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LETTERA A UNA BIMBA, A UN BIMBO

By 24/05/2024No Comments

“NON COMMUOVERTI TROPPO
VERRANNO GIORNI PIU’ TENERI”

Il mensile on line TORINO NEWS WORLD, in un momento tragico per milioni di bambini in tutto il mondo, rivolge un invito ai lettori: “Scrivete una lettera a un bimbo o a una bimba” la cui storia è rimasta nel vostro cuore – Non firmate e – se volete – indicate soltanto il nome di chi fruisce del vostro affetto, nel più assoluto riserbo – E’ un atto d’amore di cui tutti abbiamo un bisogno estremo.
Non più di una cartella per lasciare a altri il giusto spazio 

Molti anni fa, quando non eri che un piccolo, buffo involtino in braccio ad una donna vestita di bianco, qualcuno, in quella clinica dove avevo passeggiato aspettandoti, mi aveva mormorato: “Non commuoverti troppo. Verranno giorni più teneri”. Ed io, che non mi sentivo ancora tuo padre, avevo scosso la testa. Non mi sembrava possibile che esistessero momenti più commoventi ed intensi di quelli che può vivere un uomo che diventa “papà”.
Sono passati altri anni. Da quel piccolo, buffo involtino ch’è ormai soltanto un ricordo, sei uscita un poco ogni giorno ed ogni giorno, per poco, io ti sono stato vicino senza avvedermi che il tempo passava.
Ricordo, vagamente, le notti, in cui mi alzavo come un automa, ai tuoi primi strilli, e ti cullavo fra le braccia, cantando, sottovoce perché tornassi nel sonno.
Ricordo i tuoi primi passi, le tue prime parole ed i giorni in cui, col cestino della merenda, ti accompagnavo all’asilo. Sentivo i tuoi piccoli passi sul marciapiede, tenevo nella mia la tua mano piccina e guardavo i tuoi occhi che stupiti osservavano il mondo. Dicevi cose buffe. Chiamavi “Iaia” Sarah; “piccole late”, il piccolo gelato, Volevi bene alla suora che, sorridendo, ti veniva incontro sull’uscio e che tu avevi imparato a chiamare “madre”.
Io ti lasciavo, senza accorgermi che in quelle ore passate all’asilo nascevano le tue prime amicizie, fiorivano i tuoi primi pensieri. Ricordo il primo giorno di scuola, il tuo grembiule bianco col fiocco celeste, la cartella che avevo comprato per te in un negozio del centro. Altri bambini, quel giorno, piangevano e non volevano lasciare la mamma o il papà. Tu no. Tu mi avevi salutato ancora col braccio prima di entrare nell’atrio, e i tuoi occhi ridevano.
Quel riso, chissà perché, mi aveva un poco deluso e un poco ferito. Eri felice del tuo primo giorno di scuola; ed io, che avevo temuto chissà quali lacrime, chissà quali piccoli drammi, e che mi ero preparato a fingermi burbero, mi sentivo dentro un senso di solitudine strana. Mi erano mancati i tuoi pianti; mi era mancata la tua voglia di restare con me. E la consapevolezza di averti lasciata felice, col tuo grembiule un po’ largo, con la tua prima cartella di scuola, non compensava la malinconia di chi s’era creduto insostituibile nelle risa e nei giochi con te.
Poi è passato altro tempo. Tu sei ancora cresciuta. Ora fai la seconda, hai imparato a leggere ed a scrivere; riesci persino a compitare qualche piccola frase in francese e disegni pupazzi un po’ folli su ogni foglio che ti capita a tiro. Non resti più molto sulle mie ginocchia, e, anche se mi cerchi con gli occhi, ti rassicura l’idea che da qualche parte, in casa od altrove, io continuo ad esistere. Non è molto. Ma capisco che è giusto; che anche tu, ormai, nutri i tuoi “personali” problemi.
L’ultimo, di questo tuo tempo, felice, infelice: chissà, è stato quello della Prima Comunione. C’è un Dio per tutti. Il mio, di quando avevo press’a poco i tuoi anni, me lo avevano descritto con l’aspetto severo e un po’ truce. Mi avevano insegnato ad averne timore. Il tuo, forse, è diverso: più dolce, più comprensivo. E’ un Dio che non minaccia l’Inferno, che resta, senza dubbio, un personaggio importante, ma che ha perduto la faccia corrusca e, forse, s’è lasciato tagliare la gran barba bianca. Non importa.
Io voglio bene anche a questo inedito Dio che al catechismo ti hanno fatto conoscere e che; per la prima volta tu hai accolto nell’anima il giorno del Primo Maggio. Gli voglio bene anche se a decidere di fartelo conoscere e di fartelo amare di più hanno scelto una data che non ha nulla in comune con Lui.
Avevo immaginato per te una Prima Comunione diversa: ecco tutto. Credevo che per farti mettere l’abito bianco col velo aspettassero la Pentecoste, o, chissà, il Corpus Domini. Hanno preferito la Festa del Lavoro. Tu, quel giorno, sei stata felice lo stesso. Ed io, che avrei voluto esserlo con te; io, che mi ero “inventato” di accompagnarti fino all’altare, o, almeno, di vederti quando ti ci saresti accostata, ho finito col perderti in un mare di gente che s’accalcava senz’ordine, che brandiva cineprese e macchine fotografiche e che, in fondo, doveva infischiarsene del tuo Dio più comprensivo e più dolce.
In quel momento, tu mi perdonerai, io ho pensato a quell’altro: al dio degli anni in cui avevo la tua età, che aveva la barba e minacciava l’inferno. E un senso di nostalgia infinita di tristezza e persino di muto rancore mi è cresciuto dentro fino a quando non ti ho rivista nel tuo abito bianco, sfilare sotto gli occhi di tutti per riprendere il tuo posto nel banco. Ti ho guardata. Ho creduto che tu fossi felice. Avevi Gesù nel cuore. Ed ho pensato che non poteva non essere il solito buon vecchio Gesù che per noi, tanti anni fa, s’è lasciato inchiodare ad una croce senza domandarsi se doveva farlo un giorno piuttosto che un altro. Fuori, nelle strade, mentre tu e le tue piccole amiche ve ne andavate col vostro abito bianco, c’era gente che sventolava bandiere di un diverso colore.
Non farmi dire il colore. Sarei costretto a cercare una ragione fra la tua Prima Comunione quel giorno e il significato che anche la Chiesa ha voluto dare a quel giorno. Sarei obbligato anch’io a confondere quel che non voglio e che non si deve confondere.
La tua Prima Comunione, come la Prima Comunione di tutti i bambini, è una cosa troppo importante per essere messa a confronto col resto. Non chiedermi nulla. Aspetta ancora qualche anno. Aspetta che passi e s’attenui il ricordo del mio Primo Maggio, come è passato e s’è attenuato il ricordo di quel tuo primo giorno di scuola. Aspetta di darmi, come pure mi aveva detto qualcuno, qualche anno fa, quando non eri che un piccolo buffo involtino, altri “giorni più teneri”. Io non so più se verranno. So soltanto che ne sento un disperato bisogno. So soltanto che anche i padri, qualche volta, hanno bisogno di sentirsi bambini.

Il tuo papà.