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SOLTANTO LA CULTURA PUO’ SOSTENERE L’INDIPENDENZA DELLA MAGISTRATURA

By 24/11/2023No Comments

E, a proposito della Separazione delle carriere, ferve il dibattito, ma resta ancora insoluto il dissenso tra il ruolo del Pm e Organo Giudicante, comunque sancito dall’Ordinamento giudiziario – “Nessuno può essere considerato immune da colpe, neppure i magistrati”

Ho avuto l’onore, nei giorni scorsi, di partecipare ad un interessante convegno organizzato dalla Camera Penale “Vittorio Chiusano” del Piemonte occidentale e della Valle d’Aosta, presso la Fondazione dell’Avvocatura Torinese Fulvio Croce, avente ad oggetto la recente pubblicazione – ripresa quasi fedelmente nel titolo – del Presidente della Fondazione Einaudi, avvocato Giuseppe Benedetto. Un argomento spinoso, ma di grande attualità, sul quale hanno dibattuto in maniera accanita, ma sempre composta con argomentazioni parimenti interessanti, oltre all’autore, le parti contrapposte. A favore della separazione, gli avvocati Anna Chiusano e Roberto Capra, decisamente contro, il procuratore Cesare Parodi ed il giornalista Giuseppe Salvaggiulo, possibilista il giudice Alessandro Prunas Tola.
Ci si potrebbe giustamente chiedere quale contributo possa portare il Presidente dell’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Torino su di un argomento così distante dagli argomenti cari alla nostra professione, oltre alla testimonianza della consolidata collaborazione tra Avvocati e Commercialisti sul territorio, nata dall’empatia tra Mario Napoli ed il compianto Aldo Milanese, past president delle due professioni economiche e giuridiche, e proseguita dagli attuali Consigli degli Ordini. Senza alcuna volontà di autoreferenzialità, il contributo può nascere anche solo dalla vicinanza dei Commercialisti alle aziende, e alle persone che le compongono, nonché dalla capacità di intercettare i sentimenti e le emozioni della gente comune, se così vogliamo chiamarla, con una semantica che non vorremmo fosse considerata dispregiativa, anzi.
E questo, in un mondo che sempre più sembra preferire la demagogia (flat) alla Cultura (quella con la C maiuscola), riteniamo che questo rappresenti un valore: quello dell’ascolto. Così come pensiamo che valga la pena di provare a ritornare alle radici da cui siamo nati per guardare meglio al futuro e alle sfide che ci aspettano, come Uomini e Genitori soprattutto, ma altrettanto come Professionisti. E tra le radici, certo, rappresenta un riferimento preciso la nostra legge più importante: la Costituzione, che ci postula inequivocabilmente l’importanza della separazione tra i tre poteri: quello legislativo attribuito al Parlamento, quello esecutivo spettante al Governo e quello giudiziario assegnato ai Magistrati.
E tra questi, forse, cosa c’è di più difficile del giudicare? Quanta indipendenza deve avere il giudice e quali responsabilità si assume, proprio nei confronti della gente comune. Ma tutto ciò non è sufficiente perché i giudici possano pensare – a nostro sommesso parere – che il loro potere sia superiore agli altri due.
È sicuramente verosimile che il potere (o meglio l’ordine, come indica l’autore) giudiziario, così come la gente comune non si senta più rappresentata dalla politica (quella con la p minuscola) e quindi ponga delle barriere a tutela del potere di garantire il bene comune mediante giuste condanne, ma in un sistema liberale come il nostro questo non può accadere.
La Cultura crede che si possa, anzi si debba, pretendere una Politica tale da tutelare la tripartizione dei poteri costituzionali, senza necessariamente assicurare solo il funzionamento di quello giudiziario, arroccandosi su posizioni che non sono conciliabili con il comune sentire. E quindi ancor più che pretendere la separazione delle carriere in Magistratura, fattispecie che la naturale ed indipendente gestione di una Professione (ancora con la P maiuscola) così delicata, dovrebbe autonomamente garantire – è necessario ed indilazionabile – che anche i giudici siano sottoposti alla meritocrazia e ad un sistema sanzionatorio in caso di errore.
Non è possibile che in un sistema in cui, giustamente, chi sbaglia paga, gli unici a non rischiare in proprio siano i Magistrati e questo, comunque, tutelando adeguatamente la loro indipendenza, ma soprattutto supportando altrettanto adeguatamente chi svolge una funzione tanto delicata con straordinario equilibrio e dedizione, in situazioni spesso disagiate e rischiose.
Lo dicevano sin dall’antichità i Romani: qui custos custodi? Come può la gente comune accettare che solo la giustizia non sia soggetta ad alcun effettivo controllo? Ancor più se chi paga gli eventuali errori commessi dai giudici rischia di avere la vita distrutta gratuitamente per sempre. È meglio avere un solo innocente ingiustamente condannato o un presunto criminale a piede libero in più? È forse venuto il tempo di porsi delle domande e, se ne siamo capaci, di riformare una giustizia che considera un avviso di garanzia, non come un’adeguata tutela di un indagato in un sistema evoluto, ma come l’anticamera mediatica dell’imputato da sottoporre alla gogna della stampa e da dimenticare illegittimamente in caso di archiviazione e, soprattutto, da non ristorare per quanto abbia ingiustamente perso senza alcuna motivazione? Sono domande che, noi uomini di numeri, non ci poniamo sino a quando non ci toccano direttamente, ma che vanno adeguatamente considerate, anche con riferimento ai nostri Consigli di Disciplina, che non sono solo posti a tutela della collettività ma possono, altrettanto efficacemente, reprimere i comportamenti da novelli Torquemada, nei quali talvolta scivolano consulenti o curatori smaniosi soltanto di ottenere facili riscontri da inquirenti desiderosi di riempire qualche pagina di giornale. Così come la Politica, anche la Professione ha necessità di un cambio di passo, e questo non per fini corporativi, ma per crescere culturalmente evitando l’italico salto della coda, con il fine ultimo di lasciare qualche cosa a chi ci seguirà, una volta soddisfatti i bisogni primari, ricercando il riconoscimento dei bisogni sociali, quali il senso di appartenenza e di stima, se non addirittura i “bisogni del sé”, in un processo di autorealizzazione dei propri sentimenti di individuo si, ma come parte di una collettività.

Luca Asvisio
Presidente Ordine dei Commercialisti
di Torino