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“PROMULGARE NON SIGNIFICA CONDIVIDERE” COSI’ PARLÒ MATTARELLA ALLA MAGGIORANZA

By 23/04/2024No Comments

La necessità di riflettere sul ruolo del Capo dello Stato a fronte di indecisioni del Parlamento e a situazioni di ingovernabilità –  La riforma della seconda parte della Costituzione – La delicata fase di elaborazione della figura del premierato –  I recenti interventi moderati ma fermi del Presidente della Repubblica – La storia repubblicana: mai pensato ad un ruolo notarile, semmai di argine agli abusi dell’esecutivo

In questi ultimi mesi si parla molto della figura del Presidente della Repubblica e del suo ruolo nel sistema politico ed istituzionale del nostro Paese. Le ragioni del dibattito sono molte e diverse. In realtà, la figura del Capo dello Stato è da sempre oggetto di studi e riflessioni nell’ambito del diritto costituzionale. In tempi meno recenti, essendo la stessa figura confinata ai margini della nostra vita politica, se ne sottolineava il ruolo di “custode della Carta fondamentale” o di “notaio della Costituzione”, anche se non era molto chiaro quale fosse l’effettivo significato di queste espressioni. In tempi più recenti, durante la quale la crisi dei partiti politici ha determinato o imposto, se non favorito, la scelta della formula da utilizzare, è espressione di un determinato orientamento del ruolo che il Capo dello Stato deve rivestire nel nostro ordinamento di poteri: un nuovo protagonismo del Presidente della Repubblica. La necessità di riflettere sulla natura di questo incarico si è resa necessaria per definire i confini dei suoi poteri e i suoi obblighi di intervento a fronte di stasi decisionali da parte del Parlamento o di situazione di oggettiva ingovernabilità.
Tuttavia, in tempi recenti, la natura e le ragioni del dibattito sul ruolo del Capo dello Stato sono diverse ed ulteriori rispetto a quelle che si sono potute riscontrare in passato. In primo luogo, come è noto, è in fase di elaborazione una significativa riforma della seconda parte della Costituzione con l’introduzione della figura del premierato e si discute quali effetti avrà tale scrittura della nostra Carta fondamentale sul ruolo e l’importanza del Capo dello Stato e come influenzerebbe il suo ruolo futuro sugli equilibri istituzionali.
In secondo luogo, come non raramente si verifica allorquando in sede parlamentare si riscontri la presenza di una significativa maggioranza facente capo al Governo, che può, in forza del dato numerico, agevolmente procedere nell’attuazione del suo programma politico.
In questo periodo storico la minoranza cerca di sollecitare il Presidente della Repubblica ad un esercizio più attivo dei propri poteri, specie con riferimento al suo sindacato preventivo sulla costituzionalità delle leggi, previsto in sede di emanazione die provvedimenti normativi, nonché in relazione alle sue capacità di moral suasion, che possono estrinsecarsi in messaggi alle Camere, nonché in comunicazioni, per così dire, informali rese in incontri con la collettività.
In terzo luogo, proprio in relazione a quest’ultima considerazione, non può negarsi che recentemente proprio l’attuale Capo dello Stato abbia assunto alcuni atteggiamenti significativamente rilevanti in ordine alle modalità di esercizio della sua funzione, espressione anche di una propria concezione del suo ruolo – si pensi, ad esempio, al colloquio telefonico con il padre di Ilaria Salis – o alle frequenti occasioni in cui ha precisato quali sono i contorni dei suoi poteri in occasione della promulgazione delle leggi o ancora al severo intervento con cui ha espresso forti critiche sulla gestione dell’ordine pubblico da parte delle forze di polizia, in particolare in presenza di manifestazioni di studenti e giovani.
Alla luce di queste considerazioni e degli accadimenti che fa registrare la cronaca, è il caso di formulare qualche riflessione sul ruolo del Capo dello Stato e su come lo stesso è inteso dal Presidente Mattarella.
In proposito, va fatta una importante premessa. Sarebbe vano cercare nella nostra Carta costituzionale una disciplina organica in tema di poteri e ruolo del Presidente della Repubblica: se la nostra Costituzione è ascrivibile alla categoria di Costituzioni brevi, in cui cioè, specie con riferimento alla II parte dedicata alla forma di Governo ed ai rapporti fra organi istituzionali, è presente la formulazione di una pluralità di principi lasciando poi al concreto svolgimento della vita pubblica e politica la effettiva realizzazione degli stessi, una tale riflessione è ancora più corretta quando riferita al ruolo del Quirinale, posto che proprio il novero di disposizioni costituzionali dedicate a tale figura è quello meno analitico e che rimette pressoché in toto alla vita quotidiana la definizione del ruolo effettivo del Presidente della Repubblica e l’intensità dell’esercizio dei poteri a lui spettanti – non a caso di “poteri a fisarmonica”, nel senso dall’ambito ed intensità assai elastica, parlava Calamandrei.
Gli studiosi di storia costituzionale affermano che l’intenzione dei Padri costituenti non fosse certo quella di assegnare al Capo dello Stato un ruolo notarile e che anzi si ritenesse che tale soggetto avesse come principale compito quello di arginare abusi da parte dell’Esecutivo. Probabile che in questa direzione spingesse il ricordo ed i timori derivanti dall’esperienza fascista, in cui la figura del Re era stata eclissata dall’attivismo del Governo littorio: Tuttavia, questo auspicio – che comunque certo non si era tradotto nell’adozione di una normativa corrispondente – per lungo tempo non si è mai realizzato ed il Presidente della Repubblica non è mai andato oltre il ruolo di mero “notaio della Costituzione” – come espresso anche esplicitamente da alcuni soggetti chiamati a rivestire questo ruolo, si pensi, ad esempio, ad Einaudi.
E’ con Pertini che questa visione assolutamente minimale del ruolo del Quirinale viene messa in crisi. Il Presidente socialista interpreta le sua funzioni in senso decisamente più significativo rispetto al passato – si ricorderanno i suoi interventi contro la minaccia terroristica, le sue intemerate dopo il terremoto in Irpinia, il suo frequente accusare l’abbandono dei valori fondanti la Repubblica da parte dei partiti politici, ecc. Ma il protagonismo di Pertini non rispondeva ad una nuova visione del Presidente della Repubblica nel sistema costituzionale, bensì erano espressione di un carattere esuberante della persona. Ben diverse sono invece le considerazioni che vanno fatte dopo la presidenza Cossiga: sebbene anche in questo caso non irrilevante è il peso da attribuire al carattere del politico sardo, è evidente lo stesso – ed i suoi sostenitori – tematizzano espressamente che a fronte della lungaggini parlamentari, dell’incapacità politica di decidere, delle urgenze dettate dal mondo quotidiano che va sempre più veloce rispetto alla lentezza che caratterizza i formalismi della prima Repubblica occorre che vi sia un centro decisionale sganciato dal gioco parlamentare, un soggetto che possa intervenire in via d’urgenza ed in caso di crisi, fornendo una immediata (e solo per questo efficiente ed apprezzabile) alle problematiche cui l’ordinario svolgersi della vita parlamentare non sa fare fronte.
Detto “l’indicibile” – ovvero, la democrazia parlamentare, per il cui affermarsi nel nostro Paese i più valorosi diedero la vita, ha i suoi limiti ed in numerose circostanze non è adeguata all’esigenze ed ai bisogni della collettività – non si torna più indietro. Complice anche la crisi dei partiti, quali (non solo strumenti di democrazia, ma anche) luoghi di crescita di cultura e di elaborazione del pensiero, si afferma l’idea che la risposta alla crisi del nostro Paese e della Repubblica debba rinvenirsi nell’individuazione di un demiurgo, nella individuazione di un singolo che si faccia espressione dei bisogni e della volontà collettiva e che sia in grado di realizzarle senza essere impedito ed impacciato da vincoli e lacciuoli.
In alcuni casi, un tale demiurgo è stato espressione della maggioranza partitica (si pensi a Berlusconi o a Renzi), ma di frequente, almeno con riferimento a fasi e vicende specifiche della storia italiana, un tale ruolo è stato rivestito anche dai Presidenti della Repubblica – per alcuni con disagio e prudenza (Ciampi), per altri quale esito naturale del suo ruolo (Napolitano).
In questo ampio novero di possibilità, dove si colloca il presidente Mattarella? A nostro parere, la sua concezione del ruolo del Presidente della Repubblica è decisamente – se non minimale, comunque quanto meno – più vicina alla concezione originaria, incarnata da Einaudi, piuttosto che quella espressa da Napolitano o Cossiga. A conforto di questa conclusione possono richiamarsi diversi profili.
In primo luogo, gli interventi più significativi – si pensi al colloquio con i genitori di Ilaria Salis – fanno riferimento a profili e vicende che non toccano il quadro istituzionale. Mai Mattarella si è permesso di esprimere una sua opinione sul lavoro dell’Esecutivo o sulla dialettica parlamentare, né ha mai formulato suggerimenti su come andrebbe articolato il rapporto fra poteri dello Stato. Assolutamente indicativo in questo senso ci pare il comportamento del Presidente in occasione dello scandalo Palamara, quando diversi componenti del Consiglio Superiore della Magistratura – presieduto, si ricorda dal Capo dello Stato, furono coinvolti in vicende certo non commendevoli, se non addirittura iscritto nel registro degli indagati: a fronte di richieste provenienti da più parti di sciogliere l’organo di autogoverno della magistratura e indire nuove elezioni, Mattarella – andando anche contro il sentire comune e senza paura di assumere una decisione impopolare – scelse di far ricorso ad una operazione di moral suasion proprio per evitare che un intervento dirompente del Presidente della Repubblica condizionasse il funzionamento di un corpo del nostro ordinamento statuale.
C’è però, a nostro parere, una ulteriore indicazione della concezione che il Presidente Mattarella ha del proprio ruolo. Il riferimento e ad una sua dichiarazione relativamente alle modalità di esercizio del potere di promulgazione delle leggi elaborate dal Parlamento o di emanazione dei decreti legislativi di provenienza governativa: a fronte di quanti – sia in ambito politico che fra i commentatori dei mass media e numerosi cittadini – gli chiedevano di “impedire”, mediante l’esercizio dei suoi poteri, l’entrata in vigore di determinati provvedimenti normativi, il Presidente ha precisato che “promulgare non significa condividere”. Questa espressione può essere letta in un duplice senso: da un lato, è l’affermazione (anche orgogliosa) di un proprio orientamento politico, che chiunque venga nominato Presidente della Repubblica non smarrisce certo per il solo fatto di essere nominato a tale massimo incarico; dall’altro, intende ricordare a quanti cadono nell’errore di tirarlo dalla propria parte, di chiedergli di schierarsi in omaggio alla propria storia personale, che un tale vissuto politico non può condizionare il suo operato quale massima Magistratura del nostro ordinamento.
Il Capo dello Stato è espressione di un potere neutrale, cui compete solo il presidio dei principi ultimi della nostra Carta fondamentale, non potendo intervenire di fronte ad opinabili modalità di concretizzazione da parte della maggioranza di tali principi fino a quando questi ultimi non siano inequivocabilmente calpestati. Appunto, il potere di promulgare, emanare, controfirmare atti dell’Esecutivo e al contempo un dovere che chi riveste la carica di Capo dello Stato non può esimersi dall’esercitare, anche quando ciò va contro le proprie più intime convinzioni.
Proprio perché ci sembra che l’esercizio equilibrato del proprio ruolo da parte del Presidente Mattarella dimostri importanza di tale funzione in un sistema democratico, specie quando, come accade in Italia, c’è una forte conflittualità fra parti politiche, c’è da sperare che in sede di riforma si ripensi fortemente agli effetti che potrebbero derivare da un ridimensionamento dell’importanza del Capo dello Stato.
Ciro Santoriello