POLITICA

LUNGA VITA ALLA FRANCIA E AL GIOVANE ATTAL E IN ITALIA, LUNGA VITA ALLA VECCHIA GUARDIA?

By 23/01/2024No Comments

Il nuovo primo ministro, 34 anni, lunga esperienza, “un ragazzo che parla un linguaggio comprensibile” – La lungimiranza di Macron e la formazione politica, armi vincenti – Nel nostro Bel Paese, dopo i casi eccezionali di Renzi e Meloni, il vuoto politico – Restano in campo gli anziani – La necessità di selezionare la nuova classe dirigente

Ha destato molto interesse, se non addirittura scalpore, la nomina in Francia, quale nuovo primo ministro, del trentaquattrenne Gabriel Attal. Ovviamente, al di fuori del territorio transalpino, le riflessioni che ha suscitato l’attribuzione di un tale incarico non concernono le capacità del nominato o le ragioni politiche che hanno spinto il presidente Macron ad individuare nell’ex Ministro dell’Istruzione, il nuovo Capo del Governo, quanto la giovanissima età dello stesso – giovane età plasticamente resa dal viso da ragazzino di Attal e dalla sua capacità di esprimersi con un linguaggio facilmente comprensibile e apparentemente assai lontano dalla politique politicienne. Particolarmente colpita dalla nuova nomina pare essere l’opinione pubblica ed il mondo politico italiano e la cosa non sorprende. Nonostante negli ultimi anni ruoli di rilievo in sede al Governo siano stati rivestiti anche da politici non così attempati – in fin dei conti, il Presidente Meloni ha 48 anni, mentre anni fa Matteo Renzi è divenuto Presidente del Consiglio a 40 anni – non è revocabile il dubbio che l’Italia non è un Paese per giovani e questo carattere si va sempre più accentuando.
Si tratta, per certi aspetti, di una considerazione di carattere più generale: sempre più tardi i giovani riescono ad emanciparsi dai genitori, sempre più avanti è spostato l’ingresso nel mondo del lavoro, segnato peraltro da lunghe fasi di stage o di prova o di apprendistato, che si traducono spesso in una sorta di lavoro senza retribuzione, sempre più difficile è raggiungere l’indipendenza economica, i ruoli dirigenziali delle aziende assai raramente sono affidati a soggetti con meno di 60 anni e nelle aziende “familiari”, anche di grandi dimensioni, spesso il passaggio generazionale è reso ostico dalla circostanza che il fondatore, ormai anziano, non vuole abbandonare la tolda di comando facendo spazio a chi viene dopo di lui.
Nel contempo, tuttavia, queste riflessioni sembrano ancora più valide ed attuali se riportate al mondo politico: salvo le rare eccezioni di cui si è detto, il governo del Paese è affidato a personalità sempre molto avanti con gli anni, che si fanno forti della loro lunga esperienza quale ragione per prevalere sui concorrenti. Preso atto del fatto che in Italia un ministro trentaquattrenne difficilmente lo vedremo (l’unica eccezione di un ministro con meno di trent’anni è stata la stessa Meloni, che a 28 anni è stata, nel governo Berlusconi I, ministro della Gioventù, ruolo certo non particolarmente significativo), è naturale domandarsi il perché di una tale differenza fra la Francia e l’italia e soprattutto perché in Italia la politica è “roba da vecchi”. A nostro parere, la risposta alla domanda risiede nella diversa modalità di selezione della classe dirigente che in Italia è affidata principalmente ai partiti mentre in Francia avviene all’interno delle prestigiose scuole ed istituti di formazione, come l’ENA o Science Po.
Per convincersi della bontà di questa conclusione basta fare qualche riflessione sulla persona e la storia di Gabriel Attal. Pur se sono indiscutibili le sue capacità, apprezzate in maniera significativa dall’opinione pubblica transalpina – quando ha preso le redini del ministero dell’Istruzione si è distinto per carisma e capacità decisionale, come dimostrato dalla scelta di vietare l’abaya a scuola e prevedendo un ritorno delle uniformi scolastiche – la scelta del suo nome è attribuibile ad una decisione esclusiva – e presa in solitaria – del presidente Macron, che aveva un assoluto bisogno per le prossime europee di un nome nuovo e giovane da contrapporre al lepenista Jordan Bardella. Intanto, proprio perché tipico prodotto macroniano, è presumibile che lo spazio che Attal avrà nella presidenza Macron sarà assai ridotto; d’altronde in Francia il ruolo del primo ministro è decisamente recessivo rispetto ai poteri ed alla rilevanza propria del Presidente della Repubblica (come dicono i francesi, è un fusibile su cui scaricare le tensioni e gli insuccessi governativi), salvo che il primo ministro sia espressione di una maggioranza parlamentare ostile al presidente come accaduto per Georges Pompidou e Jacques Chirac (che, non a caso, sono i soli due politici che hanno rivestito tanto il ruolo di primo ministro che, successivamente, di Presidente della Repubblica).
In conclusione, Attal è una creatura di Macron («Macron nuovo primo ministro» ha titolato in prima pagina, accanto alla sua foto ed all’indomani della nomina, il quotidiano Libération), il quale, a sua volta, non è certo il prodotto di una storia politica ma è primariamente figlio della caduta dei vecchi partiti transalpini e di una serie di fortunate circostanze che, al momento della sua candidatura, hanno determinato la scomparsa dalla scena politica del riformista Alain Juppé e soprattutto del repubblicano François Fillon, che prima che venisse scoperto un grave scandalo che coinvolgeva la moglie, sembrava destinato a vincere a mani basse le elezioni presidenziali.
Entrambi, Attal e Macron, si sono formati nelle migliori scuole repubblicane, sono espressione dell’élite nazionale, hanno alle spalle significative esperienze governative, ma sono espressione di una cultura politica inesistente, non hanno alcuna storia di partito ed anzi la loro affermazione segue e rappresenta una risposta proprio alla scomparsa dei partiti tradizionali, delle loro idee, dei loro valori e delle loro contrapposizioni.
Ed in Italia? E’ possibile pensare nel nostro Paese ad una affermazione di tali personaggi? Sarebbe certo agevole rispondere in senso negativo, evidenziando come da noi le élite non ci sono perché non ci sono i luoghi dove le élite possono formarsi (in Italia non c’è nessuna esperienza formativa anche lontanamente paragonabile all’ENA, purtroppo…), ma in realtà ci pare che la ragione per cui non avremo, almeno non a breve, né un Macron né un Attal, è un’altra e risiede nella prevalenza che i partiti hanno (ancora) nella selezione e formazione della classe dirigente. E d’altronde a conferma di questa affermazione basta considerare come in Italia quando si affermano figure analoghe a quella di Macron o Attal – due nomi su tutti, Mario Monti o Mario Draghi – si tratta non solo di soggetti selezionati al di fuori di partiti ma che emergono proprio per una crisi della politica e dell’elaborazione promossa dai partiti.
Detto altrimenti, a nostro parere, la mancanza di un Attal in Italia non dipende dalla circostanza che in Francia vi sia una maggiore apertura ai giovani, apertura e fiducia che nel nostro Paese manca. La vera ragione è che in Francia la crisi della politica – fenomeno riscontrabile in gran parte del mondo occidentale – ha determinato una sostanziale definitiva scomparsa dei partiti politici rendendo di conseguenza indispensabile rimettere il governo e la direzione della macchina statale ai cd. tecnici, mentre in Italia il ricorso a tali competenze – rivestite ad esempio, oltre che ai citati Monti e Draghi, anche da Ciampi – è deciso solo in via transitoria ed in momenti in cui davvero la capacità decisionale e la legittimazione dei partiti risulta compromessa – in questo senso, la vicenda del governo Ciampi, nominato quando le vicende della cd. Tangentopoli avevano determinato la scomparsa del sistema politico come fino ad allora conosciuto, è emblematica, più ancora di quanto accaduto con Monti o Draghi.
E’ chiaro che nella misura la selezione della classe politica avviene all’interno di associazioni, di luoghi di confronto come i partiti è assai difficile che possano emergere, quasi fossero tratti come coniglio da un cilindro del prestigiatore, personaggi privi di una propria storia, senza profili identitari, senza ideali e valori per lungo tempo propugnati all’interno dello stesso partito, anche in lotta e feroce contrapposizione con altri soggetti: il problema non è che i politici italiani non sono giovani; semplicemente, per emergere nella lotta politica italiana serve tempo ed il tempo legittima la propria figura una volta che si è si è affermati all’interno del proprio partito.
Se si vuole una conferma di quanto si va dicendo, si pensi all’elezione dell’ultimo segretario del PD: fino a quando a decidere è stato il partito, fra i due contendenti non c’è stata partita, e Bonaccini, con la lunga esperienza politica ed appartenenza al PD, ha prevalso senza problemi; quando si è usciti dai confini del partito – verso quale direzione non si capisce bene, ma questa è un’altra storia…. – ha vinto la giovane Schlein. A questo punto, però, si affaccia un’altra domanda. E’ fortunata la Francia ad avere optato – chissà quanto consapevolmente – pur radicale superamento di un sistema politico basato sui partiti, il che ha consentito l’emergere di figure giovani – non solo Attal, ma lo stesso Macron al tempo della sua prima elezione era poco più che quarantenne – e competenti, formatosi all’interno di rigorosi percorsi di studio, rispetto a nostro Paese, in cui si affermano politici che “non hanno mai lavorato”, in cui dominano ancora i partiti, mere collettori di potere, conventicole e tangenti e via continuando, dicendo quanto più male si può del nostro sistema politico?
La risposta sembra quasi obbligata: viva il modello francese. Sarà, ma non ne siamo tanto convinti. Come scrisse un politico, espressione emblematica del sistema dei partiti, «è assolutamente vero che il tempo di quello che si è chiamato lo Stato dei partiti è finito …. governare significa dettare regole e arbitrare una crescente complessità e varietà di poteri (non solo economici). Il che comporta l’uso di agenzie e di strumenti di conoscenza che i partiti non hanno»; ma noi però non pensiamo che la risposta sia mettere al posto dei vecchi partiti un “uomo solo al comando”, per quanto autorevole e competente. Per governare la modernità abbiamo bisogno di progetti politici collettivi e di sistemi di idee condivise, perché se prevale la tendenza a fare della politica «un assemblaggio di cordate le quali rappresentano alleanze essenzialmente elettorali volte quasi esclusivamente a conquistare cariche elettive […] conteranno solo i notabili, considerando anche i costi della politica». Lo ricorda Reichlin ne, “Il midollo del leone. Riflessioni sulla crisi della politica”
Ciro Santoriello