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L’ITALIA PRODUCE ARMI LEGGERE E DA GUERRA MA SULLA PRODUZIONE E’ “RISERBO ASSOLUTO”

By 23/01/2024No Comments

I nostri “preziosi strumenti di morte” esportati in tutto il mondo – Nessuno è in grado di stabilire quante se ne costruiscano – Tre lobbies ne governano la diffusione: produttori, rivenditori e siti specializzati che influenzano media e politica – L’indagine più significativa di Giorgio Beretta – Il “paradosso allarmante”: il mercato nero in Italia alimentato da Albania, Romania e Bulgaria

Anche questo Capodanno ha avuto le sue vittime, come conseguenza dei festeggiamenti per l’inizio del 2024: non sono mancate persone che infatti, nel migliore dei casi, sono state ferite da spari di armi da fuoco.
I casi più clamorosi sono stati, però, due: la morte di Concetta Russo causata da una Beretta 84 comprata al mercato nero e detenuta illegalmente dal nipote e il ferimento di Luca Campana determinato dalla pistola detenuta legalmente del deputato Emanuele Pozzolo di Fratelli d’Italia, ora sospeso dal partito.
Tali episodi ci portano ad interrogarci su quante armi circolano legalmente ed illegalmente sul nostro Paese. Questo aspetto è stato analizzato da Giorgio Beretta (analista del commercio internazionale e nazionale di sistemi militari e di “armi leggere”, nonché dei rapporti tra finanza e armamenti) in collaborazione con l’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e di difesa (OPAL) di Brescia.
Il quadro che viene fuori da questo studio non è dei migliori. L’Italia è definita, infatti, il “Paese delle armi”, intendendo con questo termine le “armi comuni”, utilizzate dai civili per la difesa personale ed abitativa, per il tiro sportivo e per la caccia, che annoverano armi come i revolver, le pistole semiautomatiche, le carabine, i fucili a pompa e da caccia.
L’Italia è il primo produttore a livello europeo di armi sportive e da caccia, ed è anche uno dei maggiori produttori ed esportatori mondiali di armi da guerra, soprattutto per il mercato statunitense che rappresenta il più importante sbocco per i produttori italiani di armi.
Ad oggi non esiste, però, una stima ufficiale di quante armi vengano prodotte in Italia. La stessa associazione nazionale dei produttori di armi e munizioni (ANPAM) non è in grado di fornire un numero certo e, così, ha incaricato l’Università “Carlo Bo” di Urbino di effettuare uno studio avente come oggetto la produzione, la vendita in Italia e all’estero di tali armi.
I ricercatori, tuttavia, a causa della reticenza di alcuni operatori a fornire dati ritenuti riservati, hanno potuto solamente procedere a stime approssimative che hanno evidenziato come nel 2020 siano state prodotte all’incirca 740 mila armi, di cui 386 mila “armi lunghe da caccia e sportive” e 143 mila “pistole semiautomatiche”.
Dalla ricerca è, inoltre, emerso che la produzione in Italia di armi e munizioni comuni (ad esclusione quindi di quelle per scopi militari) vale per la nostra economia circa 600 milioni di euro, molto ad di sotto di settori dell’eccellenza del “made in Italy” come, ad esempio, l’occhialeria (quasi 4 miliardi di euro) e le calzature (circa 13 miliardi di euro).
Tali numeri, però, non tengono conto delle armi prodotte per alcuni Paesi esteri dove vige un regime autoritario come l’Egitto, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, l’Iraq e il Qatar, solo per citarne alcuni.
Dal libro “Il Paese delle armi. Falsi miti, zone grigie e lobby nell’Italia armata” di Giorgio Beretta emerge un dato che deve far riflettere: nessuno è a conoscenza in maniera precisa di quante armi siano legalmente detenute dagli italiani, e non si conosce neanche il numero esatto di quanti italiani siano in possesso di una licenza regolare per “porto d’armi”; l’ultimo dato rilasciato dalla Polizia di Stato risale a ben 15 anni fa. Assurdo è anche il fatto che con una semplice licenza di porto d’armi per tiro a volo o per caccia, si possano poi acquistare tre armi comuni ed un numero illimitato e senza alcun obbligo di denuncia di caricatori.
Da dati rilevati dalla Small Army Survey (uno dei più prestigiosi centri di ricerca svizzero), le armi legalmente presenti in Italia dovrebbero aggirarsi sui 1,5 milioni, ma il dato più impressionante è quello sulle armi detenute illegalmente sul nostro territorio: circa 6,6 milioni, per un totale di 8 milioni di armi, numero che gli esperti comunque considerano di gran lunga inferiore alla situazione reale.
Roberto Saviano, in un articolo pubblicato dal Corriere della Sera, evidenzia come in Italia il mercato illegale di armi abbia sempre più una maggiore richiesta e la domanda è in continua crescita. Analizzando tale situazione, Saviano ha sottolineato come tra i motivi di questo incremento ci sia il fatto che le mafie italiane non abbiano più il monopolio della gestione delle armi nel nostro Paese. Ormai le armi che alimentano il mercato nero nazionale provengono quasi esclusivamente dall’Albania, e il resto dalla Romania e Bulgaria, armi di cui poi si perdono le tracce.
Come negli Stati Uniti, anche in Italia è presente una lobby delle armi composta principalmente da tre gruppi: i produttori e i rivenditori di armi; le riviste ed i siti specializzati del settore delle armi; e i gruppi e le associazioni di appassionati, uniti tutti nella difesa dei loro “diritti” di legali detentori di armi.
Scopo di tale lobby è quella di esercitare una sempre maggiore pressione verso i media e la politica fino al raggiungimento del loro principale obiettivo: introdurre anche in Italia il “diritto alle armi”, che, però, come si vede bene negli USA non produce più sicurezza, ma più morti e più violenza. Tale lobby trova terreno fertile in determinati partiti, come la Lega e Fratelli d’Italia, i cui rappresentanti spesso sono presenti alle fiere di armi e sostengono pubblicamente tali associazioni.
Lo stesso Matteo Salvini è un difensore del “diritto alle armi” e, in più occasioni, ha ribadito l’importanza strategica per l’economia italiana dell’industria delle armi e della filiera legata ad essa, evidenziando come tale settore darebbe lavoro a “centinaia di migliaia di persone”. Questa affermazione si scontra, però, con dati obiettivi e reali: l’industria delle armi rappresenta solo lo 0,03% del PIL nazionale e meno dello 0,14% delle esportazioni, mentre gli occupati nel 2019 di tale settore erano 81.557, con un calo netto di 12.707 posti di lavoro rispetto a dieci anni prima. Per non citare la proposta di legge del senatore di Fratelli d’Italia, Bartolomeo Amidei, che avrebbe consentito l’uso delle armi da caccia anche ai sedicenni; disegno di legge, per fortuna, ritirato dopo l’intervento del Ministro dell’Agricoltura Lollobrigida.
In questo quadro opaco e preoccupante emerge, tuttavia, una nota positiva: da un’indagine condotta nell’aprile del 2023 da parte di Euripes per il Ministero dell’Interno, “in Italia, diversamente dagli Usa, non esiste una cultura delle armi, se non in ambienti particolari e minoritari. Il 44,8% degli italiani, infatti, ritiene un pericolo il possesso di armi da fuoco, il 19,2% ritiene che sia un diritto da riservare solo a categorie particolari esposte a rischi e il 18,4% pensa, invece, che rappresenti la possibilità per qualunque cittadino di difendersi dai malintenzionati”.
La maggior parte degli intervistati risulta essere contrario all’acquisto personale di armi da fuoco: poco più di un intervistato su 4 (27,1%) afferma che lo farebbe, il 72,9%, al contrario, non lo farebbe. La ricerca, infine, fa emergere una diffusa resistenza culturale nel nostro Paese al possesso di armi, anche nell’ottica della difesa della propria persona e della propria famiglia da eventuali malintenzionati.
Antonella Formisano