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LE NOTIZIE SULLA CUSTODIA CAUTELARE IMPEDIRLE VUOL DIRE “LEGGE-BAVAGLIO”?

By 23/04/2024No Comments

Il dibattito è aperto a nuovi confronti, ma bisogna fare chiarezza, soprattutto
sotto il profilo giuridico – La disposizione promulgata il 24 febbraio scorso è una legge delega al Governo, non ancora in vigore, perché dovrà essere trasformata in decreto e sottoposta alla firma del Capo dello Stato – La necessità di recepire le direttive dell’UE sulla “presunzione di innocenza”  e sulla divulgazione giornalistica – La questione “pubblicazione integrale o per estratto” e come formare “l’opinione pubblica”

E’ in corso un intenso dibattito su di una norma relativa al divieto di pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare, da alcuni letta come inammissibile lesione alla libertà di espressione (da cui l’odioso epiteto “legge-bavaglio”, metafora che evoca l’impedire, con costrizione fisica, di proferire alcunché), da altri considerata strumento necessario per garantire la presunzione di non colpevolezza.
Siccome il tema è complesso, anche per alcuni profili tecnico-giuridici che lo circondano, è bene procedere con ordine e fare chiarezza. In primo luogo, la disposizione che è stata da alcune settimane promulgata (l’art. 4 della l. 24 febbraio 2024, n. 15) è una legge delega, ossia una norma con la quale si delega il Governo ad esercitare la funzione legislativa e quindi, nel caso specifico, ad approvare un decreto legislativo che contenga, a sua volta, altre norme.
Quindi, nel momento in cui scriviamo, la norma in discussione non è in vigore: lo sarà (se, e) quando il Governo avrà approvato il decreto legislativo delegato, il Presidente della Repubblica lo avrà emanato e sarà stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.
La ragione della delega conferita dal Parlamento al Governo sta nella necessità di recepire alcune direttive dell’Unione Europea (le quali, senza questo recepimento, non producono effetti nel nostro ordinamento): in particolare, si tratta qui di recepire la Direttiva (UE) 2016/343, dedicata al “rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza” (presunzione che, nel nostro sistema, si chiama invece “di non colpevolezza”, sfumatura non irrilevante perché enfatizza l’approccio neutrale, non giudicante e avalutativo che la Costituzione pretende nei confronti di soggetti imputati di aver commesso un reato: “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”, sancisce infatti l’art. 27 Cost.).
La Direttiva 2016/343 è già stata oggetto di un primo recepimento con il d.lg. n. 188/2021, testo che ha per esempio stabilito che “la diffusione di informazioni sui procedimenti penali è consentita solo quando è strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini o ricorrono altre specifiche ragioni di interesse pubblico” e che “le informazioni sui procedimenti in corso sono fornite in modo da chiarire la fase in cui il procedimento pende e da assicurare, in ogni caso, il diritto della persona sottoposta a indagini e dell’imputato a non essere indicati come colpevoli fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza o decreto penale di condanna irrevocabili”.
Tuttavia, siccome la direttiva impone agli Stati di “assicurare che agli indagati e imputati sia riconosciuta la presunzione di innocenza fino a quando non ne sia stata legalmente provata la colpevolezza”, il Parlamento ha ritenuto necessario introdurre ulteriori modifiche nel nostro sistema, delegando quindi il Governo a introdurre una norma che preveda “il divieto di pubblicazione integrale o per estratto del testo dell’ordinanza di custodia cautelare finché non siano concluse le indagini preliminari ovvero fino al termine dell’udienza preliminare”.
La legge oggetto di discussione non vieta, quindi, né alle “autorità pubbliche”, né ai giornalisti di pubblicare notizie su indagini o procedimenti penali in corso: prevede di vietare “la pubblicazione integrale o per estratto” (il che dovrebbe quindi riguardare anche il “virgolettato”) “del testo” delle ordinanze di custodia cautelare, sino al termine delle indagini preliminari o dell’udienza preliminare.
Il dibattito va quindi circoscritto a questo punto: se il divieto di pubblicare (a) il testo integrale e (b) anche solo alcuni passaggi di un’ordinanza di custodia cautelare (ossia: di quell’atto con cui, durante le indagini, un soggetto viene “condotto in un istituto di custodia” perché sussistono a suo carico gravi indizi di colpevolezza e vi è pericolo di fuga, pericolo di inquinamento delle prove o pericolo di commissione di altri reati) rappresenti una non consentita limitazione della libertà di espressione o, viceversa, costituisca una misura necessaria per garantire la presunzione di non colpevolezza.
Sotto il profilo giuridico, l’art. 21 della Costituzione afferma chiaramente che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure; tuttavia, la Corte Costituzionale ha ritenuto da tempo compatibile con la libertà di espressione il “limite della realizzazione della giustizia”; numerose sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo hanno inoltre chiarito che l’informazione sulle vicende giudiziarie deve essere svolta “con tutto il riserbo imposto dalla presunzione di innocenza”.
In questa prospettiva, il principio della presunzione di non colpevolezza è stato ritenuto fonte di un vero e proprio “diritto a non essere pubblicamente rappresentati come colpevoli di un reato prima che la responsabilità venga accertata conformemente alle previsioni di legge”, diritto che – ha ribadito ancora la Corte Europea – deve essere rispettato anche dai giornalisti.
La questione che si pone non è, perciò, se sia ammesso limitare il diritto di espressione imponendo di evitare la diffusione di notizie e di informazioni che rappresentino un imputato come colpevole, perché questa è ormai acquisizione pacifica.
La questione è piuttosto se vietare la pubblicazione del testo, o di passaggi, di un’ordinanza di custodia cautelare garantisca effettivamente una maggior tutela della presunzione di non colpevolezza (a fronte dell’indubbia restrizione che questo divieto comporta rispetto a ciò che può essere pubblicato).
Il problema va affrontato tenendo a mente in che modo si forma l’opinione di chi legge la notizia (quella che per semplicità qui chiameremo “opinione pubblica”). L’opinione pubblica costituisce un elemento fondamentale delle democrazie, perché – come hanno dimostrato i noti studi di Jürgen Habermas – essa si è storicamente affermata come strumento di controllo e di stimolo sull’operato dei governanti.
Ciò non significa (come hanno scritto alcuni giornalisti) che l’opinione pubblica possa assurgere a strumento di controllo dell’operato della magistratura, perché quest’ultima – nel nostro ordinamento – è soggetta solo alla legge (e la legittimazione popolare non può sostituirsi alla legittimità formale).
Tuttavia, l’opinione pubblica va garantita – anzitutto – come forma di libertà di espressione, il che implica la consapevolezza da parte degli individui di stare diffondendo un’opinione che essi reputano corretta.
Ma come si forma l’opinione pubblica? Nella maggior parte dei casi le opinioni non riguardano “fatti” (intesi come fenomeni empirici “puri”), ma “fatti sociali”, la cui evidenza dipende dalla rete sociale cui si appartiene.
I “fatti sociali” (come spiega bene Giuseppe Riva) sono una serie di convenzioni sociali che esercitano i loro effetti sia attraverso l’interiorizzazione nell’identità sociale del soggetto, sia attraverso il controllo sociale da parte degli altri membri della rete (e i fatti sociali si distinguono a loro volta in “fatti sociali istituzionali” – creati esplicitamente e attributivi di uno status – e “fatti sociali situati”, creati implicitamente da un particolare gruppo sociale per raggiungere un obiettivo comune).
L’opinione pubblica viene quindi “costruita socialmente” (per dirla con Berger e Luckmann) attraverso la stratificazione e l’interazione di molteplici convenzioni sociali, fra cui – anche e soprattutto – il linguaggio.
Insieme con altri fattori convenzionali, il linguaggio contribuisce in modo decisivo alla costruzione dell’opinione pubblica e questo fenomeno viene particolarmente enfatizzato quando le opinioni riguardato “fatti sociali” dotati di rilevanza giuridica, perché il lessico giuridico, in quanto tecnico-specialistico, può non essere conosciuto da tutti in ogni sua implicazione semantica.
Un solo esempio chiarirà il punto. Quando il legislatore del 1989 ha riscritto il codice di procedura penale, grande attenzione è stata posta nell’utilizzare, nel libro IV (dedicato alle misure cautelari), un lessico che evitasse di suggerire impropri accostamenti fra quelle forme di limitazione della liberà personale necessarie in caso di gravi indizi di colpevolezza (le misure cautelari, appunto) e la detenzione intesa come condanna, e ciò proprio per escludere che le prime (disposte in fase di indagini preliminari) potessero indurre a percepire la colpevolezza di soggetti soltanto imputati di reato.
Questo sforzo viene quasi del tutto vanificato quando notizie riguardanti misure cautelari sono presentate come “arresti”, ricorrendo quindi a un lemma che (per tradizione filologica e costruzione sociale) evoca lo stigma della condanna, del carcere e – quindi – della colpevolezza.
Può anche comprendersi che l’esigenza giornalistica di sintesi comporti di sostituire la parola “arresto” alla più lunga locuzione “ordinanza di custodia cautelare in carcere”, ma indubbiamente la scelta dei vocaboli ha un effetto sulla costruzione del “fatto sociale” e, quindi, dell’opinione pubblica. Il problema che va riconosciuto è dunque che la presentazione, descrizione e illustrazione di un evento, il lessico utilizzato per parlarne e la “guida alla lettura” determinata dagli elementi del contesto (inteso nel senso della pragmatica di Peirce, ossia come “l’ambito all’interno del quale si realizza una qualsiasi comunicazione”) sono tutti elementi che concorrono alla costruzione dell’opinione.
Se, dunque, esiste il “diritto a non essere pubblicamente rappresentati come colpevoli di un reato prima che la responsabilità venga accertata conformemente alle previsioni di legge”, la “rappresentazione” del colpevole (anche soltanto percepito come tale dall’opinione pubblica) dipende dalla conoscenza dei concetti, del linguaggio e degli altri elementi del contesto in cui l’evento viene descritto.
In questo quadro, è utile una norma che vieti la pubblicazione integrale, o per estratto, di un’ordinanza di custodia cautelare?
In un certo senso, la domanda è mal posta, perché sia che venga consentita la diffusione del testo dell’ordinanza (ciò che la norma in questione vuole invece vietare), sia che ci si limiti a permetterne ricostruzioni, parafrasi o rielaborazioni (ciò che invece la norma non vieta), il problema resta sempre quello del linguaggio e del contesto attraverso il quale le informazioni vengono divulgate.
E’ vero quindi da un lato (come ha scritto il giornalista Gianluca Amadori) che “in materia delicata come quella giudiziaria, la pubblicazione letterale di quanto contenuto negli atti conosciuti dalle parti costituisce una garanzia sia per i cittadini fruitori dell’informazione, sia per le persone coinvolte nell’indagine”, perché “una sintesi potrebbe risultare parziale o, peggio, essere tacciata di essere fuorviante, non precisa, con possibili conseguenze pregiudizievoli per la correttezza dell’informazione”.
Ma, dall’altro lato, anche la lettura del testo “originale” dell’ordinanza, oltre a risentire inevitabilmente del contesto in cui è svolta, richiede, per non essere “fuorviante”, la conoscenza del lessico giuridico e degli istituti fondamentali del diritto e della procedura penali, e questo proprio perché – in entrambi i casi – il linguaggio orienta la comprensione della lettura e contribuisce a costruire l’opinione.
Come si può cercare, allora, di evitare che il linguaggio e il contesto conducano a “rappresentare pubblicamente come colpevoli di un reato” persone soltanto indagate?
Per quanto non si possa escludere del tutto l’incidenza delle convenzioni sociali (compreso il linguaggio), se si dovesse ammettere che questo obiettivo non è raggiungibile, non rimarrebbero che scelte contrarie alla libertà di espressione: ritenere impossibile trattare un argomento giudiziario senza rappresentare come colpevole chi non lo è vorrebbe dire che per garantire la presunzione di non colpevolezza ci si dovrebbe astenere del tutto dall’informare.
Il tema è, invece, di natura formativa. Anzitutto, proprio chi diffonde una notizia, siccome contribuisce – anche con le parole che usa – a costruire l’opinione pubblica, ha l’onere di formare i lettori fornendo loro gli strumenti (concettuali e lessicali) per evitare rappresentazioni dei fatti lesive della presunzione di non colpevolezza.
E si può quindi condividere ciò che scrive il giornalista Luca Fazzo quando ammette che “il giornalista viene investito di nuove responsabilità, è lui a farsi carico di tradurre al lettore l’ordinanza. La credibilità del singolo giornalista, che è il suo principale patrimonio professionale, assume rilevanza ancora maggiore”.
Ma, prim’ancora, dovrebbe essere onere delle istituzioni formative dotare gli individui di quegli stessi strumenti (concettuali e linguistici) attraverso i quali costruire opinioni non socialmente distorte e, nel caso delle vicende giudiziarie, non degeneranti verso inappropriate rappresentazioni di colpevolezza.
In un sistema nel quale (ed è un bene) la scuola affronta precocemente lo studio degli idiomi e in cui (meritevolmente) il vocabolario si arricchisce della terminologia propria della computer science, sarebbe utile dedicare una parte del percorso formativo all’acquisizione di un consapevole “lessico pubblico”, e quindi alla trasmissione di un linguaggio in grado di far decifrare (senza essere professionisti del settore) gli elementi fondamentali del testo di un’ordinanza di custodia cautelare, così come i contenuti essenziali di un resoconto giornalistico che ne contenga la parafrasi.
Non è, dunque, l’alternativa tra rendere pubblico il testo originale o divulgarne un riassunto a costituire di per sé una maggiore o minore garanzia della presunzione di non colpevolezza: è piuttosto la formazione di una conoscenza critica, basata sulla consapevolezza dei concetti e dei vocaboli fondamentali della democrazia e dello “Stato di diritto”, che può valere a orientare la costruzione sociale dell’opinione pubblica.
In questa prospettiva, può essere che la norma che il Parlamento ha delegato il Governo ad approvare non possa definirsi un “bavaglio” (perché, effettivamente, la notizia giudiziaria può comunque venire diffusa anche in assenza del testo originale dell’ordinanza), ma essa è forse una norma inutile, o comunque meno utile di quanto sarebbe il fornire alle persone gli strumenti per essere informate sulle vicende giudiziarie senza rappresentare come colpevole chi non lo è.
Luca Geninatti Satè