POLITICA

TV DI STATO: DOMINA L’IDEA MELONI MOLTI GIORNALISTI MIGRANO A “LA7”

By 23/11/2023No Comments

La fuga di autorevoli opinionisti Rai verso l’emittente di Urbano Cairo – Preoccupazione per gli equilibri politici italiani – Dalle “fake news” sulla vendita dell’ente, all’incapacità di trattenere importanti conduttori – Un discutibile mercato pubblicitario “fai da te”

Tempo fa si era sparsa la voce che la Rai fosse in vendita. Niente di più incredibile. Una vera bufala, una fake news. E in effetti la Rai è lì in Viale Mazzini salvaguardata dal “Cavallo rampante” di Simon Bolivar, realizzato nel 1966 dallo scultore Francesco Messina. Il Cavallo scalpita, ma poi, simbolo della Rai, si acquieta, come la notizia apparsa su tutti i giornali.
S’era pensato anche che la vendita coincidesse in pieno con il nuovo governo Meloni. Ma i più attenti alla Rai-Tv di Stato avevano osservato: “immaginate se il Governo Meloni vuol cedere l’informazione di Stato. Ce l’ha e se la tiene ben stretta. Come del resto han fatto tutti gli altri governi, fin dalla sua prima istituzione a Torino il 26 ottobre 1944. Ma, bisogna pure osservare che ne ha tanta cura al punto di doverla modificare, in peggio, nel giro di qualche mese, il tempo necessario per riflettere e prendere una decisione: la Rai, ha deciso Giorgia Meloni, và cambiata, da cima a fondo.
Del resto, obietterà qualcuno, è sempre stato così: tutti i governi sono han fatto interventi di chirurgia plastica per mantenere favorevoli equilibri. Equilibri… sì è vero fin dal tempo in cui l’informazione televisiva di Stato è entrata nelle case degli italiani: alla Dc il primo canale, l’ammiraglia Rai; al PSI il secondo canale, che avrebbe dovuto garantire una certa larghezza di vedute e di opinioni; al PCI la Terza rete, quella della cultura, del progressismo, della politica aperta alle nuove istanze della nazione, alle richieste dei lavoratori, degli intellettuali. Una politica del “2 contro 1” ma con giudizio.
La cosa non è sempre andata nel miglior verso possibile, tutti se lo ricorderanno, ma in ogni caso, gli equilibri instabili, le intese più o meno underground, fra i partiti che allora dominavano la vita politica italiana e mantenevano relazioni mondiali importanti, nonostante i risultati della seconda guerra mondiale e la benevolenza delle nazioni vincitrici, avevano una ragion d’essere. Si volava verso un lungo periodo di libertà, di entusiasmo, di voglia di benessere, di pace duratura che accresceva l’entusiamo della vecchia Europa e con essa dell’Italia. La Rai contribuì non poco alla crescita della cultura italiana. Diffuse la lingua da Sud a Nord, ispirò nuove coscienze e nuove conoscenze, il dialogo tra i partiti prese a funzionare, nonostante le grandi difficoltà economiche che poco a poco sembrava dovessero appianarsi.
L’informazione sia pure bilanciata, ma a volte in dissenso, era informazione controllata alle fonti; nelle redazioni dei grandi giornali si attendeva il Tg1 delle 20 per stilare gli ultimi grandi titoli di politica interna ed estera, i Comitati di redazione in Rai e nei quotidiani italiani erano esempio di correttezza alla ricerca di obiettività, di equilibri intellettuali. E ciò, nonostante, le tragedie che via via sconvolsero la vita sociale e politica italiana negli anni di Piombo, delle Brigate Rosse, della cosiddetta “strategia della tensione”, l’assassinio di Carlo Casalegno, vice direttore de LA STAMPA, di Aldo Moro, di Bruno Caccia, di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, di altri valorosi poliziotti, sindacalisti, operai.
Era la RAI. Un’eccellenza italiana e internazionale, che portava il teatro nel piccolo schermo, che innalzò la canzone italiana Anni 50 a gloria internazionale conosciuta in tutti il mondo. Era la RAI di cronisti sportivi che vivevano di competenza ed entusiasmo, era la RAI che organizzava simposi letterari e incontri internazionali che nel fluire degli anni, ma fin dal Neorealismo, aveva esaltato il Cinema italiano di straordinari autori-pensatori-registi come Vittorio De Sica, Luchino Visconti, Michelangelo Antonioni, Mario Monicelli, Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini, Alberto Lattuada, Francesco Leone, Sergio Rosi, Pupi Avati, Bernardo Bertolucci, Marco Bellocchio, Liliana Cavani, Luigi Comencini. Una inesauribile collana di vivacità culturale, patrimonio delle teche RAI.
E’ vero e non potrebbe essere diversamente: la RAI del Governo Meloni non si vende, ma è pur vero che il Consiglio di Amministrazione della Rai ha commesso proprio in questi mesi un errore dopo l’altro anche nel campo largissimo (per dimensioni): “venduto” per ragioni squisitamente politiche, giornalisti, conduttori, operatori, tecnici tutti di grande valore, a quella che oggi è senza alcun dubbio, antagonista della Rai e Tv di opposizione e di riferimento degli italiani: La7, diretta fin dal 2010 da Enrico Mentana e fondatore del TG5 di Mediaset di cui è stato direttore per ben 12 anni.
Ma chi sono gli altri “cervelli” del giornalismo fuggiti da “mamma-Rai”? Il primo ad essere scappato a gambe levate da Raitre è Fabio Fazio, che ha portato con sé a “La Nove” tutto il Suo show politico-culturale “Che tempo che fa’ ” non privo della graffiante comicità di Luciana Littizzetto e del bel volto di Filippa Lagerback. Il che ha creato un incolmabile vuoto su Raitre, umano, ma anche di share e di ascolti. E’ andata via Lucia Annunziata, la popolare giornalista con vasta esperienza internazionale, ex direttore del TG3 e già Presidente della Rai; Bianca Berlinguer, che fuggita da Raitre con il suo “Cartabianca”; Massimo Gramellini, ex editorialista de La Stampa, attuale vicedirettore del Corriere della Sera che si è trasferito a La7 con il suo talk culturale “In altre parole” due volte a settimana, e uno stuolo di accreditati giornalisti, scrittori, attori, filosofi e cantori, come il simpaticissimo “prof”. Roberto Vecchioni, uomo di sapiente cultura che nella Rai non hanno trovato più posto.
Anche questa una grave perdita per la Rai. Per non tacere di Corrado Augias, “dopo 63 anni lascio la Rai per La 7” con la mia “Torre di Babele”. Nessuno si aspettava che Augias andasse via da Raitre e nessuno si sarebbe aspettato che dopo lo strappo, l’amministratore delegato, Roberto Sergio, gli chiedesse di continuare a guidare la trasmissione “Gioia della musica”. Una richiesta accolta, condivisa, ma incomprensibile. La7 è oggi sicuramente l’antagonista della Rai, perché i suoi programmi, dichiaratamente di sinistra sia nella politica interna che internazionale, in difesa dei diritti umani, sempre alla ricerca delle ragioni, senza retorica, delle cause che inducono alla violenza, alle guerre, sono condotti da conduttori, come gli agguerriti Luca Telese e Marianna Aprile, che non lasciano spazio né al buonismo, né alla cattiveria; Corrado Formigli “patron” di Piazza Pulita che conduce con estremo piglio tutte le puntate a cui partecipano autorevoli personalità. E si tenga presente che La7 non molla mai neppure con “L’Aria che tira” condotto da David Parenzo. Alla Rai, sia bene inteso ci sono giornalisti, redazioni, conduttori, professionalmente ineccepibili, ma è l’atmosfera autentica che manca. Questa fuga dalla Rai – potrà obiettare qualcuno – forse è dovuta anche a  ragioni di mercato televisivo, ma è pur vero che la storia dei giornalisti e conduttori approdati alla Tv di Urbano Cairo, è consistente e dovrebbe far riflettere i dirigenti Rai, perché, ibadiamo, la fuga ha dimensioni e consistenza serie. E non è l’unico problema che assilla la Tv di Stato: le comunicazioni rassicuranti, le indagini demoscopiche sovente lasciano perplessi. Si guardi alla programmazione pubblicitaria Rai costruita con gli effetti speciali più attraenti – tecnologia pura – affidata ad attori, conduttori, giornalisti. Una sorte di pubblicità “fai da te” che lascia perplessi, i telespettatori, una sorta di slogan seriali che dicono ben poco. Addirittura sono gli stessi “protagonisti della pubblicità” e gli stessi conduttori, che annunciano i programmi successivi. Nuove tecniche di mercato, o necessità assoluta di ridurre i costi altrimenti non più sostenibili, con conseguente deterioramento del concetto stesso di pubblicità?
Sull’altro versante, sulla scia del primo Berlusconi – c’è Urbano Cairo, imprenditore che da Mediaset decide di fare tutto da solo (o quasi), maggiore azionista di Cairo Communication – LA7 – RCS MediaGroup – presidente del Torino Football Club, che oggi domina il panorama italiano editoriale italiano, e sembra in grado di condizionare l’informazione governativa del Governo Meloni, la cui politica non sembra essere delle più brillanti, se si considera che alla perdita dei “cervelli” fuggiti dalla Rai, corrisponde un costante malumore dovuto a movimenti, sostituzioni non gradite a giornalisti e conduttori da anni in Rai: vedi il caso Monica Maggioni che da ex presidente e direttore del TG1 oggi sostituisce Lucia Annunziata.
La Rai non gode di ottima salute, né di buon umore tra gli addetti, ma si ribadisce che non è in vendita. L’Ad Rai, Roberto Sergio ha infatti chiarito: «Nel nostro piano Industriale abbiamo previsto che Saxa Rubra continui a essere il cuore pulsante del Servizio Pubblico, che nel 2024 festeggerà i 100 anni di vita». Roberto Sergio ha anche annunciato “un piano di ristrutturazione e di ammodernamento per il restauro di Palazzo di Viale Mazzini che sia ecosostenibile” e che “ristrutturazione e ulteriori valorizzazioni immobiliari sono previste per il centro di produzione Biagio Agnes di Saxa Rubra”. La Rai prevede anche il trasferimento del centro di produzione tv di Milano a Mico Nord nel 2029, la riqualificazione e l’ammodernamento dei centro di produzione di Napoli, Torino e di tutte le sedi regionali”. Previsioni che, si spera, possano essere realizzate affinché nel segno della sostenibilità, appunto, si guardi al futuro con cauto ottimismo.
I tempi di realizzazione dei programmi, la ferma decisione di non condividere alcun confronto parlamentare con le opposizioni, su tutte le materie che impegnano il Governo in Italia, e all’estero su più fronti, denota una scarsa considerazione di ciò che si possa intendere per una democrazia sia pure imperfetta, ma indispensabile alla buona salute di ogni nazione.
L’approvazione del Consiglio dei ministri del disegno di legge sul Premierato, così come il trattato con l’Albania strettamente connesso alla migrazione e, dulcis in fundo, il concetto di “informazione limitata” sui principali problemi che ci affliggono (Sanità, Scuola, Giustizia, Migrazione, appunto, Bilancio dello Stato, Pensioni, Minimo salariale), in presenza di un’inflazione comunque elevata e di una soglia di povertà sempre più alta, dovrebbe fare riflettere la premier Giorgia Meloni: l’Italia con l’opposizione interna alla maggioranza, la tenue opposizione delle minoranze, non ha bisogno di un una Donna sola al comando, ma di due Donne che si stringano la mano e diano anche dalla Rai un segnale forte per una informazione esauriente e obiettiva, per quanto possibile, che non può più essere procrastinata.
Red. TNW