POLITICA

SCHEDA ELETTORALE: SCRIVERE “GIORGIA” FURBA COMUNICAZIONE, NON ILLEGALITA’

By 24/05/2024No Comments

Una serena analisi giuridica conferma che in presenza di una chiara identificazione, non sia necessario aggiungere anche il cognome dell’elettore o della elettrice – Tutti i casi al vaglio del giurista “scagionano” la premier – La tesi, discutibile, di “essere una persona del popolo”

Nel 1840 Arthur Schopenhauer pubblicava il trattato “Il fondamento della morale”, nel quale si proponeva di far compiere un passo avanti all’etica, essendosi questa scienza “presa una vacanza da mezzo secolo” (ossia dalla pubblicazione della “Fondazione della metafisica dei costumi” di Kant).
In un passaggio di questo trattato, Schopenhauer, discutendo del ruolo del diritto nel sorvegliare la rettitudine della convivenza civile, e della centralità del possesso rispetto alla vita umana, formula il lapidario giudizio (divenuto famosa citazione) secondo il quale nella società civile “l’antico diritto del più forte è stato sostituito dal diritto del più furbo”.
Quella della “furbata” è una delle più ricorrenti definizioni con cui è stata commentata la decisione della Presidente del Consiglio dei Ministri di candidarsi alle elezioni europee invitando gli elettori ad attribuirle il voto indicando sulla scheda elettorale soltanto il nome di battesimo (“Giorgia”).
Il giudizio di valore sotteso a questa definizione è che la scelta non sarebbe esplicitamente vietata dalla legislazione elettorale, ma ne eluderebbe abilmente la ratio.
Si sono quindi diffuse varie “opinioni di giuristi” che hanno messo in guardia dal rischio che, invece, altre interpretazioni della stessa legislazione possano condurre a ritenere invalido il voto che venga attribuito mediante l’indicazione del solo nome di battesimo.
Volendo limitarsi al profilo giuridico della questione, sarebbe bene seguire i precetti di Hans Kelsen, secondo il quale compito del giurista non è stabilire quale sia la “corretta” applicazione della legge, ma soltanto quello di elencare i possibili significati che una disposizione normativa è in grado di tollerare sulla base della sua formulazione linguistica.
Nel compiere questa operazione, i giuristi possono anche indicare quali argomenti retorici siano utilizzabili per sostenere le varie interpretazioni (il compianto Giovanni Tarello ne aveva individuati diciannove), ma resta in ogni caso escluso l’indicare quale tra queste interpretazioni debba essere preferita (anche perché, come sempre Kelsen dimostra ne “Il problema della giustizia”, questa scelta si fonderebbe su convinzioni e credenze inevitabilmente individuali, che non è bene vengano imposte da qualcuno a tutti gli altri).
Premesso che le procedure per eleggere il Parlamento europeo sono regolate sia dalla legislazione europea, che definisce norme comuni per tutti gli Stati membri, sia da disposizioni nazionali specifiche, che variano da uno Stato membro all’altro, le modalità per l’attribuzione dei voti ai candidati sono disciplinate dalla l. 24 gennaio 1979, n. 17; questa legge – però – non regola direttamente le modalità di attribuzione del voto, per le quali valgono quindi le norme previste dal Testo Unico sulle elezioni della Camera dei Deputati, il d.P.R. n. 361/1957 (al quale, infatti, l’art. 51 della predetta legge esplicitamente rinvia).
Originariamente, l’art. 6 del Testo Unico stabiliva che “il voto di preferenza si esprime scrivendo con la matita copiativa, […] a fianco del contrassegno della lista votata, il nome e cognome o solo il cognome”; il tenore letterale di questa norma escludeva, perciò, che si potesse esprimere preferenza indicando soltanto il nome di battesimo, ma questo articolo è stato abrogato dalla l. 4 agosto 1993, n. 277 e dunque oggi non è più applicabile.
E’ quindi assente un esplicito divieto a votare un candidato scrivendone soltanto il nome.
Ci si è comunque domandati se questa modalità di attribuzione della preferenza rischi di rendere nullo il voto, ma su questo punto si è espressa la giurisprudenza, sulla base di un chiaro ragionamento: il voto può considerarsi nullo soltanto nei casi in cui le norme di legge lo prevedono espressamente (norme che, dunque, sono tassative), altrimenti deve prevalere il principio generale del favore per la validità del voto (così, per esempio, ha ritenuto il Consiglio di Stato nella sentenza n. 2726/2016).
Questo principio prevede che il suffragio deve essere considerato valido ogni qualvolta se ne possa desumere la volontà effettiva dell’elettore: quindi, anche eventuali “anomalie” contenute nella scheda non hanno la forza di rendere nullo il voto quando si possa comunque stabilire a quale candidato l’elettore intendeva assegnare preferenza.
Quindi, siccome le ipotesi di nullità del voto sono solo quelle relative ai casi in cui segni, scritture o errori siano tali da essere intesi in modo inoppugnabile e univoco come volontà dell’elettore di farsi riconoscere, mentre non vi è alcuna norma che stabilisca la nullità di un voto espresso mediante indicazione del solo nome di battesimo, quest’ultima modalità è da ritenersi ammessa in tutti i casi in cui (a) essa non sia impiegata dall’elettore come mezzo per farsi riconoscere e (b) essa consenta comunque di ricostruire quale fosse l’effettivo intento dell’elettore stesso.
Sulla base di questi principi, il TAR Calabria (sentenza n. 1602/2017) ha stabilito chiaramente che “l’esigenza di garantire l’attribuzione del voto e la possibilità di esprimere lo stesso” rendono possibile “l’indicazione del solo nome … purché tale utilizzo consenta di identificare il soggetto di riferimento”.
Pertanto, l’espressione del voto mediante indicazione del solo nome di battesimo non è da ritenersi vietata in generale; tutt’al più, questo modo di votare potrebbe generare il rischio di annullamento della scheda qualora sorgesse dubbio sull’effettivo destinatario della preferenza.
Per esempio, nel caso in cui le liste circoscrizionali di un partito presentassero più di un candidato con lo stesso nome di battesimo, allora un voto espresso con la sola indicazione del nome potrebbe far sorgere il dubbio su quale fosse il candidato effettivamente prescelto dall’elettore, e questa difficoltà nel desumere la volontà del cittadino potrebbe portare alla dichiarazione di invalidità della scheda.
Analogamente, qualora un elettore scrivesse il nome di battesimo del candidato a fianco del simbolo di un partito diverso da quello del candidato stesso, e vi fosse almeno un altro partito nelle cui liste vi è un candidato omonimo, anche in questo caso si potrebbe dubitare dell’effettiva univocità del voto attribuito (con il rischio, quindi, di invalidità).
Sin qui il profilo giuridico della vicenda, che dimostra come non sia necessario scomodare il diritto per sostenere il carattere “astuto” dell’operazione elettorale.
D’altra parte, ritenere che l’invito a scrivere il solo nome di battesimo sia una “furbata” potrebbe alimentare l’idea che la stessa Presidente del Consiglio ha dichiarato essere all’origine dell’iniziativa: “che io sono stata sempre, sono e sarò sempre fiera di essere una persona del popolo”, e che quindi sia più “vicino al popolo” utilizzare il solo nome di battesimo.
Perciò, considerare una “furbata” questo “appello al popolo” rischia di poter venire letto anche al rovescio: come un poco lusinghiero giudizio nei confronti del corpo elettorale, le cui preferenze sarebbero orientabili sulla base della suggestione di essere più “vicini” ai candidati per il solo fatto di poterli chiamare per nome.

Luca Geninatti Saté