POLITICA

SE “SCRUTATORI DI CERVELLI” VOGLIONO INDAGARE NELLA MENTE E NELLA CULTURA DELLA MAGISTRATURA

By 20/03/2024No Comments

Commissione Giustizia: l’“invito” del senatore Zanettin a prevedere test psicoattitudinali sui candidati alla carriera dei magistrati, suscita enormi “perplessita” – Già negli Anni ’60 negli Stati Uniti il suggerimento dei Brainwatchers durò pochissimo e si dimostrò che entrare negli spazi infiniti dell’intelligenza e delle patologie non è una “operazione tecnologica”, né come fare una Tac – Il pensiero non è misurabile e nessun test emanato per legge può prevedere l’eventuale comportamento di un essere umano – L’idea del test, esercizio demagogico e banalmente strumentale

Come è noto, in occasione dell’approvazione dello schema di decreto legislativo recante disposizioni in materia di riforma ordinamentale della magistratura Atto n. 110 del 2024, la Commissione Giustizia del Senato, nell’esprimere “parere favorevole” sul decreto attuativo della riforma Cartabia del 2022 sull’ordinamento giudiziario, ha espresso, su suggerimento del senatore Zanettin l’”incoraggiamento” a prevedere test psicoattitudinali per quanti vogliono partecipare al concorso per diventare magistrati.
Che effettivamente possano essere introdotti test psico attitudinali per l’ammissione in magistratura – qualunque cosa tale espressione voglia indicare – è evenienza che ha davvero pochissime possibilità di verificarsi.
Il suggerimento del Senato, infatti, in primo luogo, non potrà essere raccolto dall’Esecutivo, posto che la legge di delega della riforma Cartabia non lascia alcuno spazio per l’inserimento di una norma del genere, limitandosi a prevedere una rimodulazione delle prove del concorso in magistratura: ogni previsione in tema di test psicoattitudinali introdotta nel decreto legislativo, dunque, rappresenterebbe un cd. eccesso di delega in violazione dell’art. 76 della Costituzione.
Tuttavia, a prescindere da tale profilo – che dimostra forse che, se di test si vuol parlare, occorrerebbe sottoporre ad un esame di diritto costituzionale quanti sono eletti o concorrono per un posto al Parlamento…. – sono altre le ragioni che fanno ritenere semplicemente demagogica e priva di ogni ancoraggio alle conoscenze scientifiche la proposta di sottoporre a tali valutazioni quanti aspirano a diventare magistrati, quasi che sia possibile strutturare test psicologici che in modo attendibile verifichino la stabilità emotiva, l’empatia e il senso di responsabilità, caratteristiche essenziali della professione del magistrato.
L’idea che si possa ricorrere a prove o esami per individuare le caratteristiche della mente di un singolo soggetto non è certo nuova. Nel primo Novecento, negli U.SA. test psicologici venivano usati per valutare i soldati da inviare in guerra e selezionare i migliori, scegliendo quelli da ammettere ai corsi per ufficiali e subito dopo stesso tentativo venne fatto nel mondo imprenditoriale che, per individuare i collaboratori più vicini alla proprietà ed al management misurandone attitudini e capacità sia cognitive che di adattamento, fecero ricorso a strumenti valutativi di questo tipo.
Il fascino per tali strumenti durò poco: già alla fine degli Anni ’60 negli Stati Uniti veniva segnalata la pericolosità dei tanti improvvisati “scrutatori di cervelli’ (Brainwatchers era il titolo di un volume pubblicato proprio in quel periodo) e si sottolineò come, mentre era possibile dare corso ad una misurazione degli aspetti psicofisici o neurofisiologici – facilmente studiabili in laboratorio –, era vano il tentativo di indagare funzioni complesse della mente umana come l’intelligenza e i tratti di personalità normale e patologica.
Queste considerazioni non possono sorprendere, una ricostruita correttamente nozione di tests. Con tale espressione, infatti, la scienza fa riferimento a strumenti rigorosamente standardizzati ed in quanto tali ripetibili in tempi e luoghi diversi, potendosi trarre proprio da tale caratteristica di ripetitività una valutazione positiva in ordine alla loro validità. Perché possa parlarsi di test attendibile, dunque, occorre che l’esame sia in grado di fornire una rappresentazione del soggetto sottoposto ad indagine e soprattutto sia in grado di codificare le risposte del soggetto indipendentemente dalla soggettività dell’esaminatore, e di confrontarle con le “norme” riferite ad un campione rappresentativo della popolazione da cui è tratto il soggetto sottoposto ad esame: si pensi, ad esempio, ad un test medico le cui risultanze, da un lato, non sono influenzate né dalla sfera soggettiva del paziente né da valutazioni del sanitario e dall’altro sono raffrontabili con una scala di valori ottenuta a mezzo di esami precedenti di analogo tenore.
I tests che rispondono a queste caratteristiche, adeguatamente costruiti e correttamente applicati, sono strumenti con indubbio fondamento scientifico, e vengono usati proficuamente in ambito scolastico, clinico, lavorativo, giudiziario. Tuttavia, per giungere ad un tale risultato scientifico occorrerebbe prima aver dimostrato che la psiche è una realtà misurabile e quantificabile come altri aspetti del mondo fisico, mediante procedure ritenute analoghe al modello delle scienze biologiche. La mente – e non il cervello – andrebbe dunque considerata come unità funzionale analizzabile alla pari delle sue componenti neurofisiologiche, sicché il test costituirebbe per le funzioni psicologiche un equivalente di ciò che sono l’elettroencefalogramma o la risonanza magnetica per specifiche modalità di funzionamento organico. Inoltre, occorrerebbe dimostrare che la psiche nelle sue diverse componenti sia valutabile in base a criteri “oggettivi”, sulla scorta di regole generali e valide per tutti gli individui.
Credo sia a tutti noto (salvo che al Senatore autore del parere …) che si sia ben lontani da giungere alla dimostrazione della correttezza di tali conclusioni, sempre che le stesse siano effettivamente condivisibili. In primo luogo, è ancora oggetto di discussione cosa sia la “personalità” del singolo: si oscilla in proposito fra quanti ritengono che ciascuno di noi sia fornito dei cd. “tratti” di personalità intesi come disposizioni stabili che non mutano in modo significativo nel tempo ed a seconda delle circostanze e quanti, invece, ritengono che la personalità sia la risultanza dell’interazione del singolo con l’ambiente che lo circonda e quindi sia necessariamente mutevole nel tempo. Si discute poi se sia utile per valutare e ricostruire la personalità fa ricorso a questionari, domande ecc. standardizzate posto che in questo modo la definizione delle singole caratteristiche di ciascuno di noi è rimessa alla valutazione che un soggetto dà riguardo ad aspetti della propria vita psichica; non a caso, molti studiosi sostengono che ai fini della comprensione del funzionamento psichico complessivo della persona esaminata, l’inquadramento diagnostico su basi auto-valutate è condizione necessaria ma non sufficiente, e va integrato con criteri diversi di analisi scientifica, miranti a “comprendere” globalmente il funzionamento della persona.
Ancora, qualsivoglia test psicologico non è uno strumento mai asettico ed oggettivo (come una radiografia o una risonanza magnetica) ma sempre inserito all’interno del rapporto tra l’operatore e il soggetto, rapporto collocato a sua volta in un preciso contesto sociale di riferimento, così che i tratti di personalità che emergono nel corso di un colloquio psicoattitudinale potrebbe essere ben diversi da quelli che si manifesteranno in altre situazioni, in cui il medesimo soggetto potrebbe essere soggetto a tensioni, pulsioni emotive ecc.. Di conseguenza, pur volendo ammettere che un test possa offrire utili indizi su aspetti cognitivi e di personalità di un futuro professionista, si tratterà sempre di una ricostruzione meramente probabilistica, che consentirà solo di ipotizzare – ma senza alcun grado di significativa certezza – come il soggetto esaminato si comporterà in presenza di determinate circostanze non replicabili o diverse fra quelle richiamate in sede di esame.
Da ultimo, c’è il profilo più rilevate. Cosa significa e perché occorre, nella selezione del personale della magistratura, valutare – oltre le attitudini e le competenze specifiche in funzione della mansione – anche la personalità, ed escludere chi presenta certi tratti caratteriali che vengono ritenuti (da chi? e in che misura?) inadatti per questa professione, accettando solo chi risponde ad un ipotetico profilo ottimale per quella professione (ancora una volta, definito da chi?). E se tutto ciò è legittimo, perché applicare questa valutazione solo al magistrato, e non anche alle altre categorie che prendono decisioni importanti per la vita delle persone: al medico, all’avvocato, all’economista, al dirigente d’azienda.
In realtà, se è vero che il possesso di certe “attitudini” è indispensabile per lo svolgimento di certe attività specialistiche, come quella, ad esempio, di guidare un autobus o insegnare in una scuola elementare, per le quali giustamente si richiede una non normale capacità di attenzione ai dettagli, di sopportazione di situazioni di grande stress, di resistenza a un lavoro sotto pressione, e così via dicendo, è altrettanto vero che per l’attività del magistrato quello che conta non sono tanto le singole attitudini, ma quel complesso indefinibile di caratteristiche di mente, di cuore e di cultura, che sono il presupposto indispensabile per l’esistenza e lo sviluppo di una “persona” che sia davvero in grado di “giudicare” i propri simili e i correlati conflitti di interessi. E queste attitudini non sono giudicabili (per fortuna vien da dire) con indefiniti test di personalità ma si misurano sul campo, verificando il lavoro concreto di ogni singolo magistrato negli uffici giudiziari, le sue modalità di conduzione delle udienze, la sua capacità di confrontarsi con i colleghi, con la polizia giudiziaria, con il personale amministrativo, con gli avvocati.
Se è giusto sottolineare la necessità di rendere più incisive queste forme di giudizio – comunque per ciascun magistrato sono previsti 7 momenti di valutazione nella sua carriera – parlare di selezione preventiva, di test psicoattitudinali, di valutazioni di professionalità è solo esercizio di demagogia e strumentalizzazione politica.
Ciro Santoriello