POLITICA

SFIDE PREMIERATO E AUTONOMIA DIFFERENZIATA PARTITA A SCACCHI, MA VINCERANNO I “DIAVOLI” ?

By 23/05/2024Maggio 24th, 2024No Comments

Il tema delle riforme audace e complesso sotto il profilo costituzionale e politico – Il Governo dovrà affrontare una battaglia imperscrutabile con la premier Meloni e il vice Salvini in chiara contrapposizione anche nei confronti del proprio elettorato – Le motivazioni, ingiustificabili, di un primo ministro solo al comando e la spaccatura con il mondo leghista – Lo spettro dell’Armageddon finale

L’idea di molti è questa è la volta buona: finalmente, il tempo delle riforme è arrivato. Si potrà discutere della bontà del premierato, delle criticità che le modifiche costituzionali che si ha intenzione di introdurre presentano, ecc., ma comunque nulla pare poter fermare l’approvazione della riforma.
Nel Parlamento, il Governo gode di un’ampia maggioranza, tutta schierata a favore del ridisegno della Carta fondamentale ed una tale maggioranza pare riflettersi anche nel Paese (basti pensare ai sondaggio che sono formulati con riferimento alle prossime elezioni), sicché ci sono fondate speranze che anche il referendum confermativo – reso necessario dal fatto che la riforma sicuramente non verrà approvata dalle Camere con la maggioranza qualificata – avrà esito favorevole (diversamente da quanto accaduto per le riforme presentate dai Governi Berlusconi II e Renzi). Insomma, finalmente la nostra forma di Governo conoscerà una significativa modifica.
Mah…. Noi la pensiamo diversamente e ci pare siano evidenti non pochi elementi che consentono di ritenere che il cammino della riforma sarà ben più accidentato di quanto si pensa.
Quello che non si considerano quanti vedono un futuro radioso per la Meloni e le sue proposte è che la riforma del premierato cammina a fianco ad una altra significativa modifica del nostro assetto istituzionale ovvero la proposta normativa in tema di autonomia differenziata, di cui si fa portatrice la Lega. Poco male, verrebbe da dire.
È assai opportuno che un Governo che gode di una significativa maggioranza ne profitti per ridisegnare in maniera significativa il nostro assetto costituzionale, da un lato con una proposta di modifica che investe il ruolo del Governo ed il rapporto con il Parlamento e dall’altro, con una nuova articolare dei rapporti fra Stato centrale ed autonomie regionali – e poco importa che quest’ultima riforma non abbia, almeno formalmente, carattere costituzionale, posto che nessuno può porre seriamente in dubbio la rilevanza e l’importanza dei cambiamenti proposito dalla Lega.
Il problema, tuttavia, è dato al fatto che le due riforme – premierato ed autonomia differenziata – rispondono a finalità decisamente diverse, corrispondentemente, peraltro, agli orientamenti ideologici dei partiti che le propugnano.
Il tema dell’autonomia regionale rappresenta una la battaglia per eccellenza della lega, una sorta di riedizione del federalismo bossiano – in parte abbandonata da Salvini per inseguire il sogno improbabile di una Lega nazionale – e le modifiche normative proposte vanno chiaramente nel senso di allentare per le regioni del Nord i vincoli, anche di solidarietà e convergenza del dato normativo, conseguenti all’appartenenza ad uno Stato nazione. Per la Lega rappresenta l’ultimo miglio di una maratona durata anni, da spendere nella campagna elettorale alle europee con una dedica al defunto Roberto Maroni e come ha detto il capogruppo della Lega alla Camera Riccardo Molinari, durante la discussione generale sul ddl «è una giornata molto importante per i cittadini italiani che si aspettano istituzioni più efficienti e più pronte», ma anche «per la Lega che da 40 anni si batte per difendere l’identità dei singoli territori».
Dire, però, che una tale impostazione lasci freddi – volendo usare un eufemismo – gli appartenenti a Fratelli d’Italia è tutt’altro che azzardato, così come perplessità manifestano i Governatori delle Regioni del Sud pur se espressione della medesima maggioranza, tant’è vero che il presidente di Forza Italia della Calabria, Roberto Occhiuto continua a predicare «prudenza».
Il discorso vale, ovviamente a parti invertite, anche per il Premierato. L’uomo forte è il sogno degli appartenenti a Fratelli d’Italia, ma evidentemente rappresenta l’”uomo nero” per chi, come i leghisti, aspira al federalismo e quindi a ridurre fortemente la presa dello Stato centrale sui poteri e sulle competenze delle Regioni.
Anche qui, l’ottimista dirà che la circostanza che le manovre per l’approvazione dei due interventi di riforma corrano in parallelo rappresenta un profilo decisamente apprezzabile dell’attuale momento storico, posto che il premierato è nei fatti la norma gemella rispetto alle previsioni in tema di autonomia regionale, voluta con forza dalla premier Giorgia Meloni in una sorta di controbilanciamento rispetto all’iniziativa leghista.
Insomma, saremmo alle porte di una riscrittura complessiva del nostro sistema istituzionale, che si caratterizzerà per un premier forte, eletto dai cittadini e non più ostaggio dei “giochetti” della politica, a fronte di una struttura tendenzialmente federale dei rapporti fra Stato e regioni.
Questa idilliaca visione del futuro, tuttavia, non considera che se le discussioni sui due testi di riforma possono correre in modo sincronizzato e parallelo nei due rami del parlamento, il percorso del premierato è solo all’inizio ed è tecnicamente molto più lungo, essendo una riforma costituzionale e quindi la sua strada è piena di incognite: oltre alla circostanza che il testo uscito dalla commissione è oggetto di molte critiche, anche in seno al centrodestra, potendo essere ritoccato a palazzo Madama o in commissione a Montecitorio, il punto centrale è rappresentato dalla sua possibile bocciatura in sede di referendum confermativo.
La circostanza che la riforma del premeriato sia sottoposta a questa vera e propria spada di Damocle è tutt’altro che indifferente sotto il profilo politico e impone al Presidente del Consiglio un calcolo che presenta molti rischi.
Infatti, che Fratelli d’Italia sia tutt’altro che entusiasta di partecipare ad una “parcellizzazione” dello Stato nazione, approvando una riforma che diluisce la patria italica in più regioni, si è già detto ed è considerazioni difficilmente contestabile. Oltre a doversi aggiungere che l’autonomia differenziata è considerata – a torto o a ragione – fortemente penalizzante per molte regioni del Sud e nel meridione FdI ha un suo significativo bacino elettorale.
Insomma, il partito del Premier non ha nessun interesse a portare avanti e far approvare la riforma della Lega: è quanto di più lontano dai suoi ideali si possa pensare e favorisce solo il suo competitor all’interno del Governo, andando invece a farle perdere voti.
Tuttavia – questo è il calcolo politico che ha condotto fino ad ora la Meloni – se collaborare con la Lega nell’approvazione della autonomia differenziata serve a garantire poi la propria riforma costituzionale… ebbene il premierato vale il sacrificio delle competenze e poteri dello Stato centrale. Si tratta però di un calcolo che vale fino al momento in cui i due progetti di riforma non prenderanno strade diverse, fino a quando cioè, esaurita la fase parlamentare, i desiderata della Lega diventeranno legge e quindi la relativa normativa entrerà pienamente in vigore e le Regioni del Nord avranno la tanto agognata autonomia, lasciando al loro destino le regioni meridionali, mentre le modifiche costituzionali andranno in conto all’Armageddon del referendum confermativo, il cui esito è quanto meno imperscrutabile. Quindi è il punto di caduta. Chi assicura alla Meloni che la Lega, portato a casa il risultato rappresentato dall’approvazione dell’autonomia regionale, non si defili dalla lotta per la modifica del sistema di governo (la cui approvazione in Parlamento sarà comunque successiva rispetto al progetto di legge leghista)?
Non stiamo prefigurando una Lega che in Parlamento, dopo l’approvazione della proposta di legge Carderoli, esplicitamente si schieri contro la riforma costituzionale, né riteniamo questo uno scenario probabile, non foss’altro perché in tale ipotesi le conseguenze di una tale scelta sarebbe palesi – evidentemente cadrebbe il Governo – e soprattutto Fratelli d’Italia potrebbe lucrare un qualche vantaggio elettorale (anche significativo) indicando la Lega come partito che non sta ai patti e che ha determinato la caduta dell’esecutivo di centro destra.
Ciò che ci pare possibile, invece, è una Lega che appoggi in maniera tiepida la proposta di riforma in sede di referendum ed in cui elettori si schierino contro tali modifiche, eventualità entrambe plausibili considerato, da un lato, che la Lega in questo caso non potrebbe essere univocamente additata come responsabile di una sconfitta e dall’altro che gli elettori di tale partito manifestano nei confronti di riforme costituzionali intese a rafforzare il Governo dello Stato centrale un afflato pari all’empatie che provano verso i migranti…
Ed allora, se passa la riforma dell’autonomia differenziata e poi il Premierato è bocciato dal corpo elettorale – eventualità, peraltro, questa assai probabile, a prescindere da ogni considerazione relativa al comportamento della Lega – che ne sarà della Meloni e dei suoi propositi?
Ma soprattutto che sarà dell’Italia, un paese in cui entrerà in vigore una riforma che vede un significativo ridimensionamento dei poteri e competenze dello Stato centrale con riconoscimento di una significativa autonomia per le Regioni in assenza di ogni contrappeso a tale progetto latu sensu federalista?

Ciro Santoriello