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POLITECNICO DI TORINO, CULLA DELLA NUOVA NATALITA’

By 19/12/2023No Comments

La politica culturale del rettore Guido Saracco – Necessario un cambio radicale delle nostre politiche demografiche – “Non è più il tempo degli italiani doc, adeguiamoci alle altre nazioni europee come Germania, Francia, Gran Bretagna, che hanno superato il problema della denatalità, impoverimento dell’italico futuro” – Settemila studenti stranieri: 1.500 iraniani, 1.200 turchi, 900 cinesi, 200 libanesi, 150 indiani e pakistani ospiti degli studi scientifici nell’ ateneo – Il Piemonte perde ogni anno 25.000 cittadini che emigrano all’estero

Le donne italiane oggi hanno in media solamente 1,24 figli nell’arco della loro vita. È il dato più basso tra tutte le economie avanzate. L’implosione demografica è partita all’inizio di questo secolo e oramai il nodo viene al pettine prepotente, non più mascherato in parte da una immigrazione relativamente poco guidata e sempre meno sufficiente a compensare la nostra scarsa prolificità. Le sparute compagini di chi da diplomato o laureato bussa a un mondo del lavoro avido di capitale umano sono sempre più insufficienti a dare linfa vitale a quest’ultimo. Analizziamo questo problema da una prospettiva storica.
Durante la Seconda guerra mondiale contammo circa 450.000 caduti, contro i 430.000 del Regno Unito, i 620.000 della Francia e gli addirittura 7.400.000 tedeschi. Nel 1945 gli italiani erano quasi 45 milioni, contro i 40,5 milioni di francesi, i 49 milioni di britannici e i 62 milioni di tedeschi.
Questi erano in sostanza i blocchi di partenza dello sprint demografico che portò nel 1980 a raggiungere una popolazione di 56,4 milioni di connazionali, contro i 55, 56,3 e i 78,3 di Francia, Gran Bretagna e Germania (Est e Ovest), mentre la nostra economia prosperava portandoci a diventare la quinta potenza economica mondiale. La crescita della popolazione italiana che sostenne tale sviluppo fu sostanzialmente endogena. A fare grandi le grandi fabbriche del nord arrivarono in massa dal meridione famiglie particolarmente prolifiche, i cui membri erano desiderosi di prendere l’ascensore sociale materializzatosi vigoroso dopo gli stenti della guerra.
Torino nel 1974 toccò il suo picco demografico con 1.200.000 abitanti, diventando la seconda città “meridionale d’Italia”. Chi ha un minimo di memoria storica ricorda i cartelli “Non si affitta ai meridionali” di Santa Rita, quartiere di mezzo che ambiva alla ricchezza del centro e della collina e voleva differenziarsi dagli alveari di Mirafiori o Barriere di Milano. Tensioni sociali ne abbiamo avute, ma erano ben inferiori a quelle che Francia e Germania hanno affrontato come conseguenza dell’avvio di una forte immigrazione di stranieri da Sud ed Est. Eravamo tra italiani, ben di più della “stessa faccia, stessa razza” che ci accomunava ai greci: stessi valori, stessa religione, stessa …patria, difesa a caro prezzo.
Oggi un Sud oramai esangue e in calo demografico verticale non alimenta più un Nord strozzato nelle sue potenzialità dalla crisi demografica e il Piemonte, unica tra le regioni del Nord, è pienamente nel plotone delle regioni meridionali nella classifica della decrescita con i suoi 25.000 abitanti persi ogni anno.
Noi italiani siamo oggi solo 58,9 milioni avendo pochi anni fa superato i 60 milioni, mentre la Francia ci ha surclassato con i suoi 68 milioni di abitanti, la Gran Bretagna ha raggiunto i 67,8 milioni e la Germania veleggia sui 84,4 milioni. Ora dovremo ineludibilmente anche noi fare i conti con la necessità di una forte immigrazione dall’estero, e con la necessità di un cambio radicale delle nostre politiche in tal senso. In questo possono aiutare le università in due direzioni. Da un lato possono diventare propulsori dell’economia della conoscenza, favorendo l’innovazione nell’industria e nella pubblica amministrazione. Questo sta accadendo compiutamente a Torino nei progetti ci comunità di conoscenza e innovazione (CCI) della Città dell’Aerospazio di Corso Marche, della Città della Manifattura avanzata e la mobilità sostenibile di Mirafiori, nella Città della Salute del Lingotto o nella Città della Scienza di Grugliasco per citarne due a guida del Politecnico di Torino e due dell’Università di Torino, rispettivamente.
Questo modello, replicabile in Italia in ciascun distretto produttivo, vede le università erogare formazione accademica, professionalizzante e continua formando i nuovi professionisti necessari per imprese e enti territoriali, ed aggiornando nelle competenze chi è già impiegato. Ciò avviene oltretutto con pedagogie innovative nello stesso luogo dove sono realizzati laboratori di ricerca applicata e interdisciplinari per sviluppare innovazione e vengono al contempo ospitate spin-off accademiche o nate con i meccanismi di open innovation sempre più sposati dalle grandi e medie imprese.
Questo è il luogo ideale per richiamare nelle vicinanze imprese e investimenti dall’estero, ovvero dei nuovi posti di lavoro ben pagati di cui il nostro territorio e l’Italia in generale hanno drammatico bisogno per trattenere i propri talenti e ridare alle famiglie italiane speranza e voglia di avere figli.
La recente nascita di una Task Force piemontese tra tutti gli enti che possono favorire questi processi (governativi, universitari, imprenditoriali, finanziari, ecc.), per offrire agli interlocutori esteri un’unica interfaccia e un unico menù di servizi offerti dal territorio, è la via corretta per valorizzare gli investimenti fatti e in corso di realizzazione nelle CCI.
Così si inverte una tendenza che oggi in Piemonte vede addirittura gli stranieri, che qui si sono insediati in passato, iniziare a lasciare il nostro territorio alla volta di altri più promettenti per costruire il futuro delle loro nuove generazioni. D’altra parte, proprio le università possono giocare un ruolo davvero unico nel portare al nostro territorio un’immigrazione di qualità. Specialmente in quest’ultima direzione le università piemontesi stanno facendo molto e tra queste in particolare il Politecnico che ospita oramai 7000 studenti stranieri da quasi 120 paesi. Politecnico di Torino e Università di Torino portano ogni anno 2000 stranieri in una città che ha un saldo negativo tra decessi e nascite di 5000 unità. Occorre creare le condizioni perché si intensifichi questo flusso. Servono più corsi in inglese, più mediatori culturali, più occasioni di scambio, un cambio di mentalità in tanti proprietari di alloggio che oggi preferiscono studenti “italiani doc”, il mantenimento di un costo della vita e del posto letto basso che ci caratterizza rispetto a Milano o Roma, una burocrazia dei visti e permessi più rapida, ecc. ecc. Certo dovremo affrontare, come hanno già fatto i nostri principali Paesi di riferimento europei, qualche tensione in più tra portatori di valori, credi e stili di vita diversi. Ma per i tanti nostri studenti questo potrà addirittura diventare un’occasione ulteriore di crescita, in un mondo oramai irreversibilmente globalizzato.
Il Politecnico oggi ospita 1500 iraniani, 1200 turchi, 900 cinesi, 200 libanesi, 150 indiani e pakistani, per fare solo qualche esempio. Tutti costoro lasciano situazioni difficili a casa e sono avidi di prendere da noi l’ascensore sociale. Formarli in una laurea magistrale per poi immetterli nella nostra economia costa molto meno di quanto si spende per formare un italiano dalla scuola elementare alla laurea (200.000 euro), per poi magari vedere quest’ultimo migrare all’estero spinto da prospettive di guadagno e carriera migliori che qui in Italia. Al Poli abbiamo anche promosso o intensificato azioni di internazionalizzazione con l’Asia centrale della via della Seta, l’Africa dell’attuale Piano Mattei e il Sudamerica. E se facessimo ponti d’oro per il rientro dei tanti italiani che nella seconda metà dell’800 lasciarono il nostro paese per andare in mezzo mondo spinti a quel tempo dalla fame? Pensiamoci, ma soprattutto agiamo presto.
Guido Saracco
Rettore del Politecnico di Torino