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PUTIN E ZELENSKY: FALSE ACCUSE SULLE STRAGI NEGLI STATES 47 MILA PONTI SONO…“IN PERICOLO

By 23/04/2024No Comments

Le incredibili dichiarazioni del Cremlino sull’attentato di Mosca: “E’ colpa dell’Ucraina” – Subito respinte le prime rivendicazioni dei terroristi dell’Isis – Sui 130 spettatori uccisi nel teatro russo pesa la teoria dei social: “Il massacro è colpa dello Zar Vladimir” – L’inchiesta del New York Times: “A Baltimora è stato un incidente”. Critiche al Governo Usa: “Negli Stati Uniti la rete di ponti e tunnel sono in costante deterioramento e non certo per colpa dei terroristi, ma di una approssimativa manutenzione”

“Non ci sarà perdono per questo, non ci può essere immunità”. Parole molto forti, quelle pronunciate dal numero due del Consiglio di sicurezza nazionale in Russia, l’ex presidente Dmitry Medvedev. Il 22 marzo un attacco terroristico ad opera di un commando dell’Isis composto da tagiki, alla Crocus City Hall di Mosca ha provocato, come noto, oltre 130 morti e circa 200 feriti.
L’attacco era stato immediatamente rivendicato da Isis-Khorasan, il ramo dell’organizzazione terroristica attivo principalmente in Afghanistane nel Caucaso, pubblicando prima le foto degli attentatori e poi un video dell’assalto ripreso dalla prospettiva dei terroristi. E in effetti quattro persone di nazionalità tagika erano state poco dopo arrestate dai servizi di sicurezza (Fsb) ed erano apparse in tribunale, tumefatte, piene di lividi e con evidenti segni di tagli, una addirittura su una sedia a rotelle, con l’imputazione per terrorismo e detenute in custodia cautelare.
Al di là dei fatti, tristemente noti, resta purtroppo in piedi una girandola di accuse, illazioni, complottismi, che stanno creando momenti di assoluta tensione sullo scacchiere delle diplomazie internazionali. Vladimir Putin ha immediatamente puntato il dito contro l’Ucraina: del resto Zelenzsky, qualche giorno prima, era riuscito a far volare un paio di droni sul Cremlino, e questo è bastato per considerare l’attentato come una naturale evoluzione.
A poco è servito che fonti di intelligence Usa avessero confermato la presenza di un “flusso costante di informazioni, fin da novembre, sull’intenzione dell’Isis di colpire in Russia”, informazioni che gli Stati Uniti avrebbero condiviso con Mosca nonostante i rapporti non proprio amichevoli. Anche il premier francese Macron ha dichiarato che il ministro della Difesa del suo governo, Sebastien Lecornu, avrebbe comunicato all’omologo russo Medvedev notizie e informazioni utili circa l’organizzazione dell’attentato. Curiosamente, però, Medvedev accusa proprio la Francia di essere l’ispiratrice dell’atto terroristico: alla base della sua accusa pone la “retorica di Macron, le sue azioni e soprattutto il via libera che ha dato a operazioni con il regime ucraino”. La tesi dell’esponente del governo russo è che dietro l’attentato di Mosca ci siano Paesi della Nato e in particolare il presidente francese Emmanuel Macron. Del resto proprio la Francia, ad oggi, appare come uno dei paesi più attivi, in Europa, per il sostegno alle operazioni militari in Ucraina. Inevitabili le preoccupazioni francesi in merito all’organizzazione dei prossimi giochi olimpici di quest’anno: Macron non teme più di tanto attacchi terroristici da parte della Russia – per questi il livello di intelligence e sicurezza sono già molto elevati – quanto attacchi e sabotaggi informatici, insieme ad una massiccia azione di disinformazione, che rischierebbero di compromettere la buona riuscita della manifestazione.
Insomma, una situazione drammaticamente scomposta all’interno della quale tutti sono accusatori, imputati e colpevoli allo stesso tempo. Eppure la condanna all’attentato – e la conseguente solidarietà – era arrivata da più parti: “Le immagini del terribile attacco contro persone innocenti nel Crocus City Hall a Mosca sono orribili. Deve essere chiarito rapidamente cosa ci sia dietro. Il nostro più profondo cordoglio va alle famiglie delle vittime”, ha scritto su X il ministro tedesco degli Esteri, Annalena Baerbock, “L’Ue è scioccata e inorridita” ha scritto su X il portavoce per la Politica estera Peter Stano, che ha aggiunto: “i nostri pensieri vanno a tutti i cittadini russi colpiti”.
Anche Yulia Navalnaya, vedova del defunto oppositore del Cremlino Alexei Navalny, ha scritto sul suo profilo social “Che incubo a Crocus. Condoglianze alle famiglie delle vittime e auguri di guarigione ai feriti. Tutte le persone coinvolte in questo crimine devono essere trovate e condannate”. Del resto ogni volta che ci sono stati grandi disastri Putin ha cercato di trovare colpevoli “comodi” in modo da rafforzare il proprio potere: nel 1999 con gli attentati attribuiti ai ribelli daghestani e ceceni che distrussero due palazzi a Mosca, uccidendo 293 persone; nel 2002, quando ci furono oltre 130 vittime nel sequestro al teatro Dubrovka sempre a Mosca, infine nel 2004 con la strage nella scuola di Beslan, in Ossezia, dove l’intervento dei corpi speciali, dopo un assedio durato tre giorni, portò alla morte di oltre 300 ostaggi.
La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha dichiarato alla Tass “comprendiamo che il tono generale e i fatti, che confermano le precedenti azioni del regime di Kiev sostenuto dall’Occidente, possono portare, ed evidentemente portano, a determinate conclusioni, ma dobbiamo ancora aspettare i risultati dell’indagine. L’inchiesta dovrà essere fatta in modo attento e modo meticoloso, perché non dobbiamo dare agli organizzatori, non agli autori ma agli organizzatori, l’opportunità di sfruttare ogni sorta di discrepanza”.
Eppure nei giorni immediatamente successivi all’attacco moltissimi account su X e Telegram avevano diffuso una teoria che riguarderebbe i reali responsabili dell’attentato a Mosca. Al centro della discussione, ci sarebbero degli individui sospetti che avevano destato l’attenzione di molti osservatori online che ipotizzavano un coinvolgimento del servizio di intelligence russo FSB. Probabilmente solo ipotesi e illazioni, ma anche un tentativo di leggere gli accadimenti da una prospettiva non proprio consueta. Come inconsueta appare anche la lettura che ha tentato di collegare ai fatti di Mosca il crollo del ponte Francis Scott Key, a Baltimora, colpito da una nave cargo e collassato in quattro secondi: secondo le prime ricostruzioni, la nave avrebbe avuto un problema di alimentazione, che le avrebbe causato un’avaria. L’allarme lanciato dall’equipaggio avrebbe permesso ai funzionari di abbozzare un piano di evacuazione che però non ha permesso ad alcuni operai a lavoro di mettersi in salvo.
Una ridda di ipotesi si sono immediatamente succedute: l’hackeraggio, uno dei peggiori incubi degli Stati Uniti, dopo la scoperta, in passato, che i cybercriminali russi possono addirittura entrare nei software delle maggiori infrastrutture in Usa, oppure la pista terroristica, o ancora la collisione volontaria.
Più che la verità dei fatti (verità che sta emergendo come un terribile incidente) rileva in questo caso la tendenza delle opinioni ad orientarsi, se possibile, verso l’individuazione del rapporto di correlazione o di causalità, cioè di leggere gli avvenimenti in modo tale che ad ogni causa consegua poi un effetto.
E allora i fatti di Mosca e di Baltimora vengono posti in relazione tra di loro: un sistema (quello russo) che si dimostra fragile perché – in un momento di massima allerta e tensione per il Paese in guerra – subisce un attacco terroristico nel cuore della capitale, segno comunque di impreparazione e debolezza. Ma anche una fragilità degli USA, che subiscono il crollo di un’importante e strategica opera infrastrutturale con una semplicità disarmante. Non a caso l’evento ha scatenato un effetto a catena, per cui sono stati individuati ed esaminati tutti i ponti che presentano situazioni critiche degli Stati Uniti, che potrebbero essere altrettanto vulnerabili a uno scontro navale.
Con una specifica inchiesta il New York Times ha scoperto che in centinaia di cavalcavia mancano gli “scudi” per bloccare le navi in transito, ovvero le protezioni costruite sulle fondamenta che emergono dall’acqua per proteggerle da qualsiasi tipo di urto.
I giornalisti del New York Times sono partiti dai dati del 2023 del National Bridge Inventory prodotto dalla Federal Highway Administration, che presenta tutti i ponti e tunnel negli Stati Uniti. Ebbene, 309 di questi sistemi di protezione si stanno deteriorando e sono “carenti”, secondo le norme federali. Inoltre 193 ponti con traffico in media di 10 mila veicoli al giorno non hanno barriere e si affacciano su alcuni dei porti più importanti, come il Crescent City Connection a New Orleans, il Dolphin Expressway Bridge a Miami, il Burlington-Bristol Bridge fra New Jersey e Pennsylvania, il Tobin Bridge a Boston, e molti altri.
Di questi nessuno ha “la forza e la capacità” di sopravvivere alla collisione frontale con navi di grandi dimensioni. Del resto negli anni precedenti ci sono stati incidenti analoghi, come a Webbers Falls in Oklahoma, a South Padre Island in Texas o a Tampa Bay in Florida. Insomma, oltre 47 mila ponti negli Stati Uniti, incluso quello di Brooklyn a New York, sono in condizioni critiche e sarebbero necessari oltre 80 anni per mettere in sicurezza tutti i viadotti del Paese. Un terzo delle principali arterie stradali non è poi del tutto a norma e il 70% delle dighe ha più di 50 anni di vita.
Anche il Wall Street Journal, analizzando quanto accaduto in Maryland, sottolinea che non si sia trattato di un evento del tutto imprevedibile. E adesso preoccupano in particolare altre infrastrutture che, come il Francis Scott Key Bridge, sono caratterizzate, tra le varie criticità, dalla mancanza di sufficienti protezioni attorno ai loro piloni. Tre di esse sono collocate sulla costa orientale degli Stati Uniti e cinque su quella occidentale. Tra l’altro il ponte “peggiore” d’America, il Chesapeake Bay Bridge, si trova ad una quarantina di chilometri da Baltimora e consiste in due strutture parallele costruite nel 1952 e nel 1973.
“Si tratta di un facile bersaglio in balia delle navi” ha affermato l’ingegnere Abe Aghayere, che ha seguito tecnicamente i contenuti dell’inchiesta, lasciando intendere che un nuovo disastro potrebbe essere dietro l’angolo. “Non riposeremo sinché il cemento non si sarà asciugato”, ha idealmente risposto il presidente Biden in visita sui luoghi della tragedia, citando l’ultimo messaggio inviato alla sua fidanzata da uno degli operai stradali morti nella tragedia. Un’evidente ammissione di fragilità da parte degli USA, quasi come collocare il bersaglio nel mirino, sollecitando il cecchino al colpo.
Giuseppe Formichella