essere finanziati mediante la programmazione comunitaria!
E non ultimo il tema del consolidamento della finanza pubblica: soprattutto in seguito alla pandemia la traiettoria del debito non riesce a decrescere e così il deficit, a causa della spesa corrente, e non per realizzare investimenti.
Il Paese sembrerebbe avere perso, di per sé a livello sistemico, quella vocazione al cambiamento che è alla base dell’innovazione e del progresso sociale. Probabilmente, in una dimensione comunitaria, le migliori menti del nostro Paese sarebbero in grado essere la trazione del cambiamento per tutto il continente e di riflesso per il nostro Paese.
Pertanto, prima di immaginare nuovi Trattati, strumenti obbligatori per ogni modifica delle Istituzioni comunitarie, occorrerebbe rileggere attentamente il Manifesto di Ventotene.
Scritto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni nel 1941 durante il periodo di confino presso l’isola di Ventotene, nel mar Tirreno, gli estensori del Manifesto sostenevano che fosse necessario creare una forza politica esterna ai partiti tradizionali, inevitabilmente legati alla lotta politica nazionale, e quindi incapaci di rispondere efficacemente alle sfide della crescente internazionalizzazione. Era necessario cioè un movimento che sapesse mobilitare tutte le forze popolari attive nei vari paesi al fine di far nascere uno Stato federale.
Ritornare ad un simile approccio delle Istituzioni Comunitarie, potrebbe rendere l’Unione Europea un soggetto maggiormente democratico di come è oggi: una vera espressione dei cittadini della UE rappresentati in un Parlamento sovrano che sia il vero motore e origine del decision making della UE.
Probabilmente un simile processo è una suggestione, ma è inevitabile se vogliamo costruire una UE con protagonisti milioni di cittadini molti dei quali percepiscono le istituzioni comunitarie distanti e inadeguati a rappresentarli.

Francesco Zambon