CULTURAPOLITICA

PARITA’ SALARIALE TRA UOMINI E DONNE E IL PIL MONDIALE NE TRARREBBE VANTAGGIO

By 20/03/2024No Comments

In tutti i Paesi c’è ancora un gap assurdo e incivile che bisogna colmare – Nell’Unione Europea il divario medio è del 13%: una realtà immutata negli ultimi 10 anni – In Italia il tasso di occupazione tra i 15 e i 65 anni è del 51,1% rispetto alla media UE del 64,9% – Tradito uno dei principi fondanti dell’uguaglianza – Diversità di trattamento in tutti i settori della vita

L’8 marzo si è celebrata la Festa della Donna. Molti progressi nel corso del tempo sono stati fatti per l’ottenimento di diritti fondamentali, ma ancora molti passi si devono compiere per raggiungere una vera parità tra uomo e donna. Indice di quanto noi donne siamo ancora indietro in molti campi importanti è sicuramente il divario salariale tra maschi e femmine. Tale situazione è una realtà che coinvolge tutti i livelli lavorativi dall’operaia in fabbrica alla manager in azienda, le cui retribuzioni sono mediamente più basse dei colleghi maschi a parità di mansioni, ruoli e competenze.
Tale panorama emerge nettamente dagli ultimi dati Eurostat riferiti al 2023, da cui si evidenzia come nell’Unione Europea le donne siano retribuite meno rispetto agli uomini, con un gender gap salariale medio pari al 13% e, più precisamente, per ogni euro guadagnato da un uomo, una donna invece riceve solo 0,87 euro. Una realtà questa che è rimasta immutata negli ultimi dieci anni e che, non solo in futuro potrebbe comportare un maggior rischio povertà per le donne, ma attualmente risulta essere una delle ragioni del divario pensionistico nell’UE.
Già nel 1957 con il Trattato di Roma venne ratificato il principio della parità retributiva che successivamente l’Unione Europea ha ratificato. La stessa Vicepresidente europea per i Valori e la Trasparenza e la Commissaria europea per l’Uguaglianza, in occasione della “Giornata della parità retributiva” (che si è tenuta il 15 novembre 2023), hanno dichiarato: “La parità di retribuzione per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore…è uno dei principi fondanti dell’UE. Quest’anno (2023), tuttavia, i progressi verso l’eliminazione del divario retributivo di genere sono in fase di stagnazione e nel corso degli anni sono stati lenti. Ciò ci ricorda che gli stereotipi di genere continuano a colpire le donne e gli uomini in tutti gli ambiti della vita, anche sul luogo di lavoro, e che sono necessarie azioni specifiche per attuare il principio della parità retributiva. La Commissione lavora senza sosta per promuovere la parità di genere nell’UE. A giugno di quest’anno (2023) è entrata in vigore la direttiva sulla trasparenza retributiva. Ai sensi di questa nuova normativa, i lavoratori potranno far valere il diritto alla parità di retribuzione per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore grazie al diritto a ricevere informazioni sulla retribuzione”.
In base a tale direttiva il datore di lavoro sarà obbligato ad informare chi si presenta per il colloquio, a quanto ammonta la retribuzione iniziale o a dare indicazioni sulla fascia retributiva; inoltre, gli sarà proibito chiedere ai candidati informazioni sulle precedenti retribuzioni percepite. Successivamente, i lavoratori sia che siano donne che uomini, una volta assunti, avranno il diritto di chiedere maggiore trasparenza sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie di lavoratori che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore. Inoltre, avranno la possibilità di poter accedere ai criteri utilizzati per determinare la progressione retributiva e di carriera. Infine, chi ha subito una discriminazione retributiva in base al genere può chiedere un risarcimento e sarà il datore di lavoro e non più il lavoratore a dover dimostrare di non aver violato la normativa europea sulla parità di retribuzione e la trasparenza retributiva. Gli Stati membri avranno tre anni di tempo per adeguare le rispettive legislazioni nazionali con le nuove norme europee.
In questo contesto come si pone l’Italia? I dati Eurostat 2023 dipingono un quadro chiaramente negativo: il tasso di occupazione delle donne tra i 15 e i 64 anni è pari al 51,1%, ben sotto la media europea del 64,9%; mentre è più alto della media europea il tasso di inattività femminile che è pari in Italia al 43,6%. La stessa rappresentanza femminile in ruoli di comando è solo apparentemente aumentata, perché nella realtà meno del 5% delle manager donna ricopre ruoli esecutivi e solo il 2% è Amministratrice Delegata.
Nel nostro Paese, inoltre, sussiste una sostanziale differenza tra il privato ed il pubblico; mentre nel pubblico il gender pay gap diventa più marcato col passare degli anni di lavoro a vantaggio degli uomini, nel privato sin da subito si presenta uno svantaggio salariale ai danni della componente femminile. Più impressionante ancora è il dato riguardante il lavoro autonomo, dove il divario riferito al reddito medio annuo tocca il 45%. Secondo il Global Gender Gap Report 2023 del World Economic Forum la differenza salariale tra uomini e donne in Italia si attesta intorno ai 7.922 euro, e solo nel 2154 potremmo raggiungere la parità in busta paga. L’Italia, infatti, si posiziona nella classifica mondiale del gender pay gap al 79° posto tra l’Uganda e la Mongolia. Anche secondo i dati INPS le donne guadagnano in media 8.000 euro in meno e questa differenza salariale nel corso del tempo è addirittura aumentata. Varie sono le motivazioni che hanno portato a questa situazione: in primo luogo, il numero di donne che lavorano part-time è maggiore rispetto a quello degli uomini; poi bisogna considerare che sono le donne ad occuparsi prevalentemente della gestione familiare che comporta, di conseguenza, meno disponibilità per un lavoro retribuito. Così come accedono a maggiori promozioni gli uomini, che occupano pertanto più posizioni di gestione e supervisione.
Infine, le donne svolgono il proprio lavoro più che altro in settori con salari relativamente bassi. E tutto ciò avviene pur avendo l’Italia una specifica Legislazione, che all’art.46 del Codice delle pari opportunità tra uomo e donna prevede per tutte le aziende con oltre 50 dipendenti, sia in ambito pubblico che privato, l’obbligo di “redigere un rapporto ogni 2 anni sulla situazione personale maschile e femminile in ognuna delle professioni e in relazione allo stato di assunzione, della formazione, della promozione professionale, dei livelli, dei passaggi di categoria o di qualifica…”.
Per l’economia mondiale ci sarebbero notevoli benefici se si riducesse questo divario, in quanto tale riduzione stimolerebbe la produttività generale. Secondo l’Ocse, infatti, se il contributo economico delle donne fosse pari a quello degli uomini entro il 2025, il PIL annuo globale raggiungerebbe il 26% (quasi 28 trilioni di dollari). Pertanto, tutti gli Stati, compresa l’Italia, dovrebbero agevolare politiche mirate all’uguaglianza salariale tra uomini e donne, incentrando le retribuzioni sulle competenze e le prestazioni; adottando il congedo parentale retribuito sia per le donne che per gli uomini, riducendo così da parte delle donne l’abbandono del lavoro o l’abbassamento di stipendio dopo la nascita del primo figlio; infine, puntando alla formazione del personale sul tema del gender gap per prevenire e/o ridurre gli stereotipi in merito alle donne sul lavoro. Ed è compito di tutti noi preparare il terreno alle future generazioni per poter finalmente raggiungere una vera parità in ogni settore.
Antonella Formisano