AMBIENTEeditoriale

L’ITALIA GEOLOGICAMENTE FRAGILE DEVASTATA DALL’ABUSIVISMO EDILE

By 24/11/2023No Comments

Il nostro “Bel Paese” dal dopoguerra è stato preda di una scellerata politica urbanistica – Molti i Comuni abbandonati a sé stessi – Il 60% del territorio continuamente a rischio di esondazioni e frane – Danni irreversibili per colpa di una cementificazione irrazionale. Incosciente la costruzione di edifici nell’alveo dei fiumi

L’unicità e la bellezza dell’Italia sono riconosciute a livello mondiale ed ogni anno il nostro Paese attrae milioni di visitatori affascinati dalle meraviglie naturali e monumentali che caratterizzano da Nord a Sud il territorio nazionale. Dietro tutto ciò, però, si nasconde un Paese che mostra tutta la fragilità del proprio territorio, come hanno evidenziato i fenomeni estremi accaduti recentemente in Emilia-Romagna e Toscana. Nei primi sei mesi del 2023 sono già stati segnalati ben 25 eventi straordinari riconducibili a frane, inondazioni ed allagamenti, che hanno comportato un totale di 20 morti e 11 feriti.
Cosa si intende quindi per dissesto idrogeologico? Esso consiste in una forma di degrado ambientale che coinvolge il suolo e gli strati rocciosi superficiali, causato dall’azione delle acque che scorrono in superficie. I fenomeni più frequenti sono frane e alluvioni, che colpiscono soprattutto i territori geologicamente giovani, come è appunto l’Italia, in particolar modo lungo la dorsale appenninica e la fascia prealpina. Circa il 60% del nostro territorio è, di conseguenza, soggetto a rischio frane ed esondazioni. Negli ultimi anni, però, si è andata intensificando la frequenza del verificarsi di tali fenomeni; ciò è dovuto anche al cambiamento climatico.
Infatti, a causa del riscaldamento globale in alcune zone del Pianeta, come proprio lo spazio euromediterraneo, si sono moltiplicati i fenomeni meteorologici estremi, che comportano piene improvvise o colate rapide di fango e detriti. A contribuire a rendere così fragile il nostro territorio è stato però e soprattutto, l’uomo, che con le sue azioni ha aggravato notevolmente gli effetti di frane e alluvioni e, in molti casi, li ha addirittura attivati. Le cause principali imputabili proprio all’intervento umano sono il disboscamento di interi versanti; l’abbandono dei terrazzamenti agricoli e l’utilizzo di monocolture intensive; la costruzione di strade, viadotti, ponti e dighe; il prelievo eccessivo di sabbie e ghiaie dall’alveo dei fiumi con conseguente aumento della velocità della corrente; la costruzione di edifici negli alvei o a ridosso degli argini dei corsi d’acqua. Purtroppo, dal secondo dopoguerra in poi, senza un’adeguata pianificazione territoriale e con il ricorso smodato all’abusivismo edilizio, l’Italia è stata oggetto di una forte espansione urbanistica, che ha esposto una numerosa parte di italiani ad essere soggetti a rischio.
Troppo spesso in Italia c’è poca attenzione per la prevenzione e si interviene solo dopo che si sono verificati tali fenomeni con tutte le loro tragiche conseguenze. Per poter contenere i rischi si dovrebbe attuare uno studio idrogeologico del territorio più soggetto a frane e alluvioni, e una sistemazione conseguente delle aree a rischio.
Negli ultimi anni l’Italia, però, ha attivato progetti finalizzati proprio alla prevenzione di frane e alluvioni, come il progetto IFFI (Intervento dei Fenomeni Franosi in Italia), a cura dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), in collaborazione con le Regioni e le Province Autonome, a cui spetta il compito di raccogliere i dati storici sugli eventi del passato e di mappare in dettaglio i fenomeni franosi; mentre l’azione dell’Ispra è quella di coordinare le attività, di verificare i dati ed elaborare statistiche e mappe tematiche. Il Rapporto curato dall’Ispra fornisce un quadro completo ed aggiornato sui vari tipi di degrado ambientale, in special modo su frane, alluvioni ed erosione costiera. Inoltre, nel dossier sono contenuti anche gli indicatori di rischio frane ed alluvioni inerenti a popolazione, imprese, beni culturali e superfici artificiali esposti al rischio.
E la gravità della fragilità dell’Italia è ben sottolineata dall’ultimo Rapporto Ispra, presentato nel maggio 2023, in cui si evidenzia come le frane censite dal 2016 al 2023 sono più di 620mila. Nel Rapporto 2021 sul Dissesto idrogeologico in Italia (che, al momento, risulta ancora il riferimento nazionale sulla pericolosità associata a frane, alluvioni ed erosione costiera del nostro territorio), già il 94% dei comuni italiani era stato considerato a rischio, mentre il 18,4% del territorio nazionale è stato classificato di “maggiore pericolosità”, che corrisponde a ben oltre 8 milioni di persone che abitano in aree ad alta pericolosità.
Nello specifico, oltre 540 mila famiglie e 1.300.000 abitanti vivono in zone a rischio frane, mentre sono circa 3 milioni di famiglie e quasi 7 milioni gli abitanti residenti in zone a rischio alluvione. Le regioni che sono maggiormente interessate da questi fenomeni sono: Emilia-Romagna con quasi 3 milioni di abitanti a rischio, Toscana con 1 milione, Campania con oltre 580 mila abitanti, Veneto, Lombardia e Liguria.
Per poter prevenire tali emergenze ed affrontare il problema del dissesto idrogeologico, l’Italia deve necessariamente investire come minimo 26,58 miliardi di euro, la maggior parte dei quali da destinare ad opere ed interventi di prevenzione. Tale è la richiesta di finanziamento avanzata dagli enti locali e registrata sulla piattaforma RENDIS (Repertorio Nazionale degli interventi per la Difesa del Suolo). Allo stato attuale 7.811 sono le richieste di finanziamento presentate; e l’Ispra ha stimato che negli ultimi venti anni la spesa di tali interventi è stata pari a 6,6 miliardi di euro per un totale di 6.063 interventi. La previsione di stanziamenti per il periodo 2019-2030 è stata calcolata intorno ai 14,3 miliardi di euro, a cui si devono aggiungere i finanziamenti del PNRR.
Un’attenta prevenzione e politiche mirate alla salvaguardia del territorio sono le uniche possibili strade per ridurre, non solo i rischi, ma anche la spesa pubblica.

Antonella Formisano